Nell’archivio dell’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, custodito nel fondo Ausme serie N11, busta 1943, esiste un documento che per decenni è rimasto sepolto tra migliaia di pagine ingiallite. Si tratta di un rapporto redatto il 27 marzo 1943 da un ufficiale dei servizi informativi italiani, il quale aveva raccolto testimonianze di prigionieri rimpatriati attraverso la Croce Rossa Internazionale.

Le parole contenute in quelle pagine contraddicono radicalmente la narrazione ufficiale sovietica sulla campagna di Russia e sollevano interrogativi che ancora oggi attendono risposte definitive. Il documento descrive un fenomeno inspiegabile secondo i parametri della propaganda di guerra. I soldati dell’Armata Rossa, gli stessi uomini che combattevano con ferocia e implacabile contro l’invasore, mostravano un atteggiamento radicalmente diverso nei confronti degli alpini italiani rispetto ai loro alleati tedeschi.

Non si trattava di episodi isolati o di eccezioni individuali, ma di un comportamento sistematico osservato su centinaia di chilometri di fronte e documentato da decine di testimoni indipendenti. Un sottfficiale della divisione Julia catturato presso Nikolaevka il 27 gennaio 1943 riferì che durante la marcia verso i campi di prigionia i soldati sovietici separavano sistematicamente gli italiani dai tedeschi.

Agli alpini veniva concesso di riposare. Ricevevano razioni di pane nero e talvolta persino sigarette. I tedeschi, invece venivano spinti avanti a colpi di calcio di fucile, privati degli indumenti invernali e lasciati morire di freddo lungo la strada. Il sottfficiale, il cui nome compare nei registri come sergente maggiore Giovanni Battista Revello, della terza compagnia del battaglione CEVA, dichiarò testualmente che un commissario politico sovietico gli aveva detto in francese stentato: “Gli italiani combattono come soldati, i

tedeschi come bestie”. Questa distinzione non era frutto di simpatia ideologica né di calcolo politico. L’Unione Sovietica considerava l’Italia un nemico a tutti gli effetti, responsabile dell’aggressione del 22 giugno 1941 insieme alla Germania nazista. Le divisioni italiane avevano partecipato all’avanzata verso il Caucaso, avevano occupato città sovietiche, avevano combattuto battaglie sanguinose lungo il fiume Don.

Eppure qualcosa distingueva gli alpini agli occhi dei loro nemici, qualcosa che trascendeva la logica della guerra totale. Per comprendere questo enigma storico è necessario tornare indietro alle origini stesse della presenza italiana sul fronte orientale. Il corpo di spedizione italiano in Russia, successivamente ampliato nell’ottava armata denominata Armir, fu costituito nel luglio 1941 per volontà di Mussolini, il quale desiderava partecipare alla campagna contro l’Unione Sovietica al fianco dell’alleato tedesco.

La decisione incontrò l’opposizione di numerosi alti ufficiali italiani, tra cui il maresciallo Ugo Cavallero, capo di stato maggiore generale, il quale comprendeva che l’esercito italiano non disponeva degli equipaggiamenti necessari per combattere nelle condizioni climatiche estreme della steppa russa.

Le divisioni alpine rappresentavano l’elite delle forze armate italiane. Reclutate nelle vallate delle Alpi piemontesi, lombarde, venete e trentine, queste unità erano composte da montanari abituati al freddo intenso, alla fatica fisica estrema e alla solidarietà incondizionata tra commilitoni. A differenza delle divisioni di fanteria ordinaria, gli alpini possedevano una coesione interna quasi familiare.

Ufficiali e soldati provenivano spesso dagli stessi paesi, parlavano lo stesso dialetto, condividevano tradizioni secolari. Il cappello con la penna nera non era soltanto un simbolo, ma l’emblema di un’identità collettiva forgiata in decenni di storia militare. Tre divisioni alpine furono inviate in Russia, la Tridentina, la Julia e la Cuneense.

A queste si aggiunse la divisione Vicenza, tecnicamente classificata come divisione di fanteria da montagna. Gli organici complessivi superavano i 50.000 uomini equipaggiati con armi leggere, mul trasporto e un numero insufficiente di automezzi. L’armamento pesante era scarso, pochi cannoni anticarro, pochissimi mezzi corazzati, nessuna copertura aerea adeguata.

I comandi tedeschi che avevano richiesto l’intervento italiano guardavano con malcelato disprezzo questi soldati che marciavano a piedi mentre le divisioni della Vermacht disponevano di panzere semoventi. Il generale Giovanni Messe, primo comandante del corpo di spedizione, aveva espresso ripetutamente le sue preoccupazioni al comando supremo tedesco.

In un memorandum datato 14 settembre 1941, conservato negli archivi del Bundeschive di Friburgo, messe denunciava l’inadeguatezza dei rifornimenti logistici e l’impossibilità di sostenere operazioni offensive senza adeguato supporto meccanizzato. Le sue obiezioni furono ignorate sia da Roma che da Berlino. Gli italiani dovevano combattere con quello cheavevano e quello che avevano era tragicamente insufficiente.

La situazione precipitò nell’inverno 1942-1943. L’offensiva sovietica denominata Operazione Piccolo Saturno, scatenata l’11 dicembre 1942, travolse le linee italiane lungo il medio D. Le divisioni di fanteria cedettero quasi immediatamente, ma il corpo d’armata alpino, schierato più a nord, resistette per settimane in condizioni disperate.

Circondati da forze sovietiche preponderanti, con temperature che scendevano a 40° sotto zero, senza rifornimenti né possibilità di evacuazione dei feriti. Gli alpini combatterono una battaglia di sopravvivenza che avrebbe segnato per sempre la memoria collettiva italiana. Fu proprio durante questa ritirata passata alla storia come la tragica marcia del corpo d’armata alpino che emerse con maggiore evidenza il fenomeno del rispetto sovietico.

I documenti dell’epoca, oggi parzialmente accessibili negli archivi di Mosca, rivelano che i comandi dell’Armata Rossa avevano impartito istruzioni specifiche riguardo al trattamento dei prigionieri italiani. Un ordine del fronte di Vorone, datato 19 gennaio 1943 e firmato dal generale Philip Golikov, comandante del fronte, stabiliva che i prigionieri italiani dovevano essere separati dai tedeschi e trattati secondo le convenzioni internazionali.

L’ordine specificava che gli italiani non dovevano essere considerati corresponsabili delle atrocità commesse dalle truppe tedesche e dai reparti delle SS. Perché questa distinzione? Cosa avevano fatto gli alpini per meritare un trattamento differente in una guerra caratterizzata da brutalità inaudite su entrambi i fronti? La risposta si trova nelle testimonianze dei veterani sovietici raccolte negli anni 80 e 90 da storici russi e italiani.

Queste fonti, per decenni inaccessibili a causa della guerra fredda, offrono una prospettiva sorprendente sugli eventi di quell’inverno terribile. Un ex sergente dell’Armata Rossa intervistato nel 1987 per un documentario della televisione italiana, raccontò di aver partecipato all’accerchiamento della divisione Julia presso Valuiki.

Il veterano, che aveva combattuto dall’inizio dell’invasione tedesca descrisse gli alpini come soldati coraggiosi che non sparavano ai feriti né maltrattavano i prigionieri. riferì inoltre che durante i combattimenti ravvicinati gli italiani non usavano le tattiche di terra bruciata praticate sistematicamente dai tedeschi. Questa osservazione trova conferma nei documenti del NKVD, la polizia segreta sovietica, incaricata di raccogliere informazioni sui prigionieri di guerra.

I rapporti degli interrogatori conservati negli archivi del servizio federale di sicurezza della Federazione Russa contengono annotazioni marginali degli ufficiali sovietici che distinguevano nettamente il comportamento degli italiani da quello dei loro alleati. In particolare veniva sottolineato che le truppe alpine non avevano partecipato a rappresaglie contro la popolazione civile, non avevano incendiato villaggi durante la ritirata e avevano in alcuni casi condiviso le proprie razioni con i contadini russi, ma esisteva un altro

fattore, meno documentato e più difficile da verificare che potrebbe aver contribuito al rispetto sovietico per gli alpini. Alcuni storici hanno ipotizzato che i servizi segreti sovietici fossero a conoscenza delle tensioni esistenti tra il comando italiano e quello tedesco e avessero deciso di sfruttare queste divisioni attraverso un trattamento differenziato dei prigionieri.

Altri hanno suggerito che la propaganda sovietica avesse individuato negli alpini un potenziale strumento di guerra psicologica da contrapporre all’immagine del soldato fascista fanatico, diffusa dai media del regime. Qualunque fosse la motivazione, il risultato fu tangibile. Su circa 70.

000 soldati italiani catturati sul fronte orientale. La percentuale di sopravvivenza nei campi di prigionia sovietici fu significativamente superiore rispetto a quella dei prigionieri tedeschi. I dati ufficiali pubblicati dal Ministero della Difesa Italiano nel 1994 indicano che circa 10.000 italiani tornarono dalla prigionia sovietica, una percentuale di circa il 14%.

Per i tedeschi la percentuale fu inferiore al 10%. La differenza potrebbe sembrare modesta in termini assoluti, ma rappresentava migliaia di vite umane. Gli archivi di Mosca contengono ancora documenti classificati relativi al trattamento dei prigionieri italiani. Alcune buste catalogate, ma non accessibili ai ricercatori stranieri, potrebbero rivelare dettagli finora sconosciuti sulle direttive impartite ai comandanti dei campi di prigionia.

Cosa contenevano esattamente gli ordini emanati dal Cremlino riguardo agli italiani? Esistevano istruzioni scritte che distinguevano formalmente tra alleati dell’asse, oppure la distinzione era affidata alla discrezionalità dei singoli comandanti. La battaglia di Nikolaevka, combattuta il 26 gennaio 1943, rappresentò l’apice della resistenza alpina e paradossalmente il momento incui il rispetto sovietico raggiunse la sua massima espressione.

Quel giorno i resti della divisione tridentina, guidati dal generale Luigi Reverberi, sfondarono l’accerchiamento sovietico in un assalto frontale che costò centinaia di morti da entrambe le parti. I veterani sovietici che parteciparono a quella battaglia descrissero in seguito gli alpini come leoni, uomini che caricavano le posizioni sovietiche cantando e che preferivano morire combattendo piuttosto che arrendersi.

Un documento straordinario emerso dagli archivi del Ministero della Difesa Russo soltanto nel 2003 getta luce su un episodio rimasto sconosciuto per 60 anni. Si tratta del rapporto di un ufficiale dell’KVD assegnato alla 64ª armata sovietica, redatto il 18 febbraio 1943 presso il comando di retrovia di Kantemirovka.

L’ufficiale, il cui nome è stato parzialmente oscurato nei documenti declassificati, descriveva un fatto che aveva profondamente colpito i soldati dell’Armata Rossa presenti. Durante i combattimenti nei pressi del villaggio di Postoialig, un reparto di alpini della divisione Giulia si era trovato a proteggere la ritirata di una colonna di feriti.

Tra questi vi erano anche alcuni soldati sovietici catturati nei giorni precedenti e trasportati su slitte insieme ai feriti italiani. Quando le forze sovietiche raggiunsero la colonna, gli alpini avrebbero potuto abbandonare i prigionieri feriti o, come facevano sistematicamente i reparti tedeschi, eliminarli per impedirne la liberazione.

Invece il comandante italiano ordinò ai suoi uomini di deporre i feriti sovietici al lato della strada, di coprirli con coperte e di lasciare accanto a loro le razioni alimentari disponibili. Solo dopo aver compiuto questo gesto, gli alpini ripresero la marcia verso ovest. L’ufficiale dell’ NKVD annotava nel suo rapporto che i soldati sovietici, rimasti a soccorrere i loro compagni feriti, erano rimasti stupefatti da questo comportamento.

Uno dei feriti recuperati, un caporale di fanteria della 231ª divisione Fucilieri, dichiarò che gli italiani lo avevano curato per tre giorni, condividendo con lui le loro scarse razioni di gallette e carne in scatola. Il caporale aggiunse che un alpino gli aveva ceduto i propri guanti di lana, pur sapendo che senza protezione le mani sarebbero state esposte al congelamento.

Episodi simili si ripeterono lungo tutto il fronte. Nell’archivio dell’Istituto di Storia Militare di Mosca, Fondo Operazioni del Fronte Sud Occidentale, sono conservate decine di testimonianze analoghe raccolte tra il gennaio e il marzo 1943. I rapporti descrivono alpini che seppellivano i caduti sovietici, invece di lasciarli in sepolti, come facevano i tedeschi, che restituivano gli oggetti personali dei prigionieri, morti alle autorità sovietiche attraverso la Croce Rossa, che in alcuni casi rilasciavano

prigionieri feriti troppo gravi per essere trasportati. Il contrasto con il comportamento delle truppe tedesche non poteva essere più stridente. La Vermacht aveva emanato fin dall’inizio dell’operazione Barbarossa direttive che autorizzavano il trattamento brutale dei prigionieri sovietici. Il famigerato ordine dei commissari del 6 giugno 1941 prescriveva l’eliminazione immediata dei commissari politici catturati.

Le istruzioni supplementari per il trattamento dei prigionieri di guerra sovietici emanate l’8 settembre 1941 stabilivano che i soldati dell’Armata Rossa non dovevano essere considerati prigionieri di guerra nel senso tradizionale del termine, ma nemici ideologici da trattare con il massimo rigore.

Gli italiani non avevano mai adottato queste direttive. Il regio esercito italiano operava secondo regolamenti propri che, pur non sempre rispettati alla lettera, prevedevano il trattamento dei prigionieri secondo le convenzioni internazionali. Il generale Giovanni Messe, in una delle sue ultime disposizioni, prima di lasciare il comando del corpo di spedizione nel novembre 1941, aveva esplicitamente ordinato che i prigionieri sovietici fossero trattati con umanità e che qualsiasi violazione sarebbe stata punita secondo il codice militare italiano. Questa differenza di

approccio aveva radici profonde nella cultura militare italiana. Gli alpini, in particolare, portavano con sé una tradizione che risaliva alla Prima Guerra Mondiale, quando le truppe da montagna italiane e austro-ungariche avevano sviluppato forme di rispetto reciproco, nonostante la ferocia dei combattimenti sulle Alpi.

La guerra di montagna creava condizioni in cui la sopravvivenza dipendeva non solo dal coraggio, ma anche dall’onore. Un nemico rispettato poteva diventare, in circostanze estreme, un alleato temporaneo contro il vero avversario comune, la montagna stessa. Questa mentalità si manifestò in Russia in modi che sorpresero i sovietici.

Il capitano Nuto Revelli, ufficiale della divisione tridentina e futuro storico della campagna di Russia, annotava nel suo diario il 12 gennaio 1943 un episodio avvenuto durante una sostanotturna in un villaggio semidistrutto. Un gruppo di contadini russi terrorizzati dall’arrivo dei soldati si era nascosto nelle cantine delle isbe.

Quando gli alpini scoprirono i civili, invece di cacciarli o peggio, condivisero con loro il fuoco e le poche provviste disponibili. Una vecchia donna, ricordava Revelli, aveva pianto vedendo che i soldati italiani davano da mangiare ai bambini prima di sfamarsi. I diari, pubblicati integralmente soltanto nel 1962 con il titolo Mai tardi, costituiscono una delle fonti più preziose per comprendere il comportamento degli alpini in Russia.

L’autore descrive con precisione quasi fotografica le condizioni della ritirata, il gelo che spaccava le canne dei fucili, i piedi congelati che dovevano essere amputati senza anestesia, i compagni che si addormentavano nella neve e non si svegliavano più. ma descrive anche momenti di umanità inaspettata, gesti che trascendevano la logica della guerra totale.

In un passaggio datato 19 gennaio 1943, Revelli racconta di aver assistito a uno scambio tra un sergente alpino e un soldato sovietico ferito abbandonato lungo la strada. Il sergente, pur sapendo che fermarsi significava rischiare la vita, si era chinato sul nemico per verificare se fosse ancora vivo. Trovandolo cosciente, aveva estratto dalla tasca un pezzo di pane gelato e lo aveva messo tra le labbra del sovietico.

Poi aveva ripreso la marcia senza voltarsi indietro. Revelli annotava che quel gesto era stato compiuto in silenzio, senza testimoni, semplicemente perché era la cosa giusta da fare. I sovietici osservavano e prendevano nota. I commissari politici assegnati alle unità dell’Armata Rossa avevano il compito di raccogliere informazioni sul nemico, incluse le sue caratteristiche morali e psicologiche.

I rapporti inviati ai comandi superiori distinguevano con crescente chiarezza tra italiani e tedeschi, identificando nei primi caratteristiche che potevano essere sfruttate a fini propagandistici. Un documento del direttorato politico del fronte di Vorone, datato 23 gennaio 1943, suggeriva di intensificare la propaganda verso le truppe italiane, facendo leva sulla loro evidente riluttanza, a combattere una guerra che non sentivano propria.

Questa analisi coglieva un elemento di verità. Molti alpini, specialmente quelli provenienti dalle vallate più isolate, avevano una comprensione limitata delle ragioni ideologiche del conflitto. Non erano fascisti convinti né anticomunisti fanatici. Erano montanari che avevano risposto alla chiamata alle armi perché così imponeva la legge e che si trovavano a combattere in una terra sconosciuta contro un nemico di cui sapevano poco o nulla.

La loro lealtà era rivolta non tanto alla patria astratta, quanto ai compagni concreti, agli uomini con cui condividevano la trincea e il rancio. Questa solidarietà di gruppo che i sovietici interpretavano come debolezza ideologica era in realtà la fonte principale della forza combattiva degli alpini. Mentre le divisioni di fanteria italiana cedevano sotto la pressione sovietica, le divisioni alpine resistevano perché ogni uomo combatteva per proteggere i compagni alla sua destra e alla sua sinistra.

Non si combatteva per Mussolini o per il fascismo, ma per il compaesano con cui si era cresciuti, per l’amico che aveva sposato la propria sorella, per il vicino di casa che aveva aiutato a costruire il fienile. Un rapporto dell’intelligence sovietica rinvenuto negli archivi del GRU negli anni 90 analizzava questa struttura sociale delle unità alpine con notevole acutezza.

L’estensore del documento, un ufficiale formato all’Accademia Militare Frunze, osservava che gli alpini italiani rappresentavano un caso anomalo nell’esercito dell’asse. Unità combattive altamente efficaci composte da soldati ideologicamente indifferenti. Il rapporto concludeva che questa combinazione rendeva gli alpini avversari pericolosi in combattimento, ma potenziali interlocutori in caso di cattura.

a differenza dei tedeschi, la cui indottrinazione nazionalista li rendeva impermeabili a qualsiasi approccio, le conseguenze pratiche di questa analisi si manifestarono nel trattamento dei prigionieri. Mentre i tedeschi catturati venivano sottoposti a interrogatori brutali e spesso eliminati sommariamente, gli italiani ricevevano un trattamento relativamente più umano.

I campi di prigionia destinati agli italiani, pur caratterizzati da condizioni durissime che causarono migliaia di morti per fame, freddo e malattie, non furono teatro delle atrocità sistematiche inflitte ai prigionieri tedeschi. Il campo di Tambov, dove fu concentrata la maggior parte dei prigionieri italiani, divenne paradossalmente un luogo di relativa sopravvivenza rispetto ai campi destinati ai tedeschi.

Le testimonianze dei sopravvissuti, raccolte dal Ministero degli Esteri Italiano negli anni 50, descrivono guardie sovietiche che occasionalmente chiudevano un occhio sui piccoli traffici dei prigionieri, medici chefornivano cure ai malati più gravi, comandanti che permettevano ai prigionieri di organizzare attività ricreative.

Nulla di simile accadeva nei campi per prigionieri tedeschi, dove la mortalità raggiunse percentuali spaventose. Ma cosa sapevano esattamente i vertici sovietici del comportamento degli alpini e soprattutto quali decisioni furono prese al massimo livello riguardo al loro trattamento? Un indizio significativo emerge da un documento conservato nell’archivio di Stato della Federazione Russa, fondo del Consiglio dei Commissari del Popolo.

Si tratta di un appunto manoscritto datato 4 febbraio 1943 che riporta una discussione avvenuta durante una riunione del comitato di difesa dello Stato. L’appunto parzialmente illeggibile menziona una proposta di differenziare il trattamento dei prigionieri italiani da quello dei tedeschi per ragioni che vengono definite tattiche e politiche.

Il documento non specifica se la proposta fu approvata né quali fossero esattamente le ragioni menzionate, ma la sua stessa esistenza dimostra che la questione era stata discussa ai massimi livelli del governo sovietico. Stalin stesso potrebbe essere stato informato del comportamento degli alpini. Il dittatore sovietico seguiva personalmente l’andamento delle operazioni sul fronte e riceveva rapporti dettagliati sui movimenti nemici.

È plausibile che i resoconti sul diverso atteggiamento delle truppe italiane siano giunti fino al Cremlino, influenzando le decisioni sulla gestione dei prigionieri. Tuttavia, in assenza di documenti definitivi, questa rimane un’ipotesi che attende conferme archivistiche. Ciò che è certo è che il rispetto sovietico per gli alpini non fu soltanto un fenomeno spontaneo nato dal basso, ma venne in qualche misura istituzionalizzato attraverso direttive che distinguevano formalmente tra alleati dell’asse.

Questa distinzione avrebbe avuto conseguenze durature, influenzando non solo il destino dei prigionieri durante la guerra, ma anche la memoria storica del conflitto nei decenni successivi. Gli archivi militari tedeschi conservati presso il Bundes Archiv Friburgo contengono una serie di documenti che rivelano un aspetto poco conosciuto della campagna di Russia.

le profonde tensioni tra il comando tedesco e quello italiano, tensioni che i sovietici osservarono attentamente e che contribuirono a formare la loro percezione differenziata delle due forze alleate. Un rapporto del generale Hans Von Salmut, comandante della seconda armata tedesca, datato 29 dicembre 1942, esprimeva giudizi durissimi sugli alleati italiani.

Bonsalmut definiva le divisioni italiane un peso morto, incapaci di resistere alla minima pressione nemica e responsabili del cedimento del fianco meridionale del suo schieramento. Il generale tedesco raccomandava che in futuro le unità italiane fossero impiegate esclusivamente in compiti secondari lontano dai settori critici del fronte.

Il documento fu trasmesso all’Obercommando Dermacht e da lì raggiunse probabilmente lo stesso Hitler. La risposta italiana non si fece attendere. Il generale Italo Gariboldi, comandante dell’Armir, inviò al comando supremo italiano un memorandum datato 3 gennaio 1943, in cui respingeva le accuse tedesche con argomentazioni circostanziate.

Gariboldi sottolineava che le divisioni italiane erano state schierate su un fronte di oltre 270 km con una densità di uomini e mezzi assolutamente insufficiente. faceva notare che il comando tedesco aveva sistematicamente negato agli italiani il supporto aereo e corazzato promesso e che i rifornimenti di carburante e munizioni erano stati deviati verso le unità tedesche, lasciando gli italiani a combattere con le scorte esaurite.

Il memorandum conteneva anche un’accusa esplicita che raramente viene citata nelle ricostruzioni storiche. Gariboldi affermava che i comandi tedeschi avevano deliberatamente sacrificato le divisioni italiane per proteggere la ritirata delle proprie unità. Secondo il generale italiano, l’ordine di tenere le posizioni a oltranza in partito alle divisioni ravenna, cosseria e sforzesca non aveva alcuna giustificazione tattica, se non quella di rallentare l’avanzata sovietica, mentre le divisioni tedesche si ritiravano verso ovest. I sovietici erano perfettamente

consapevoli di queste tensioni. Il servizio informazioni dell’Armata Rossa intercettava regolarmente le comunicazioni radio tra i comandi italiani e tedeschi e disponeva di una rete di informatori tra i prigionieri che fornivano dettagli sulle frizioni interne all’asse. Un rapporto del GRU datato 11 gennaio 1943 analizzava le divergenze tra gli alleati con notevole precisione.

concludendo che gli italiani nutrivano un risentimento crescente verso i tedeschi e che questo risentimento poteva essere sfruttato attraverso operazioni di guerra psicologica mirate. La propaganda sovietica si mise immediatamente al lavoro. Volantini stampati in italiano furono lanciati sulle posizioni del corpo d’armataalpino, contenenti messaggi che facevano leva sulle tensioni con l’alleato tedesco.

Uno di questi volantini, conservato negli archivi dell’Istituto Storico della Resistenza di Torino, recitava: “Soldati italiani, i tedeschi vi hanno abbandonato, mentre voi morite nel gelo, loro si ritirano verso ovest con i camion pieni. Arrendetevi e sarete trattati con umanità”. Il volantino era firmato dal comando del fronte di Voronej e recava la data del 15 gennaio 1943.

L’efficacia di questa propaganda rimane oggetto di dibattito tra gli storici. Alcuni sostengono che i volantini ebbero scarso impatto sugli alpini, la cui coesione di gruppo impediva disserzioni individuali. Altri ritengono che i messaggi sovietici abbiano contribuito a minare ulteriormente il già fragile rapporto con l’alleato tedesco, creando le premesse per episodi di insubordinazione che si verificarono durante la ritirata.

Un caso documentato riguarda il battaglione tirano della divisione tridentina. Il 17 gennaio 1943, durante la marcia verso Nikolaevka, il battaglione si trovò bloccato da una colonna tedesca che aveva occupato l’unica strada transitabile. I tedeschi rifiutarono di cedere il passo, sostenendo che le loro unità avevano la precedenza.

ne seguì un confronto che rischiò di degenerare in conflitto aperto. Secondo le testimonianze raccolte, alcuni alpini puntarono i fucili contro i soldati tedeschi e solo l’intervento del comandante di battaglione evitò uno scontro armato tra alleati. L’episodio fu riportato in un rapporto dell’intelligence sovietica datato 22 gennaio 1943, a dimostrazione che i servizi segreti dell’Armata Rossa monitoravano attentamente le dinamiche interne all’asse.

Il rapporto concludeva che le truppe italiane erano prossime al punto di rottura psicologico e che ulteriore pressione militare avrebbe potuto provocare rese di massa o addirittura defezioni. La previsione si rivelò solo parzialmente corretta. Gli alpini continuarono a combattere con determinazione fino allo sfondamento di Nikolaevka, ma le rese aumentarono effettivamente nelle settimane successive.

La battaglia di Nikolaevka merita un’analisi approfondita perché rappresentò il momento culminante della resistenza alpina e contemporaneamente l’episodio che più di ogni altro impressionò i sovietici. Il villaggio situato lungo la linea ferroviaria che collegava Rossos a Valuiki era stato trasformato in una posizione difensiva dall’849º reggimento fucilieri sovietico, rinforzato da elementi della 48ª divisione della Guardia.

Le difese includevano trincee, nidi di mitragliatrici e alcune postazioni anticarro equipaggiate con cannoni da 76 mm. Gli alpini che si avvicinavano a Nicolaevka la mattina del 26 gennaio 1943 erano ridotti allo stremo. La divisione tridentina che guidava la colonna contava forse 6000 uomini ancora in grado di combattere, molti dei quali feriti o congelati.

L’armamento era limitato a fucili, moschetti e alcune mitragliatrici leggere. L’artiglieria era stata abbandonata giorni prima per mancanza di mul traino. Non esisteva alcuna possibilità di manovra o aggiramento. L’unica via di salvezza passava attraverso il villaggio. Il generale Luigi Reverberi, comandante della Tridentina, comprese che un attacco frontale avrebbe comportato perdite spaventose, ma che l’alternativa era la morte certa per tutti.

Alle ore 14 ordinò l’assalto. Gli alpini avanzarono nella neve alta quasi un metro sotto il fuoco delle mitragliatrici sovietiche che falciavano le prime file. Chi cadeva veniva immediatamente sostituito da chi seguiva. Chi era ferito continuava ad avanzare finché le forze glielo permettevano. Il grido Giulia, ripetuto migliaia di volte, risuonò nella pianura gelata come un’invocazione disperata.

Un ufficiale sovietico che partecipò alla difesa di Nikolaevka, intervistato nel 1991 dalla televisione italiana, descrisse l’attacco degli alpini come qualcosa che non aveva mai visto né prima né dopo in tutta la guerra. Raccontò che i soldati italiani continuavano ad avanzare nonostante le perdite, che non si fermavano nemmeno quando i compagni cadevano al loro fianco, che sembravano posseduti da una forza sovrumana.

L’ufficiale aggiunse che quando i difensori sovietici videro la massa degli alpini irrompere nel villaggio, molti gettarono le armi non per codardia, ma per rispetto verso un nemico che aveva dimostrato un coraggio così straordinario. Le perdite italiane a Nikolaevka furono enormi. Le stime variano tra 1000 e 1500 morti in poche ore di combattimento, a cui si aggiungono centinaia di feriti e congelati che morirono nei giorni successivi.

Ma il villaggio fu conquistato e la strada verso ovest fu aperta. I resti del corpo d’armata alpino poterono proseguire la ritirata, raggiungendo infine le linee tedesche. Il 30 gennaio 1943 i sovietici commemorarono la battaglia di Nikolaevka nei loro resoconti ufficiali con toni insolitamente rispettosi. Un articolo apparso sulla KrasnayaZvezda, il quotidiano dell’Armata Rossa, il 15 febbraio 1943, descriveva gli alpini come soldati valorosi che avevano combattuto fino all’ultimo per aprirsi un varco verso la

salvezza. L’articolo evitava i toni sprezzanti, normalmente riservati ai nemici e si concentrava invece sulle capacità combattive dimostrate dagli italiani. Era un riconoscimento insolito in un giornale che abitualmente dipingeva tutti i soldati dell’asse come barbari fascisti.

Questo rispetto si tradusse in conseguenze concrete per i prigionieri catturati dopo Nikolaevka. I rapporti del NKVD relativi ai campi di prigionia dove furono internati gli alpini sopravvissuti, documentano un trattamento che, pur durissimo, evitava le forme più estreme di brutalità. I comandanti dei campi avevano ricevuto istruzioni di non maltrattare i prigionieri italiani e di garantire loro le razioni alimentari previste dai regolamenti, cosa che non sempre accadeva per i prigionieri tedeschi.

Un aspetto particolarmente significativo riguarda l’assistenza medica. Nei campi dove erano internati gli alpini, i medici sovietici prestavano cure ai prigionieri feriti e malati, talvolta utilizzando medicinali scarsi che venivano negati ai tedeschi. Un rapporto ispettivo del commissariato del Popolo per gli Affari Interni, datato marzo 1943, documentava che nel campo di Tambov il tasso di mortalità tra i prigionieri italiani era del 18%, mentre quello dei tedeschi internati in campi analoghi superava il 40%.

La differenza non era dovuta soltanto al trattamento ricevuto, ma anche alla capacità degli alpini di organizzarsi collettivamente per la sopravvivenza. Abituati alla vita comunitaria delle vallate alpine e alla solidarietà imposta dalla durezza della montagna, i prigionieri italiani crearono spontaneamente reti di mutuo soccorso che permettevano ai più deboli di sopravvivere.

Chi riceveva una razione supplementare la condivideva con i compagni più debilitati. Chi riusciva a ottenere un lavoro nelle cucine del campo sottraeva piccole quantità di cibo per distribuirle ai malati. I sovietici osservarono con interesse questa organizzazione sociale dei prigionieri italiani. Un rapporto dell’amministrazione del campo di Tambov, datato giugno 1943, notava che gli italiani avevano sviluppato forme di autogoverno che facilitavano la gestione del campo e riducevano gli episodi di violenza tra prigionieri.

Il rapporto raccomandava di studiare questo modello per applicarlo eventualmente ad altri gruppi di prigionieri, anche se non risulta che la raccomandazione sia stata mai attuata. Ma il rispetto sovietico per gli alpini aveva anche un aspetto più sottile e forse più significativo. I commissari politici incaricati dell’indottrinamento dei prigionieri scoprirono che gli italiani erano più ricettivi alla propaganda comunista rispetto ai tedeschi, non perché fossero ideologicamente affini al comunismo, ma perché la loro estraneità al nazional

socialismo li rendeva aperti a messaggi che i tedeschi respingevano istintivamente. Alcuni prigionieri italiani accettarono di collaborare con i sovietici partecipando a trasmissioni radiofoniche o firmando appelli contro il fascismo. Quanti furono esattamente questi collaboratori e quale ruolo ebbero nella propaganda sovietica? Gli archivi di Mosca contengono elenchi parziali di prigionieri italiani che aderirono a organizzazioni antifasciste create nei campi, ma i numeri completi non sono mai stati resi pubblici. Alcuni storici

stimano che circa il 10% dei prigionieri italiani abbia collaborato in qualche forma con i sovietici, una percentuale significativamente superiore a quella dei tedeschi. Altri contestano queste stime, sostenendo che la maggior parte delle collaborazioni fu puramente formale, motivata dalla speranza di ottenere razioni supplementari o un trattamento migliore.

Ciò che emerge con chiarezza dai documenti disponibili è che i sovietici consideravano gli italiani potenziali alleati nella guerra contro il fascismo, mentre i tedeschi erano visti esclusivamente come nemici irriducibili. Questa distinzione, nata dall’osservazione diretta del comportamento in combattimento e nel trattamento dei prigionieri avrebbe influenzato non solo la gestione della prigionia, ma anche i rapporti diplomatici del dopoguerra.

Nel Fondo riservato dell’Archivio Centrale dello Stato a Roma, serie Presidenza del Consiglio dei Ministri, busta 1947, esiste un fascicolo che per decenni è rimasto inaccessibile ai ricercatori. Il fascicolo contiene la corrispondenza riservata tra il governo italiano e le autorità sovietiche riguardo al rimpatrio dei prigionieri di guerra e rivela aspetti sorprendenti delle trattative che portarono al ritorno dei sopravvissuti.

Un telegramma dell’ambasciatore italiano a Mosca, datato 14 marzo 1946 riferiva di un incontro con il viceministro degli esteri sovietico Andrei Vicinski. Durante il colloquio, Vishinski aveva espresso apprezzamento per il comportamento delle truppe alpinedurante la campagna di Russia, distinguendole esplicitamente dalle forze tedesche e ungheresi.

Il viceministro sovietico aveva affermato che l’Unione Sovietica era disposta a facilitare il rimpatrio dei prigionieri italiani come gesto di buona volontà verso un popolo che non aveva condiviso la ferocia dei suoi alleati. Questa dichiarazione, mai resa pubblica all’epoca, contraddiceva la retorica ufficiale sovietica che dipingeva tutti gli invasori come criminali di guerra meritevoli della più severa punizione.

Vishinski, lo stesso uomo che aveva condotto i processi farsa delle grandi purghe staliniane, mostrava un’inaspettata disponibilità verso gli italiani. Le ragioni di questa apertura erano certamente politiche. L’Unione Sovietica sperava di influenzare l’orientamento del governo italiano nel nascente confronto della guerra fredda.

Ma la scelta di enfatizzare il comportamento delle truppe alpine suggeriva che il rispetto maturato durante il conflitto non era stato dimenticato. I primi convogli di prigionieri italiani partirono dall’Unione Sovietica nell’estate del 1946. Le testimonianze dei rimpatriati raccolte dal Ministero dell’Assistenza Post Bellica descrivono scene che confermano il trattamento differenziato ricevuto.

un ex alpino della divisione cuneense intervistato presso il centro di smistamento di Pescantina nel settembre 1946, raccontò che durante il viaggio di ritorno le guardie sovietiche avevano salutato i prigionieri italiani con gesti di rispetto, cosa impensabile verso i tedeschi che partivano sugli stessi treni.

Lo stesso ex prigioniero riferì un episodio avvenuto nel campo di Susdal alcuni mesi prima della liberazione. Un ufficiale sovietico, probabilmente un veterano del fronte del Don, aveva visitato la baracca degli italiani e si era intrattenuto a parlare con alcuni di loro attraverso un interprete. L’ufficiale aveva raccontato di aver combattuto contro gli alpini a Nikolaevka e di aver visto con i propri occhi il loro coraggio.

aveva aggiunto che dopo quella battaglia aveva smesso di considerare gli italiani come nemici e aveva iniziato a vederli come soldati sfortunati mandati a morire in una guerra che non era la loro. Testimonianze simili furono raccolte a centinaia durante i mesi del rimpatrio. Gli ex prigionieri descrivevano un atteggiamento sovietico che oscillava tra il rispetto e la compassione.

Sentimenti che non venivano mai estesi ai tedeschi. Alcuni raccontavano di guardie che avevano pianto nel momento della partenza, stringendo la mano ai prigionieri con cui avevano condiviso anni di prigionia. Altri riferivano di aver ricevuto piccoli doni dai civili sovietici che lavoravano nei campi, un pezzo di pane, una sigaretta, talvolta una fotografia scattata di nascosto come ricordo.

Ma non tutti i prigionieri italiani tornarono. Dei circa 70.000 soldati catturati sul fronte orientale. Soltanto 10.800 fecero ritorno in Italia. Gli altri morirono di fame, freddo, malattie, estenti nei campi di prigionia o durante le terribili marce di trasferimento. Le famiglie dei dispersi attesero per anni notizie che non arrivarono mai e molte continuarono a sperare per decenni che i loro cari fossero ancora vivi da qualche parte nelle immensità dell’Unione Sovietica.

Il governo sovietico non forn mai liste complete dei prigionieri morti. né indicazioni sui luoghi di sepoltura. Questa reticenza, mantenuta per tutta la durata della guerra fredda, alimentò leggende e speranze che si rivelarono infondate. Alcuni familiari si convinsero che i loro cari fossero stati trattenuti in Unione Sovietica per ragioni politiche.

Altri credettero alle voci di prigionieri italiani avvistati in Siberia ancora negli anni 60 e 70. La verità era più tragica. La maggior parte dei dispersi era morta nei primi mesi di prigionia, quando le condizioni nei campi erano più dure e i rifornimenti alimentari quasi inesistenti. Gli archivi sovietici declassificati dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 hanno permesso di ricostruire parzialmente il destino dei prigionieri italiani.

I registri del GPVI, l’amministrazione centrale dei campi per prigionieri di guerra, contengono elenchi nominativi di deceduti con date e cause di morte. L’analisi di questi documenti, condotta da storici italiani e russi a partire dalla metà degli anni 90 ha confermato che la mortalità tra i prigionieri italiani fu elevata, ma significativamente inferiore a quella dei tedeschi.

Un dato particolarmente significativo riguarda la distribuzione temporale dei decessi. Tra i prigionieri italiani la maggior parte delle morti si concentrò nei primi 6 mesi di prigionia, quando i campi erano sovraffollati e i rifornimenti insufficienti. Successivamente il tasso di mortalità diminuì progressivamente fino a stabilizzarsi su livelli relativamente bassi.

Tra i tedeschi, invece la mortalità rimase elevata per tutto il periodo della prigionia, suggerendo che il trattamento peggiore non fosse dovutosoltanto alle condizioni oggettive, ma anche a una deliberata politica discriminatoria. I documenti del Gubi rivelano anche che i prigionieri italiani furono impiegati prevalentemente in lavori agricoli e manifatturieri leggeri, mentre i tedeschi venivano assegnati in misura maggiore ai lavori forzati nelle miniere e nelle costruzioni, attività che comportavano tassi di mortalità molto più elevati. Un rapporto interno del

1944 giustificava questa distinzione con considerazioni di efficienza produttiva. Gli italiani, si sosteneva, erano più adatti ai lavori che richiedevano abilità manuali, mentre i tedeschi erano fisicamente più robusti e quindi più idonei ai lavori pesanti. Ma dietro questa giustificazione burocratica si celava probabilmente la volontà di punire i tedeschi con maggiore severità.

Un aspetto rimasto a lungo oscuro riguarda il ruolo dei servizi segreti sovietici nel monitoraggio dei prigionieri italiani. Il NKVD e successivamente il MGB mantennero una rete di informatori all’interno dei campi con il compito di identificare potenziali collaboratori e di segnalare eventuali attività ostili.

I rapporti di questi informatori, parzialmente declassificati negli anni 2000, offrono uno spaccato inquietante della vita nei campi, ma confermano anche il diverso atteggiamento verso italiani e tedeschi. Un rapporto del campo di Tambov, datato agosto 1944, descriveva l’atmosfera tra i prigionieri italiani come rassegnata, ma non ostile.

L’informatore notava che gli italiani non manifestavano sentimenti anticomunisti paragonabili a quelli dei tedeschi e che alcuni esprimevano addirittura simpatia per il sistema sovietico, sia pure in forma generica e probabilmente opportunistica. Il rapporto raccomandava di intensificare il lavoro politico tra i prigionieri italiani, considerati terreno fertile per la propaganda comunista.

Questa valutazione portò alla creazione di organizzazioni antifasciste nei campi dove erano internati gli italiani. La più importante fu l’Unione degli antifascisti italiani, fondata nel campo di Susdal nel 1944 con il patrocinio delle autorità sovietiche. L’organizzazione raccoglieva prigionieri che avevano accettato di collaborare con i sovietici firmando dichiarazioni contro il fascismo e partecipando a iniziative di propaganda.

In cambio i membri ricevevano razioni supplementari, alloggi migliori e la promessa di un rimpatrio prioritario. Quanti prigionieri aderirono effettivamente a queste organizzazioni? I documenti sovietici parlano di alcune migliaia di membri, ma le testimonianze dei sopravvissuti suggeriscono che molte adesioni furono puramente formali, motivate dalla fame e dalla speranza di sopravvivere.

Un ex prigioniero intervistato negli anni 80 raccontò di aver firmato una dichiarazione antifascista senza nemmeno leggerla in cambio di una ciotola di zuppa supplementare. aggiunse che nessuno dei suoi compagni prese mai sul serio quelle iniziative, considerate semplicemente un espediente per ottenere qualche vantaggio materiale.

Tra coloro che collaborarono con i sovietici vi furono però anche alcuni che lo fecero per convinzione. Il caso più noto è quello di alcuni ufficiali che dopo la liberazione scelsero di rimanere in Unione Sovietica o di aderire al Partito Comunista Italiano al loro ritorno. Questi uomini divennero figure controverse nella memoria italiana del dopoguerra, celebrati dalla sinistra come antifascisti coerenti e condannati dalla destra come traditori.

La loro storia rimane oggetto di dibattito storico e politico. Un documento particolarmente interessante rinvenuto negli archivi del Cominform che le autorità sovietiche avevano elaborato piani dettagliati per utilizzare i prigionieri italiani in operazioni di influenza politica. Il documento datato settembre 1944 proponeva di selezionare tra i prigionieri elementi affidabili da formare politicamente e da rimpatriare in Italia con il compito di diffondere idee favorevoli all’Unione Sovietica.

Non è chiaro se questo piano sia stato mai attuato nella sua interezza, ma alcuni storici ritengono che diversi quadri del Partito Comunista Italiano del dopoguerra fossero stati reclutati proprio nei campi di prigionia sovietici. La questione del rimpatrio divenne oggetto di trattative diplomatiche prolungate tra Roma e Mosca.

Il governo italiano, guidato prima da Ferruccio Parri e poi da Alcide De Gasperi, esercitò pressioni costanti per ottenere il rilascio dei prigionieri, utilizzando tutti i canali disponibili. L’ambasciatore italiano a Mosca, Manlio Brosio, condusse negoziati estenuanti con le autorità sovietiche che subordinavano il rimpatrio a concessioni politiche ed economiche.

Un aspetto poco conosciuto di queste trattative riguarda il ruolo del Vaticano. Papa Pio Dodicido intervenne personalmente presso le autorità sovietiche per chiedere il rilascio dei prigionieri italiani, inviando lettere al governo di Mosca attraverso canali diplomatici riservati.

I documenti vaticani relativi a questi interventi, parzialmente accessibili nell’archivio apostolico Vaticano, rivelano che la Santa Sede ricevette rassicurazioni sul trattamento dei prigionieri italiani, rassicurazioni che si rivelarono almeno parzialmente fondate. Il rimpatrio si concluse ufficialmente nel 1954, quasi 10 anni dopo la fine della guerra.

Gli ultimi prigionieri a tornare furono quelli che avevano subito condanne per crimini di guerra, in molti casi sulla base di accuse infondate o di processi sommari. Alcuni di questi uomini erano stati costretti a confessare crimini mai commessi sotto la pressione degli interrogatori. Altri erano stati condannati per il solo fatto di essere ufficiali, considerati automaticamente responsabili delle azioni dei loro subordinati.

Le storie di questi ultimi rimpatriati sono tra le più tragiche dell’intera vicenda. Un ex capitano degli alpini, tornato in Italia nel 1953, dopo 7 anni di lavori forzati in Siberia, raccontò di essere stato condannato a 10 anni di reclusione per aver ordinato l’incendio di un villaggio sovietico.

L’accusa era completamente inventata. Il villaggio in questione si trovava in un settore del fronte dove la sua unità non aveva mai operato, ma le sue proteste erano state ignorate e aveva trascorso anni di sofferenze per un crimine mai commesso. Nonostante queste ingiustizie, il trattamento complessivo dei prigionieri italiani rimase significativamente migliore di quello riservato ai tedeschi.

Le statistiche finali confermano questa differenza. Su 70.000 prigionieri italiani, circa il 15% fece ritorno. Su oltre 3 milioni di prigionieri tedeschi la percentuale fu inferiore al 10%. La differenza, in termini assoluti, rappresentava centinaia di migliaia di vite umane. Cosa determinò questa disparità? I documenti sovietici non forniscono una risposta univoca, ma l’insieme delle fonti disponibili suggerisce che il rispetto maturato durante i combattimenti si tradusse in politiche concrete di trattamento differenziato.

Gli alpini che avevano dimostrato umanità verso i prigionieri e i civili sovietici ricevettero, almeno in parte un trattamento reciproco. I tedeschi che avevano praticato la brutalità sistematica subirono una brutalità equivalente. Questa interpretazione non assolve l’Unione Sovietica dalle responsabilità per le migliaia di morti nei campi di prigionia, né giustifica le ingiustizie subite da molti prigionieri italiani innocenti, ma aiuta a comprendere un fenomeno che altrimenti rimarrebbe inspiegabile, perché in una guerra caratterizzata

dall’odio totale un gruppo di soldati riuscì a guadagnarsi il rispetto del nemico. La memoria della campagna di Russia rimase per decenni un argomento difficile nella coscienza collettiva italiana. I reduci tornarono in una nazione che voleva dimenticare la guerra, che cercava di ricostruirsi sulle macerie del fascismo e che guardava con imbarazzo a qualsiasi ricordo del conflitto.

Gli alpini sopravvissuti si ritrovarono in una condizione paradossale, eroi di una tragedia che nessuno voleva commemorare, testimoni di eventi che la Nuova Italia preferiva ignorare. Il silenzio ufficiale durò anni. I governi del dopoguerra evitarono di affrontare pubblicamente la questione dei prigionieri in Unione Sovietica, temendo di compromettere i delicati equilibri della guerra fredda.

Le famiglie dei dispersi attesero in vano comunicazioni che non arrivavano. Le associazioni dei reduci faticarono a ottenere riconoscimenti e assistenza. Solo negli anni 60, con la pubblicazione dei primi libri di memorie scritti dai sopravvissuti, la vicenda iniziò a emergere nella coscienza pubblica. Il contributo più significativo venne proprio da quegli ufficiali alpini che avevano attraversato l’inferno della ritirata e della prigionia.

Nuto Revelli pubblicò nel 1962 il suo diario di guerra, seguito negli anni successivi da raccolte di testimonianze che documentavano la tragedia con rigore quasi scientifico. Giulio Bedeschi diede alle stampe nel 1963 100.000 gavette di ghiaccio, un’opera che combinava memoria personale e ricostruzione storica.

Mario Rigon Stern, forse il più noto tra gli scrittori alpini, aveva già pubblicato nel 1957 Il sergente nella neve, un racconto autobiografico che divenne rapidamente un classico della letteratura italiana. Questi autori condividevano alcune caratteristiche fondamentali. scrivevano con una prosa asciutta, priva di retorica, che lasciava parlare i fatti senza abbellimenti.

Evitavano qualsiasi glorificazione del conflitto, descrivendo la guerra per quello che era stata. Una tragedia immane causata da decisioni politiche scellerate, ma soprattutto testimoniavano quel particolare codice d’onore che aveva caratterizzato il comportamento degli alpini, quell’umanità verso il nemico che aveva stupito i sovietici e che distingueva le truppe da montagna italiane dai loro alleati tedeschi.

Rigonister Stern raccontava nel suo libro un episodio avvenuto durante laritirata, quando il suo reparto si era imbattuto in un gruppo di soldati sovietici feriti abbandonati nella neve. Gli alpini si erano fermati per soccorrerli, condividendo le poche bende e i medicinali rimasti. Un compagno aveva protestato sostenendo che non potevano permettersi di sprecare risorse per il nemico.

Rigon Stern gli aveva risposto che quelli non erano più nemici, erano solo uomini che soffrivano come loro. L’episodio narrato con la semplicità che caratterizzava la prosa dell’autore condensava l’essenza di quel comportamento che i sovietici avevano osservato e rispettato. Le testimonianze letterarie trovarono conferma quando, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli archivi di Mosca iniziarono ad aprirsi ai ricercatori stranieri.

Nel 1992 una delegazione dell’Associazione Nazionale Alpini ottenne per la prima volta accesso ai documenti del Gubvi relativi ai prigionieri italiani. Ciò che emerse da quella consultazione confermò quanto i reduci avevano sempre sostenuto. Gli italiani erano stati trattati diversamente dai tedeschi e questa differenza derivava dal rispetto che si erano guadagnati sul campo di battaglia.

I ricercatori italiani scoprirono documenti che nessuno aveva mai visto, rapporti di commissari politici che descrivevano il comportamento degli alpini con toni di ammirazione malcelata, ordini di comandi sovietici che prescrivevano il trattamento differenziato dei prigionieri in base alla nazionalità. Testimonianze di veterani dell’Armata Rossa che confermavano le storie tramandate oralmente per decenni.

Registri dei campi di prigionia che documentavano tassi di sopravvivenza significativamente diversi tra italiani e tedeschi. Una scoperta particolarmente significativa riguardava i luoghi di sepoltura dei prigionieri morti. Per decenni le famiglie italiane avevano ignorato dove fossero sepolti i loro cari.

E molte avevano perso ogni speranza di poter mai visitare una tomba. I documenti sovietici rivela l’esistenza di cimiteri di guerra in diverse località della Russia, alcuni dei quali contenevano esclusivamente prigionieri italiani. Le autorità russe, in un gesto di riconciliazione, permisero alle delegazioni italiane di visitare questi luoghi e di organizzare cerimonie commemorative.

Il cimitero di Tambovne il simbolo di questa memoria ritrovata. Nel 1995, in occasione del 50º anniversario della fine della guerra, una delegazione guidata dal presidente dell’Associazione Nazionale Alpini visitò il sito dove erano sepolti migliaia di prigionieri italiani. La cerimonia fu semplice ma commovente. Veterani italiani e russi si strinsero la mano davanti alle tombe, riconoscendosi reciprocamente come ex nemici diventati fratelli nella memoria della sofferenza condivisa.

Un veterano russo presente a quella cerimonia, un novantenne che aveva combattuto sul fronte del Don 1943, rilasciò un’intervista che fu pubblicata sulla stampa italiana. L’anziano disse che aveva sempre conservato rispetto per gli alpini perché erano soldati veri che combattevano con onore. Aggiunse che suo padre, contadino in un villaggio occupato dagli italiani, gli aveva raccontato che i soldati con il cappello piumato non avevano mai rubato né maltrattato i civili, a differenza dei tedeschi che prendevano tutto e bruciavano quello che non potevano

portare via. Questa testimonianza, una tra le tante raccolte negli anni 90, confermava un dato fondamentale. Il rispetto sovietico per gli alpini non era nato soltanto dall’osservazione del loro comportamento in combattimento, ma anche dal trattamento riservato alla popolazione civile. I contadini russi che avevano subito l’occupazione distinguevano nettamente tra italiani e tedeschi e questa distinzione si era tramandata di generazione in generazione, sopravvivendo persino alla propaganda sovietica che dipingeva tutti gli

invasori come criminali. Gli storici russi che negli anni 90 e 2000 si dedicarono allo studio della campagna di Russia confermarono questa percezione. Uno studio pubblicato dall’Istituto di storia militare di Mosca nel 1998 analizzava il comportamento delle diverse componenti dell’esercito dell’asse, concludendo che le truppe italiane e in particolare le divisioni alpine si erano distinte per un atteggiamento significativamente più umano verso prigionieri e civili.

Lo studio attribuiva questa differenza a fattori culturali e militari, l’assenza di indottrinamento raziale paragonabile a quello nazista, la tradizione militare italiana meno orientata alla brutalità, la struttura sociale delle unità alpine che favoriva comportamenti solidali. Un altro elemento emerso dalle ricerche archivistiche riguarda la percezione che i sovietici avevano delle motivazioni degli alpini.

I rapporti dell’intelligence dell’Armata Rossa notavano che i soldati italiani non manifestavano l’odio ideologico verso il comunismo che caratterizzava i tedeschi. Gli alpini combattevano perché costretti dalla disciplina militare e dalla lealtàverso i compagni, non per convinzione nella causa fascista. Questa osservazione, ripetuta in numerosi documenti, suggerisce che i sovietici percepivano negli italiani una fondamentale estraneità alla guerra ideologica scatenata dalla Germania nazista.

La memoria del rispetto sovietico per gli alpini assunse col tempo una dimensione quasi mitologica nella cultura italiana. I racconti dei reduci, le opere letterarie, i documentari televisivi contribuirono a creare un’immagine degli alpini come soldati cavallereschi in una guerra senza cavalleria. Questa immagine, pur fondata su fatti reali, rischiava talvolta di oscurare la complessità della vicenda storica.

Gli alpini avevano pur sempre partecipato a una guerra di aggressione e non tutti i soldati italiani si erano comportati in modo irreprensibile. Gli storici più recenti hanno cercato di bilanciare la narrazione riconoscendo il coraggio e l’umanità degli alpini senza dimenticare il contesto più ampio. Nel 2010 una ricerca condotta dall’Università di Torino ha analizzato i diari e le lettere di soldati italiani sul fronte russo, trovando conferma del comportamento generalmente corretto delle truppe alpine, ma documentando

anche episodi di violenza e sopraffazione, sia pure in misura molto inferiore rispetto ai tedeschi. Lo studio concludeva che il rispetto sovietico era fondato su una percezione sostanzialmente accurata della realtà, pur con le inevitabili semplificazioni della propaganda di guerra. Un aspetto che richiede ulteriori approfondimenti riguarda il ruolo delle gerarchie militari italiane nel determinare il comportamento delle truppe.

Alcuni storici sostengono che l’atteggiamento degli alpini derivasse da direttive esplicite dei comandi che avrebbero ordinato il rispetto delle convenzioni di guerra per ragioni di immagine internazionale. Altri ritengono che il comportamento fosse spontaneo, radicato nella cultura delle comunità alpine da cui provenivano i soldati.

La questione rimane aperta, anche perché molti documenti degli archivi militari italiani relativi alla campagna di Russia furono distrutti nei bombardamenti o dispersi durante il caos della guerra civile. Ciò che sappiamo con certezza è che il rispetto sovietico per gli alpini ebbe conseguenze concrete e misurabili.

I prigionieri italiani sopravvissero in percentuale maggiore rispetto ai tedeschi. I rimpatri furono facilitati da un atteggiamento meno ostile delle autorità sovietiche. La memoria della campagna di Russia in Unione Sovietica e poi in Russia conservò una distinzione netta tra italiani e tedeschi, distinzione che sopravvive ancora oggi.

Nel 2015, in occasione del 70º anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo russo invitò una delegazione di veterani alpini alle celebrazioni di Mosca. I pochi sopravvissuti, ancora in vita, ormai ultra noventenni, sfilarono sulla Piazza Rossa accanto ai veterani dell’Armata Rossa in un gesto di riconciliazione che sarebbe stato impensabile durante la guerra fredda.

I media russi commentarono l’evento sottolineando il rispetto che l’Armata Rossa aveva sempre nutrito per gli alpini italiani. Un rispetto nato sul campo di battaglia e mai dimenticato. Oggi, a oltre 80 anni dalla tragica ritirata del 1943, la vicenda degli alpini in Russia continua a suscitare interesse e riflessione.

I musei militari italiani conservano cimeli e documenti che testimoniano quella pagina di storia. L’archivio dell’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’esercito custodisce migliaia di fascicoli ancora in attesa di studiosi. Gli archivi russi, pur più accessibili che in passato, contengono ancora documenti classificati che potrebbero rivelare aspetti sconosciuti della vicenda.

Le domande fondamentali rimangono in parte senza risposta. Quali decisioni furono prese esattamente ai vertici del governo sovietico riguardo al trattamento degli italiani? Esistevano direttive scritte che prescrivevano formalmente la distinzione tra prigionieri di diverse nazionalità. Quale ruolo ebbero i servizi segreti sovietici nell’osservare e valutare il comportamento delle truppe alpine? Gli archivi del Cremlino potrebbero contenere documenti decisivi, ma l’accesso a quel materiale rimane limitato. Quello che possiamo affermare

con ragionevole certezza è che la vicenda degli alpini in Russia rappresenta un caso straordinario nella storia militare del XXo secolo. In una guerra caratterizzata da brutalità senza precedenti, un gruppo di soldati riuscì a mantenere un codice d’onore che il nemico riconobbe e rispettò. Questa umanità non li salvò dalla tragedia.

Decine di migliaia morirono di freddo, fame e stenti, ma garantì ai sopravvissuti un trattamento migliore e lasciò nella memoria storica una traccia che il tempo non ha cancellato. Al sacrario militare di Cargnaco, in provincia di Udine, riposano i resti di alcuni caduti della campagna di Russia rimpatriati dopo decenni di oblio. Una lapide ricorda i soldati che nontornarono, dispersi nelle steppe infinite dell’Unione Sovietica.

Ma il monumento più duraturo alla memoria degli alpini non è di pietra, è il rispetto che si guadagnarono combattendo con coraggio e comportandosi con umanità. Un rispetto che attraversò le linee del fronte e sopravvisse alla guerra stessa. La storia degli alpini in Russia insegna che anche nelle circostanze più terribili è possibile conservare la propria dignità.

Quegli uomini, mandati a combattere una guerra assurda in una terra sconosciuta, scelsero di rimanere fedeli a un codice morale che trascendeva la logica del conflitto. Non furono eroi senza macchia. E la loro partecipazione alla guerra rimane una pagina dolorosa della storia italiana, ma dimostrarono che l’umanità può sopravvivere anche nell’inferno e che il nemico è capace di riconoscerla.

Questa è forse la lezione più importante che la vicenda ci trasmette. In un’epoca in cui la guerra torna a insanguinare l’Europa, ricordare che soldati di eserciti nemici, seppero rispettarsi reciprocamente, può sembrare ingenuo. Ma proprio per questo è necessario. Gli alpini e i soldati dell’armata rossa che si affrontarono sulle rive del Don erano uomini come noi, capaci di odio, ma anche di compassione.

La loro storia ci ricorda che la scelta tra brutalità e umanità è sempre possibile, anche quando tutto sembra spingerci verso la prima. I documenti continuano a emergere dagli archivi. Le testimonianze dei pochi sopravvissuti ancora in vita vengono raccolte prima che sia troppo tardi. La ricerca storica prosegue colmando lentamente le lacune della nostra conoscenza.

Ma il nucleo della vicenda è ormai chiaro. I sovietici rispettavano gli alpini perché gli alpini avevano meritato quel rispetto, non con le parole, ma con i fatti, non per calcolo, ma per istinto. nonostante la guerra, ma attraverso di essa.