Mi chiamo Giuliano Ferretti, ho 52 anni e sono un medico oncologo. Lavoro ancora all’ospedale San Gerardo di Monza, anche se oggi il mio rapporto con la medicina e con la vita è radicalmente diverso da quello che era 19 anni fa. Ogni mattina, quando varco la soglia del reparto di oncologia pediatrica, porto con me un peso e una luce che mi accompagnano dal 12 ottobre 2006.

Quel giorno ascoltai le ultime parole di un ragazzo di 15 anni di nome Carlo Acutis. E non fui mai più lo stesso. Non sono cresciuto in una famiglia religiosa. Mio padre era ingegnere, mia madre insegnante di matematica. In casa nostra si parlava di equazioni, di logica, di razionalità. La domenica non andavamo a messa, andavamo al cinema o a fare escursioni in montagna.

Ricordo che mia nonna, l’unica credente della famiglia, cercava di portarmi in chiesa quando veniva a trovarci, ma mio padre la bloccava con un sorriso ironico. Mamma, il bambino ha bisogno di aria fresca, non di incenso. Crescendo, assorbìi questa visione del mondo. La religione mi sembrava un residuo del passato, una stampella emotiva per chi non aveva il coraggio di guardare in faccia la realtà della nostra insignificanza cosmica.

All’Università di medicina questa convinzione si rafforzò. Studiavo anatomia, fisiologia, biochimica. Ogni mistero del corpo umano aveva una spiegazione scientifica. La morte non era un passaggio verso l’aldà, ma semplicemente la cessazione delle funzioni biologiche.

Il cervello smetteva di ricevere ossigeno, i neuroni morivano e con essi svaniva tutto ciò che chiamavamo anima o spirito, che altro non erano, secondo me, che prodotti dell’attività elettrochimica del cervello. Ricordo una discussione accesa con un mio compagno di corso, Stefano, che veniva da una famiglia cattolica praticante. Gli dissi, “Quando farai la tua prima autopsia, capirai che dentro non c’è niente di divino, solo organi, tessuti, cellule, materia che si decompone.

Scelsi oncologia quasi per sfida. Volevo stare dove la morte era quotidiana, dove le persone pregavano disperatamente e, secondo me, inutilmente. Volevo dimostrare a me stesso che potevo affrontare quella realtà senza bisogno di consolazioni metafisiche. I primi anni furono durissimi. Vedere bambini morire è la cosa più difficile che un medico possa affrontare.

Ma io costruì le mie difese, diventai efficiente, professionale, distaccato. Parlavo con le famiglie usando un tono compassionevole ma neutro. Spiegavo le statistiche di sopravvivenza, le opzioni terapeutiche, la progressione della malattia. Quando i genitori mi chiedevano “Dottore, dovremmo pregare?” Io rispondevo, se vi fa sentire meglio, certo, ma quello che conta davvero è la chemioterapia.

Con i pazienti mantenevo una cortese distanza emotiva, imparavo i loro nomi, le loro diagnosi, i protocolli terapeutici, ma non volevo sapere delle loro speranze, dei loro sogni, delle loro preghiere. Ricordo una bambina di 8 anni, Lucia, che morì di leucemia nel 2003. Sua madre mi supplicò di battezzarla prima che morisse.

Dottore, per favore, lei può chiamare un prete? Non voglio che muoia senza battesimo. Io chiamai il cappellano dell’ospedale, ma dentro di me pensavo, è inutile, non cambierà nulla. Quando la bambina morì, due ore dopo il battesimo, la madre mi abbracciò piangendo e disse: “Grazie, dottore, ora so che è in paradiso”. Io ricambiai l’abbraccio, ma pensai è solo nella tomba, come tutti noi saremo.

Mia moglie Elena, che avevo sposato nel 2001, a volte mi rimproverava per questo mio cinismo. Giuliano, non puoi essere così freddo. Quelle persone hanno bisogno di speranza. E io rispondevo: “La falsa speranza è crudele, è meglio la verità”. Ma quale verità? La mia verità era che eravamo solo macchine biologiche destinate a rompersi, che l’amore era chimica, la coscienza unillusione e la morte il nulla assoluto.

Vivevo con questa convinzione, senza sentirmi particolarmente infelice. Avevo una carriera solida, una moglie che amavo, una casa confortevole. La vita aveva senso nel qui e ora, nei piccoli piaceri quotidiani. Non avevo bisogno di Dio. Poi arrivò ottobre 2006. Era un martedì pomeriggio, il 3 ottobre.

Stavo finendo il mio turno quando il dottor Magnani, primario del reparto, mi chiamò nel suo ufficio. Giuliano, abbiamo un nuovo paziente, ragazzo di 15 anni, Carlo Acutis, leucemia promielocitica acuta, situazione molto grave, è arrivato con una sintomatologia fulminante, ha avuto una emorragia cerebrale. La prognosi è infausta. Presi la cartella clinica e cominciai a leggere.

maschio, 15 anni, residente a Milano, ricoverato d’urgenza tre giorni prima. I valori ematici erano disastrosi, globuli bianchi altissimi, piastrine bassissime, segni evidenti di coagulopatia. L’emorragia cerebrale aveva già causato danni significativi. La chemioterapia era stata iniziata, ma la risposta era scarsa. “Quanto tempo ha?”, chiesi. Magnani scosse la testa.

giorni, forse una settimana, se va bene. Il giorno dopo incontrai Carlo per la prima volta. Era in una stanza singola, collegato a diversi macchinari. La madre sedeva accanto al letto tenendogli la mano. Quando entrai, lei alzò lo sguardo, un viso segnato dall’angoscia, ma stranamente composto.

Buongiorno, signora Cutis, sono il dottor Ferretti, oncologo del reparto. Lei annuì. Buongiorno, dottore, mi avvicinai al letto. Carlo aveva gli occhi chiusi, il viso pallido, la respirazione affannosa. Controllai i parametri vitali, esaminai la cartella aggiornata. Tutto confermava la prognosi infausta. Mi voltai verso la madre.

Signora, come sta suo figlio oggi? Sta soffrendo molto disse lei piano. Ma quando è cosciente prega, offre tutto alla Madonna e a Gesù. Quella frase mi colpì non con commozione, ma con una sorta di fastidio irritato. Ecco, pensai, un altro caso di illusione religiosa di fronte alla morte. Capisco dissi con tono neutro. È importante che Carlo stia comodo. Aumenteremo gli antidolorifici. Grazie, dottore.

Lui dice che il dolore è prezioso, che può offrirlo per la conversione dei peccatori, ma io io vorrei che soffrisse meno. Annuì scrivendo note sulla cartella. Dentro di me pensavo che spreco un ragazzo di 15 anni che invece di arrabbiarsi per la sua sorte ingiusta, si aggrappa a queste fantasie medievali di redenzione attraverso il dolore.

Faremo del nostro meglio per alleviare la sua sofferenza dissi e usci dalla stanza. Nei giorni seguenti passai spesso dalla stanza di Carlo. A volte era incosciente, altre volte dormiva sotto l’effetto dei farmaci. Quando era sveglio lo osservavo con curiosità clinica. Era lucido, nonostante tutto. Parlava con i genitori, con sua sorella, con il cappellano che veniva a trovarlo.

Non piangeva, non si lamentava, aveva un’espressione serena che mi sembrava assurda data la situazione. Una mattina, il 7 ottobre, entrai per un controllo di routine e lo trovai sveglio da solo. I suoi occhi erano aperti, fissi sul crocifisso appeso alla parete di fronte al letto.

“Buongiorno, Carlo” dissi avvicinandomi. come ti senti oggi? Lui girò lentamente la testa verso di me. I suoi occhi erano stanchi, ma incredibilmente vivi. Buongiorno dottore. Sto bene considerando. Hai dolore? Sì, ma va bene così. Carlo, non devi soffrire inutilmente. Possiamo aumentare la morfina. Lui sorrise debolmente. Non è inutile, dottore.

La sofferenza ha senso quando la offri. Offri a C. Sapevo la risposta, ma volli sentirla da lui, a Gesù, per le anime, soprattutto per i giovani che non lo conoscono. Mi sedetti sulla sedia accanto al letto. Non so perché lo feci, forse perché qualcosa nel suo modo di parlare era diverso da quello che avevo sentito da altri pazienti religiosi.

Non c’era disperazione mascherata da fede, non c’era rassegnazione, c’era certezza. Carlo, sei molto giovane. Non ti arrabbi per quello che ti sta succedendo. Mi manca la vita disse lentamente. Mi manca poter fare tante cose, ma Gesù ha 15 anni più di me quando è morto e lui è morto per me. Io posso morire per lui, ma tu non stai scegliendo di morire.

È la malattia. No, dottore, io sto scegliendo come morire e scelgo di morire amando. Quelle parole mi turbarono, le respinsi immediatamente. È una bella filosofia, Carlo, ma alla fine è solo un modo per dare senso a qualcosa che senso non ha. Lui mi guardò con un’intensità che mi sorprese. Dottore, lei crede che la vita non abbia senso? Credo che il senso sia quello che noi decidiamo di dargli.

Non c’è un senso oggettivo, prestabilito. E lei che senso ha scelto? La domanda mi spiazzò. Nessun paziente mi aveva mai interrogato così. Il senso di aiutare le persone, di alleviare la sofferenza, di fare la mia parte. Ma se tutto finisce nel nulla, che importanza ha? Importa ora. Importa nel momento presente e dopo? Dopo non c’è niente. Carlo chiuse gli occhi per un momento, poi li riaprì.

Dottore, l’Eucaristia è tutto per me. Gesù presente, realmente presente. Quando faccio la comunione non sono io che vivo, è Cristo che vive in me. Lei non crede nell’eucaristia? No, Carlo, non credo. Un giorno crederà. Gesù glielo farà capire. Mi alzai improvvisamente a disagio. Riposa, Carlo, verrò a trovarti più tardi.

Uscìi dalla stanza con una sensazione strana nel petto. Quel ragazzo moribondo aveva più certezze di me. I giorni passarono, le condizioni di Carlo peggiorarono. L’8 ottobre ebbe un’altra piccola emorragia. Il 9 la febbre salì nonostante gli antibiotici. Il 10 iniziò ad avere difficoltà respiratorie.

Il primario mi chiamò Giuliano, è questione di ore, forse un giorno o due. La famiglia vuole che riceva l’unzione degli infermi. Il vescovo verrà domani mattina, l’11 ottobre. Assistetti alla cerimonia da lontano. Il vescovo entrò nella stanza, accompagnato dal cappellano. C’erano i genitori di Carlo, sua sorella, alcuni parenti. Io rimasi nel corridoio, ma potevo vedere attraverso la porta aperta.

Il vescovo unse Carlo sulla fronte e sulle mani, pronunciando le preghiere. Carlo era cosciente, le labbra che si muovevano in preghiera. La scena mi lasciò indifferente. Pensai riti antichi per placare l’angoscia della morte. Ma quella sera tutto cambiò. Erano circa le 8:00 di sera. Avevo finito il mio turno e stavo per andare a casa quando un’infermiera mi fermò. Dottore Ferretti, il ragazzo della camera 12 sta chiedendo di lei.

Carlo? Sì. dice che vuole dirle qualcosa di importante. Salì al reparto perplesso, perché voleva parlare proprio con me. Entrai nella stanza, era semibia, illuminata solo dalla luce della lampada sul comodino. La madre di Carlo era lì e mi fece cenno di avvicinarmi. Ha chiesto di lei espressamente, dottore, non so perché. Mi avvicinai al letto.

Carlo aveva gli occhi aperti, ma la sua respirazione era molto faticosa. Il suo viso era ancora più pallido, le labbra quasi blu. “Ciao Carlo”, dissi piano. “Mi hanno detto che volevi parlari”. Lui cercò di girare la testa verso di me. Dottore, grazie per essere venuto. Non devi ringraziarmi, è il mio lavoro. No, sussurrò con fatica.

Lei è venuto anche quando non era il suo turno. Ho visto che lei soffre. Quella frase mi colse impreparato. Io non soffro, Carlo. Sto bene? No, lei soffre perché non crede e chi non crede vive nella paura. Io non ho paura. Paura del vuoto. Paura che tutto non significhi niente. Abbassai lo sguardo.

Come faceva quel ragazzo a leggere dentro di me? Carlo, devi risparmiare le energie. Non devi stancarti parlando, dottore. La sua mano si mosse leggermente, come per cercare la mia. Istintivamente gliela presi. Era fredda, quasi senza vita. Voglio dirle qualcosa di importante. Ti ascolto. Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie. Fece una pausa prendendo fiato con difficoltà.

Lei è un originale, Dio l’ha fatta. Unica. Non sprechi la sua unicità vivendo come se non ci fosse niente oltre. Carlo, io non so se c’è qualcosa oltre. L’eucaristia è la mia autostrada per il cielo. Gesù si è fatto pane per noi. Pane vero, corpo vero, non è simbolo. È lui. Le sue dita strinsero debolmente le mie. Quando lei vedrà l’Eucaristia, per quello che è veramente tutta la sua vita, cambierà.

Non sapevo cosa rispondere. Restai lì tenendogli la mano, ascoltando il suo respiro affannoso. Dopo qualche minuto di silenzio, Carlo riprese a parlare. Dottore, io sto per morire, lo so. E va bene, non ho paura perché so dove vado. Vado da Gesù e dalla Madonna. Loro mi stanno già aspettando.

Come puoi esserne così sicuro? Perché l’ho incontrato nellaucaristia l’ho incontrato migliaia di volte. Lui è vero, più vero di tutto quello che vedo con gli occhi. Carlo, io vorrei credere come te, ma non posso. La mia mente non me lo permette. Non è la mente che crede, è il cuore. E il suo cuore lo sa già, solo che ha paura di ammettere. Un’altra pausa.

Il respiro si faceva sempre più difficile. Sentivo che il tempo stava per scadere. Carlo, c’è qualcos’altro che vuoi dirmi? Lui annuì debolmente. Sì, voglio offrire la mia morte anche per lei, perché lei incontri Gesù come l’ho incontrato io. Sentì un nodo alla gola. Carlo, non devi offrire niente per me. Io non merito.

Tutti meritano di conoscere l’amore di Gesù. Tutti. Chiuse gli occhi per un momento, poi li riaprì cercando di mettere a fuoco il mio viso. Dottore, quando io morirò non pensi che è la fine? È l’inizio e io pregherò per lei dal paradiso. Pregherò perché lei capisca. Carlo, prometta che cercherà, prometta che darà una possibilità a Gesù. Io non so se posso promettere questo.

Provi solo. Provi vada a una messa, stia davanti alla Eucaristia, chieda con il cuore aperto Gesù risponde sempre. La sua mano lasciò la presa, la respirazione divenne ancora più irregolare. La madre si avvicinò dall’altro lato del letto, prendendo l’altra mano di suo figlio. “Carlo, amore mio, sussurrò lei. Ti vogliamo tanto bene”.

Anch’io, mamma, anch’io vi voglio bene poi guardò di nuovo me. Dottore, un’ultima cosa. Dimmi, Carlo. Le sue labbra si mossero lentamente, formando le parole con grande fatica. Quando la vita si fa dura, ricordi la tristezza è guardare se stessi, la felicità è guardare Dio. Respirò profondamente, dolorosamente. Io sono felice perché guardo lui.

Lei può essere felice se sceglie di guardare lui. Carlo, riposa ora, non parlare più. Ma lui non aveva finito. Con un ultimo sforzo, fissando il crocifisso sulla parete, disse: “Sto per morire”. Ma offro tutto per il Papa e per la Chiesa e per lei, dottore, per lei che un giorno crederà. Quelle furono le sue ultime parole coerenti.

Nei minuti successivi perse gradualmente coscienza. La sua respirazione divenne sempre più superficiale. I genitori pregavano il rosario accanto a lui. Io rimasi lì, paralizzato, incapace di andarmene. Alle 6:45 del mattino del 12 ottobre 2006 il monitor cardiaco emise il suono continuo che ogni medico impara a riconoscere. Carlo Acutis era morto.

Eseguì i protocolli standard, certificai il decesso, confortai i familiari con parole che suonavano vuote anche alle mie orecchie, ma dentro di me qualcosa si era rotto, o forse qualcosa si stava risvegliando. Non riuscivo a dimenticare le sue parole. Lei è un originale, non sprechi la sua unicità. L’Eucaristia è la mia autostrada per il cielo. Io pregherò per lei dal paradiso.

Parole di un ragazzo di 15 anni che aveva affrontato la morte con più coraggio e certezza di quanto io affrontassi la vita. Tornai a casa all’alba, Elena dormiva ancora. Mi sedetti sul divano del salotto, ancora con il camice addosso, e scoppiai a piangere. Piangevo per Carlo, certo, ma piangevo anche per me, per tutti gli anni in cui avevo vissuto con la convinzione che la morte fosse la fine, che l’amore fosse chimica, che tutto fosse vuoto.

Carlo mi aveva guardato negli occhi e aveva visto qualcosa che io stesso non riconoscevo, la sofferenza di chi vive senza speranza. Nei giorni seguenti non riuscì a concentrarmi sul lavoro. Ogni volta che entravo in una stanza d’ospedale sentivo l’eco delle parole di Carlo. Parlai con sua madre che venne a ringraziare il personale medico.

Le chiesi di Carlo della sua vita, della sua fede. Lei mi raccontò di come suo figlio avesse una devozione straordinaria all’Eucaristia, di come andasse a messa ogni giorno, di come avesse creato un sito web per documentare i miracoli eucaristici nel mondo. Dottore, mi disse, Carlo diceva sempre che l’eucaristia è la sua autostrada per il cielo. Viveva per Gesù nell’Eucaristia.

E signora Acutis le chiesi, come ha fatto suo figlio ad avere tanta fede così giovane? Lei sorrise attraverso le lacrime. Carlo ha sempre detto che bastava mettersi davanti a Gesù Eucaristia e chiedere con il cuore Gesù risponde sempre, diceva sempre. Quelle stesse parole che Carlo mi aveva detto passarono settimane, non riuscivo a smettere di pensare a lui.

Una domenica mattina, senza dirlo a Elena, entrai in una chiesa a Milano. Era anni che non entravo in una chiesa. Mi sedetti in fondo guardando l’altare, c’era la messa. Osservai le persone andare a ricevere la comunione. Per loro era pane consacrato. Per Carlo era Gesù, corpo vero, non simbolo. Rimasi fino alla fine. Poi me ne andai confuso e turbato, ma continuai a tornarci domenica dopo domenica.

Mi sedevo in fondo, guardavo, ascoltavo, leggevo i Vangeli che non avevo mai letto seriamente. Leggevo di Gesù che diceva: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Chi mangia di questo pane vivrà in eterno”. Parole che prima mi sarebbero sembrate assurde, ma che ora risuonavano con un’eco diversa. Un giorno, tre mesi dopo la morte di Carlo, entrai nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano. C’era l’adorazione eucaristica.

Mi sedetti davanti allo stensorio, dove l’ostia consacrata era esposta. Guardai quel piccolo disco bianco. Secondo la fede cattolica, quello era Gesù, davvero presente, corpo, sangue, anima, divinità. Secondo la mia formazione razionalista era solo pane, ma secondo Carlo era tutto. Gesù sussurrai sentendomi ridicolo. Se sei davvero qui, come diceva Carlo, mostrami.

Non so come pregare, non so come credere. Ma Carlo ha offerto la sua morte anche per me. Ha pregato perché io ti incontrassi. Allora eccomi. Se sei qui fatti conoscere. Non successe nulla di drammatico, nessuna voce dal cielo, nessuna visione. Ma seduto lì, in quel silenzio, sentìi qualcosa che non avevo mai sentito prima, una pace.

Non la pace dell’assenza di problemi, ma una pace più profonda, come se qualcuno mi stesse dicendo: “Io ci sono, io sono qui e ti amo”, piansi di nuovo. Ma stavolta erano lacrime diverse. La conversione non fu immediata, fu un processo lento, fatto di dubbi, domande, resistenze. Cominciai a parlare con un sacerdote, padre Michele, che con pazienza rispose a tutte le mie obiezioni razionaliste.

libri di apologetica, di filosofia cristiana, di teologia, ma più di tutto continuai a tornare davanti all’Eucaristia, perché lì, in quel silenzio, davanti a quello che la fede chiama il Santissimo Sacramento, sentivo quella presenza che Carlo aveva conosciuto così bene.

6 mesi dopo la morte di Carlo ricevetti la mia prima comunione da adulto. Avevo 40 anni. Il sacerdote mi mise l’ostia sulla lingua. Il corpo di Cristo. Risposi, amen. E in quel momento sentì Carlo vicino. Non lo vidi, non lo udìi, ma la sua promessa si era avverata. Io pregherò per lei dal paradiso. Aveva mantenuto la parola. La mia vita cambiò radicalmente.

Non smisi di essere medico, non smisi di essere razionale, ma cominciai a vedere i miei pazienti con occhi diversi. Non erano più solo organismi malati da curare, ma persone con un’anima immortale, persone amate da Dio. Quando i bambini morivano e continuavano a morire, perché la medicina ha i suoi limiti, non li vedevo più scomparire nel nulla.

Li affidavo a Dio, pregando per loro, sperando di rivederli un giorno. Con le famiglie cambiai completamente approccio. Quando mi chiedevano, “Dottore, dovremmo pregare?”, rispondevo. Sì, pregate e io pregherò con voi.

Cominciai a proporre la presenza del cappellano non come una formalità burocratica, ma come un aiuto reale. Scopri che la dimensione spirituale nella cura dei malati non era una superstizione, ma una parte essenziale della dignità umana. Elena all’inizio fu sbalordita dal mio cambiamento. Chi sei tu e cosa hai fatto di mio marito? Mi chiese ridendo. Quando cominciai ad andare a messa ogni domenica.

Le raccontai di Carlo delle sue parole, del mio percorso. Lei che era agnostica come me, ascoltò con rispetto. Se ti rende felice, Giuliano, sono contenta per te, disse. Non si convertì immediatamente, ma negli anni seguenti anche lei cominciò a farsi domande, a venire con me in chiesa. Oggi crede anche lei, anche se il suo percorso è stato diverso dal mio.

Nel 2020, quando Carlo Acutis fu beatificato, ero tra i presenti ad Assisi. Vedere quel ragazzo che avevo conosciuto morente, ora proclamato beato dalla Chiesa, fu un’esperienza surreale e commovente. Il suo corpo, incredibilmente conservato, era esposto alla venerazione. Mi avvicinai guardando quel viso che ricordavo così pallido e sofferente, ora sereno nella morte.

Grazie Carlo”, sussurrai. “grazie per aver pregato per me. Hai mantenuto la promessa.” Oggi quando parlo con colleghi scettici come ero io, racconto la mia storia. Alcuni mi ascoltano con interesse, altri con scetticismo, altri con fastidio. “Sei diventato irrazionale”, mi disse una volta un vecchio compagno di università.

Hai abbandonato la scienza per la superstizione?” Li risposi: “Non ho abbandonato la scienza. Ho solo riconosciuto che la scienza non può rispondere a tutte le domande e che alcune risposte richiedono di aprire il cuore, non solo la mente. Le ultime parole di Carlo mi accompagnano ancora ogni giorno.

Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie. Ho cercato di vivere come un originale, fedele alla chiamata unica che Dio ha per me. La tristezza è guardare se stessi, la felicità è guardare Dio. Ogni volta che mi perdo nell’autocommiserazione o nell’egocentrismo, ricordo queste parole e rivolgo lo sguardo al tabernacolo.

L’Eucaristia è la mia autostrada per il cielo. Faccio la comunione ogni giorno e ogni volta ringrazio Dio per quel giovane santo che mi ha insegnato a vedere Gesù presente nel pane consacrato. Carlo aveva ragione su tutto. Aveva ragione quando disse che il mio scetticismo nascondeva una sofferenza profonda.

Aveva ragione quando promise che avrebbe pregato per me dal paradiso. Aveva ragione quando disse che Gesù risponde sempre a chi lo cerca con cuore sincero. Un ragazzo di 15 anni in punto di morte. ebbe la carità di preoccuparsi per l’anima di un medico cinico.

Offrì la sua sofferenza per la mia conversione e io che non credevo nell’efficacia della preghiera, sono la prova vivente che la preghiera funziona. Ogni anno, il 12 ottobre, giorno della morte di Carlo, vado a messa e faccio celebrare una messa in suo suffragio. Anche se è beato e certamente non ha bisogno delle mie preghiere, lo faccio per gratitudine.

Dopo la messa vado davanti al tabernacolo e parlo con lui come parlerei con un amico. Carlo, grazie. Grazie per non esserti arreso di fronte al mio scetticismo. Grazie per aver visto in me quello che io non vedevo. Grazie per avermi indicato l’autostrada per il cielo. La gente mi chiede spesso, dottore, cosa disse esattamente Carlo che la convinse? La verità è che non fu una singola frase, furono tutte le sue parole, ma soprattutto fu il modo in cui le disse. Un ragazzo che stava morendo, che aveva tutti i motivi per essere arrabbiato, disperato o almeno

spaventato, invece era pieno di pace, di amore, di certezza. Quella pace non poteva venire da sé stesso, veniva da qualcun altro, veniva da colui che Carlo aveva incontrato migliaia di volte nell’Eucaristia e che stava per incontrare faccia a faccia. Carlo disse che io ero un originale. Ci sono voluti anni per capire cosa intendesse.

Ognuno di noi è creato da Dio con un progetto unico, irripetibile, ma viviamo come fotocopie quando imitiamo il mondo, quando seguiamo le mode del pensiero dominante, quando rinunciamo alla nostra unicità per conformarci. Io ero una fotocopia del materialismo scientifico, ripetendo le stesse frasi fatte di mille altri scettici.

Carlo mi sfidò a essere me stesso, l’originale che Dio aveva creato, e scoprì che l’originale era un uomo fatto per l’infinito, non per il nulla, un uomo con un’anima immortale, non solo un cervello producente illusioni, un uomo amato da Dio, non solo un incidente cosmico senza significato. Carlo vide questo originale quando io vedevo solo la fotocopia e mi aiutò a riscoprirmi.

Oggi, quando entro in una chiesa e vedo il tabernacolo con la lucina accesa che indica la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, sento ancora l’eco della voce di Carlo. Non è simbolo, è lui e so che aveva ragione. So che in quel piccolo pezzo di pane consacrato c’è colui che ha creato l’universo, colui che si è fatto uomo per noi, colui che è morto e risorto per darci la vita eterna.

È un mistero che la mia ragione non può comprendere pienamente, ma che il mio cuore ha imparato ad abbracciare. Carlo Acutis visse 15 anni su questa terra, una vita brevissima secondo i parametri umani, ma in quei 15 anni toccò più anime di quanto molti facciano in 80 anni. La sua vita fu una testimonianza del fatto che la santità non è questione di quantità di anni, ma di qualità di amore.

Amò Gesù con tutto il cuore e quell’amore traboccò su chiunque lo incontrasse, anche su un medico scettico che pensava di avere tutte le risposte. Non fui mai più lo stesso dopo aver ascoltato le ultime parole di Carlo e ringrazio Dio ogni giorno per avermi messo sulla strada di quel giovane santo, perché Carlo non mi mostrò solo come morire bene, mi mostrò come vivere veramente.

Mi mostrò che la vita ha senso solo quando è orientata verso il cielo. Mi mostrò che siamo fatti per l’infinito, non per il finito. Mi mostrò l’autostrada per il cielo e quellaautostrada ha un nome: Eucaristia. Se oggi sono qui, se ho fede, se ho speranza, se ho pace, è grazie a un ragazzo di 15 anni che in punto di morte si preoccupò più della mia anima che della propria sofferenza. Questo è l’amore cristiano autentico. Questo è ciò che significa essere santi.

E Carlo Acutis era santo, anche quando io non credevo nella santità. Le sue ultime parole continuano a risuonare nella mia vita. Ogni giorno scelgo di guardare Dio invece che me stesso e trovo la felicità che mi aveva promesso. Ogni giorno vivo come un originale, fedele alla chiamata unica che Dio ha per me.

Ogni giorno percorro l’autostrada per il cielo che Carlo mi ha indicato e ogni giorno ringrazio Dio per quel 12 ottobre 2006 quando un medico scettico ascoltò le ultime parole di un santo adolescente e non fu mai più lo stesso. Se questa storia ha toccato il tuo cuore, affida le tue intenzioni alla intercessione del beato Carlo Acutis. Iscriviti al canale, lascia il tuo like e attiva la campanella per altre storie che accendono la fede e illuminano il cammino verso il cielo.