Sono la madre di un santo e tre giorni prima che mio figlio morisse mi disse qualcosa che non aveva alcun senso. Aveva 15 anni, stava morendo di leucemia, magro, pallido, senza capelli. Mi prese la mano, mi guardò negli occhi e disse: “Mamma, io me ne andrò, ma tu non resterai sola. Arriveranno due bambine per te da amare e da custodire”.

Pensai fosse il delirio della febbre.  Pensai che fossero i farmaci della chemioterapia a farlo parlare senza senso. Ma Carlo non delirava. stava profetizzando. Prima di continuare voglio chiederti di iscriverti al canale e di far parte di questa catena di fede. Se ti dicessi che mio figlio sul letto di morte ha previsto la nascita delle mie figlie gemelle, mi crederesti? Se ti dicessi che le ha descritte nei dettagli anni prima che esistessero lo riterresti possibile? E se ti rivelassi che queste due bambine sono nate lo stesso giorno

in cui Carlo avrebbe compiuto gli anni, capiresti  che Dio non ci lascia mai vuoti quando ci toglie qualcosa? Mi chiamo Antonia, sono nata in una famiglia cattolica  tradizionale, ma dalla fede tiepida. Mi sono sposata con Andrea. Abbiamo avuto Carlo nel 1991 a Londra e per 15 anni la mia vita  è stata essere la sua mamma.

Carlo non era un bambino come gli altri. Fin da piccolo aveva qualcosa di diverso. A 3  anni mi chiedeva di entrare nelle chiese. A 7 anni iniziò ad andare a messa ogni giorno, ogni singolo giorno, prima della scuola. si svegliava presto, mi chiamava e andavamo.  Recitava il rosario, visitava i senzatetto, program, mava siti sui miracoli eucaristici.

Aveva una frase che ripeteva sempre: “Tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie”. Lui non voleva essere una fotocopia e non lo è stato. La mia routine era semplice  svegliarsi, preparare la colazione, portare Carlo a messa, accompagnarlo a scuola, lavorare, andarlo a prendere, cenare in famiglia, recitare il rosario insieme, dormire e ricominciare.

Ero felice non di quella felicità esplosiva, piena di avventure, ma di quella felicità calma, profonda, completa. Avevo mio marito, avevo mio  figlio, avevo la mia famiglia. Carlo era la mia gioia. >>  >> Mi faceva ridere con le sue battute sulla programmazione. Mi insegnava santi di cui non avevo mai sentito parlare.

Mi riportava alla fede quando mi distraevo. Era il mio migliore amico e poi tutto è crollato. Aprile 2006. Carlo iniziò a lamentare forti mal di testa.  All’inizio niente di grave, antidolorifici, riposo, ma i dolori peggiorarono. Maggio, giugno, luglio,  vertigini, vomito, pallore, medici, esami.

Risonanze  settembre 2006, la diagnosi. Leucemia acuta promielocitica, fulminante, con metastasi cerebrali. Quando il medico ci comunicò la diagnosi, io crollai.  Andrea mi strinse la mano. Carlo Carlo rimase calmo, guardò il medico e chiese quanto  tempo mi resta. Il medico esitò. Settimane, forse giorni.

Carlo annuì. Allora  devo vivere ogni secondo. Aveva 15 anni ed era più maturo di me. Nei giorni successivi Carlo continuò a vivere. Andava a messa, riceveva l’eucaristia. recitava il rosario, non si lamentava del dolore, non piangeva, non aveva paura,  diceva: “Mamma, l’Eucaristia è la mia autostrada verso il cielo” e io gli credevo perché lo vedevo nei suoi occhi.

Pace,  una pace che non veniva da lui, veniva da Dio. Ma dentro io stavo  morendo insieme a lui. Ogni notte, quando Carlo dormiva, andavo nella mia stanza e piangevo  in silenzio perché non mi sentisse. Piangevo chiedendo a Dio, “Ti prego, non portarmelo via, ti  prego.” Ma Dio non rispose come volevo io.

Dio aveva un altro piano e fu tre giorni prima della morte di Carlo che lui mi disse qualcosa che avrebbe cambiato la mia vita per sempre, qualcosa che allora non capi, ma che anni dopo avrei compreso  perfettamente. 9 ottobre 2006. Carlo era ricoverato in ospedale da tre settimane.

Le cure non funzionavano,  la leucemia era troppo aggressiva, troppo veloce. I medici avevano provato di tutto: chemioterapia, trasfusioni, farmaci sperimentali, ma il suo corpo non rispondeva.  Quella mattina, quando entrai nella sua stanza, era sveglio, seduto sul letto, guardava fuori dalla finestra.

La luce del sole entrava dolce, dorata,  illuminando il suo volto pallido. Aveva perso tutti i capelli, era magro,  debole, ma gli occhi gli occhi continuavano a brillare. “Buongiorno, figlio mio”, dissi cercando di sorridere. Si voltò verso di me e sorrise.  “Buongiorno, mamma!” Mi sedetti accanto al letto e gli presi la mano.

“Come stai?” Bene”, disse tranquillo. “Bene”,  ripetei trattenendo le lacrime. “Carlo, sei in ospedale? Sei malato? Come puoi dire  che stai bene?” Mi strinse la mano. “Mamma, sto bene perché Gesù è con me. Lo sento qui sempre”. Non riuscì a trattenermi. Scoppiai a piangere.

“Carlo, figlio mio, io non voglio che tu vada via”. Lui asciugò le mie lacrime con l’altra mano.  Lo so, mamma, ma credo che stia arrivando il momento.  Il mio cuore si fermò. Non dire così, Carlo, ti prego.  Mamma, disse con fermezza, ma con amore. Dobbiamo parlare di quello che succederà dopo. Dopo cosa? Dopo che io partirò.

Scossi la testa. Non volevo sentire. Carlo, per favore. Mamma, ascoltami.  Devo dirti una cosa importante. Respirai profondamente,  asciugai le lacrime. Va bene, ti ascolto. Mi guardò con quello sguardo profondo, maturo,  pieno di qualcosa che non sapevo nominare. Mamma, io me ne andrò, questo è  certo, ma tu non resterai sola.

Ho tuo padre, Carlo o Andrea. Lo so. Ma non è solo questo. Si fermò, guardò  di lato come se vedesse qualcosa che io non vedevo. Poi tornò a guardarmi e disse: “Ariveranno due bambine per te da amare e da custodire.” Sbattei  le palpebre. “Due bambine? Come sarebbe? Due bambine, mamma, arriveranno  e tu le amerai come hai amato me.

” Non capivo nulla. Carlo,  di cosa stai parlando? Quali bambine? Lui sorrise. Capirai  quando sarà il momento, capirai. Pensai fosse la febbre o i farmaci. Figlio mio, sei stanco. Riposa un po’. Ma lui mi strinse la mano con forza, più forte di quanto mi aspettassi. Mamma, non sto delirando, ti sto dicendo la verità. Gesù me l’ha mostrato.

Gesù me l’ha mostrato. Quelle parole mi rimasero dentro. Gesù te l’ha mostrato Carlo  annuì. Sì, l’ho visto in una visione due bambine  piccole, somiglianti e tu le tenevi in braccio e sorridevi. Iniziai a tremare somiglianti. Come? Uguali, mamma,  uguali. Gemelle. Stava parlando di gemelle.

Carlo, io io non  capisco. Non avrò altri figli. Ho 43 anni. Io e tuo padre ne abbiamo già parlato. Lui sorrise di nuovo. Quel sorriso calmo, pacato. Dio ha altri piani, mamma. Non seppi cosa dire. Rimasi lì in silenzio, stringendogli la mano. Poi disse qualcosa che mi spezzò  il cuore. Mamma, quando io partirò non restare triste troppo a lungo,  perché io resterò vicino e ti manderò le bambine come un dono, come un segno che non ti ho mai lasciata sola.

Crolla, piansi come non avevo mai pianto davanti a lui. Lui mi abbracciò debole ma saldo.  Mamma, va tutto bene, va tutto bene. Ci sono parole che si capiscono solo anni dopo. Promesse che sembrano follia nel momento in cui vengono fatte, ma che  al tempo giusto diventano chiarissime. Quella sera raccontai ad Andrea ciò che Carlo aveva detto.

Eravamo nel corridoio dell’ospedale da soli, stanchi. Andrea, oggi Carlo  ha detto una cosa strana. Cosa? Ha detto che arriveranno due bambine  perché io le ami e me ne prenda cura. Andrea mi guardò confuso. Due bambine cosa significa? Non lo so. Ha detto che sono gemelle, che Gesù gliel’ha mostrato. Andrea  sospirò.

Antonia è molto sedato, forse è confuso, ma sembrava così sicuro, così convinto. Andrea mi abbracciò. Affidiamoci a Dio, qualunque cosa significhi. Due giorni dopo, l’11 ottobre, Carlo peggiorò. Ebbero un’emorragia interna.  Fu portato in terapia intensiva, sedato, intubato. Non potei più parlargli, potevo solo stringergli la mano e pregare.

La notte dell’11 ottobre rimase accanto al suo letto tutta  la notte. Io tenevo la sua mano sinistra, Andrea alla destra. Il monitor cardiaco suonava regolare, costante,  ma io lo sapevo. Sapevo che quel suono presto si sarebbe fermato. Alle 6:45 del mattino del 12 ottobre 2006  il cuore di Carlo si fermò.

Ero io a tenergli la mano quando accadde. Il monitor suonò all’impazzata.  I medici entrarono correndo. Massaggio cardiaco, adrenalina,  scariche. Ma Carlo non tornò. Dopo 15 minuti il medico si fermò, mi guardò,  scosse la testa. Mi dispiace, io non urlai, non piansi in quel momento.

Rimasi lì a guardare il volto di mio figlio. Era in pace,  pallido, magro, ma in pace, come se si fosse appena svegliato da un bel sogno. Andrea mi abbracciò. Piangemmo insieme per ore. Quando uscimmo dall’ospedale il sole era già alto. Il mondo continuava normale, indifferente. La gente andava al lavoro, rideva, parlava e io io avevo appena perso mio figlio.

Seppellimmo Carlo il 13 ottobre ad Assisi. Era una sua richiesta. Voleva stare vicino a San Francesco. Centinaia di persone parteciparono  al funerale. Di quel giorno ricordo pochissimo. Ricordo solo di fissare la  bara e pensare come farò a vivere senza di lui? Nei mesi successivi vissi in automatico. Mi svegliavo,  pregavo, piangevo, dormivo.

Mi svegliavo, pregavo, piangevo, dormivo. La casa era vuota, la stanza di Carlo  intatta, le sue scarpe in un angolo, il computer  spento, i vestiti appesi, tutto come l’aveva lasciato. Andavo alla sua tomba ogni settimana, misedevo lì, gli parlavo. Carlo, figlio mio, hai detto che non sarei rimasta sola,  ma io lo sono.

Sono così sola. Andrea cercava di consolarmi, ma anche lui era distrutto. Vivevamo nel lutto insieme, ma soli. Passò un anno, poi due, poi tre. Il dolore non passava. Imparai a convivere con lui, ma non se ne andò mai. E poi accadde  qualcosa. Nel 2010, 4 anni dopo la morte di Carlo, scoprì qualcosa che cambiò tutto, qualcosa che mi sembrò impossibile,  qualcosa che mi fece ricordare per la prima volta dopo anni quella conversazione strana  che Carlo aveva avuto con me tre giorni prima di morire. 4 anni dopo la sua morte non mi

ero ancora ripresa. Dicono che il tempo guarisce, ma non è vero. Il tempo non  guarisce. Il tempo insegna solo a convivere con il dolore. Continuavo ad andare alla sua tomba ogni settimana. Continuavo a entrare nella sua stanza  e a sedermi sul letto. Continuavo a guardare le foto e a piangere.

Andrea mi  diceva: “Antonia, devi Carlo non vorrebbe vederti così. Ma come si vive senza un figlio? Come vive una madre dopo aver seppellito suo figlio? Pregavo ogni giorno, messa, rosario, adorazione, ma era tutto  meccanico. Le labbra si muovevano, ma il cuore era spento. Ero viva, ma non stavo vivendo. Fino a quando, nel marzo del 2010, iniziò ad accadere qualcosa di strano.

Cominciai ad avere nausea,  soprattutto al mattino. Mi svegliavo con lo stomaco sotto sopra, con voglia di vomitare. Pensai fosse gastrite, stress,  depressione, ma non passava. Dopo due settimane Andrea insistette: “Antonia, vai dal medico, devi fare degli esami”. Ci andai senza voglia,  senza aspettative.

Il medico prescrisse analisi del sangue e un’ecografia addominale. Feci tutto. Una settimana dopo tornai per i risultati. Quando entrai nello studio, il medico stava guardando il computer. Alzò lo sguardo, mi guardò e sorrise. Signora  Cutis, congratulazioni! Agrottai la fronte. Congratulazioni per cosa? Lei è incinta.

Mi bloccai. Cosa? Incinta. Circa 8 settimane.  Iniziai a ridere. Nervosa, incredula. Dottore, è impossibile. Ho 47 anni, non posso essere incinta. E invece lo è, disse girando  lo schermo verso di me. E lì c’era un’ecografia, una camera gestazionale piccola  ma reale. Usc dallo studio sotto shock, entrai in  macchina, mi sedetti e rimasi lì ferma, senza riuscire a capire, incinta a 47 anni,  4 anni dopo la morte di mio figlio.

Quando arrivai a casa, Andrea  era in salotto. Allora, cosa ha detto il medico? Lo guardai ancora sconvolta. Sono incinta. Silenzio. Andrea sbatte le palpebre due volte. Tu sei cosa? Incinta. Si alzò, venne verso di me. Antonia. È è vero. Gli mostrai l’ecografia, prese il foglio, guardò, riguardò, poi mi abbracciò  e piane. Dio! sussurrò.

Dio ci sta dando un’altra possibilità. Ma io non ero felice, non ancora. Ero confusa, spaventata. Come avrei potuto  essere di nuovo madre? Come avrei potuto amare un altro figlio senza sentire di tradire Carlo? Quella notte non dormì, fissavo il soffitto, pensavo e poi mi ricordai. Carlo, la conversazione. Tre giorni prima di morire.

Arriveranno due bambine per te da amare e da custodire. Due bambine. Mi sedetti di scatto sul letto. Due. Lui aveva detto due. Il giorno dopo tornai dal medico. Dottore, devo fare un’ecografia più dettagliata.  Perché? C’è qualche problema? No, devo solo sapere  quanti bambini ci sono.” Mi guardò incuriosito.

“Lei pensa che siano gemelli?” “Non lo so, ma devo saperlo.”  Fissò un’ecografia morfologica per la settimana successiva. Quella settimana fu la più lunga della mia vita. Pregavo, chiedevo segni, cercavo di capire. Il giorno dell’ecografia io e Andrea entrammo insieme. La dottoressa mise il gel sulla pancia, appoggiò il trasduttore e rimase in silenzio, guardando lo schermo, muovendo la sonda, guardando di nuovo. Poi sorrise.

Signora Acutis, lei aspetta due gemelle. Smisi di respirare. Cosa?  Gemelle. Due bambine qui e qui indicò lo schermo. Due piccole forme, due cuori che battevano. Due. Andrea mi strinse la mano, io lo guardai e poi crollai.  Piansi, come non avevo mai pianto. Ma questa volta non era solo dolore, era stupore, gratitudine, paura, tutto insieme.  Carlo lo sapeva.

Sussurrai tra i singhiozzi. Andrea Carlo lo sapeva.  Sapeva cosa? Che sarebbero state due, me l’ha detto tre giorni prima di morire.  Andrea impallidì. Lui lui te l’ha detto davvero? Sì.  E io ho pensato che fosse delirio, ma non lo era. Stava prevedendo, lo  sapeva. La dottoressa ci guardò confusa.

State bene? Andrea annuì. Sì, è solo una storia lunga. Quando uscimmo dallo studio tremavo ancora. Entrai in macchina, chiusi gli occhi e dissi  ad alta voce, come se Carlo potesse sentirmi: “Carlo, figlio mio, tulo sapevi da sempre”. E allora accadde  qualcosa, lo senti, un calore nel petto, una pace che non provavo da anni, come se qualcuno mi stesse abbracciando e udì, non con le orecchie.

Ma con il cuore la voce di Carlo.  Te l’avevo detto, mamma, non saresti rimasta sola. Alcuni doni arrivano avvolti nel dolore, ma restano comunque doni. I mesi successivi furono strani. Ero incinta a 47 anni di gemelle. I medici mi avvertirono  dei rischi. Gravidanza a rischio, età avanzata, possibili complicazioni, ma io non avevo paura.

Perché lo sapevo, quelle bambine erano un miracolo, erano la promessa di Carlo che si compiva.  Man mano che la pancia cresceva, cresceva anche qualcosa dentro di me,  la speranza. Per la prima volta dopo 4 anni tornai a sperare. Parlavo con loro ogni giorno. Vi ha mandate vostro fratello,  è in cielo e ha chiesto a Dio di mandarvi da me.

Appoggiavo la mano sulla pancia. e sentivo i calci, due calci, due vite, due promesse,  ma dentro di me c’era ancora qualcosa di pesante, la colpa. Mi sentivo in colpa per essere felice, come se essere felice per le gemelle significasse aver dimenticato Carlo. Una notte ero nella stanza di Carlo  seduta sul suo letto, guardando le foto.

Dissi ad alta voce: “Carlo, figlio mio, ho paura. Paura di amare queste bambine e dimenticarti,  paura di sostituirti. E allora accadde di nuovo quella  pace, quel calore e la voce non udibile, ma chiarissima. Mamma, non mi stai sostituendo, mi stai onorando, perché sono stato io a chiedere questo a Dio. Ho chiesto che tu avessi nuovi motivi per sorridere.

piansi, ma questa volta erano lacrime di sollievo. Grazie Carlo, grazie. Al sesto mese di gravidanza i medici scoprirono qualcosa. Le gemelle erano sane, perfette, ma la data prevista per il  parto era speciale. 3 maggio, il compleanno di Carlo. Quando il medico me lo disse, non riuscii a crederci.

Dottore, può ripetere la data? 3 maggio è il giorno più probabile per il parto, se tutto procede bene. Guardai Andrea, anche lui era sotto shock. Antonia  è il compleanno di Carlo. Uscìi dallo studio con una certezza assoluta. Quella non era una coincidenza, era Dio che confermava. Era Carlo dal cielo che stava orchestrando tutto, ma il parto non fu semplice e ciò che accadde quel giorno mi fece capire, una volta per  tutte che Carlo non se n’era mai andato.

Mi svegliai alle 5:00 del mattino con le contrazioni forti, regolari. Andrea si svegliò di colpo. “È il momento”, annuì stringendo la pancia.  “È il momento! Prendemmo la borsa pronta da settimane e andammo in ospedale. Il traffico di Milano era intenso come sempre, ma io quasi non me ne accorgevo.

Guardavo fuori dal finestrino e pensavo: “Carlo, figlio mio, oggi è il tuo giorno e oggi loro arriveranno, come mi avevi promesso.” Quando arrivammo in ospedale mi portarono subito in ostetricia. I medici mi visitarono. Dilatazione completa. Prepariamoci  al parto. Tutto stava succedendo in fretta, troppo  in fretta.

Mi portarono in sala parto. Andrea era accanto a me stringendomi la mano. Le infermiere preparavano tutto: luci,  macchinari, incubatrici, due incubatrici, una accanto all’altra, in attesa. Il medico entrò, indossò i guanti e disse: “Antonia, è tutto pronto? Iniziamo.” Respirai profondamente e pregai. Gesù, Maria, Giuseppe, proteggete le mie figlie.

E tu, Carlo, figlio mio, sii qui con noi.  Le contrazioni diventarono più forti. Iniziai a spingere. Il medico mi guidava.  Così, Antonia, ancora un po’. Ci siamo quasi. Sentivo il dolore,  ma insieme al dolore c’era qualcos’altro, una presenza, come se qualcuno fosse lì nella stanza accanto a me.

E poi  alle 9:32 del mattino nacque la prima bambina. pianse subito,  forte, sana. Il medico la sollevò. È una  femminuccia perfetta. Io piansi. Sta bene, benissimo. L’infermiera portò la prima bambina all’incubatrice, poi il medico tornò. Ora la seconda.  Ci siamo, Antonia. Spinsi di nuovo e 3 minuti dopo, alle 9:35 nacque la seconda bambina.

Anche lei  piangeva, anche lei perfetta. Un’altra femminuccia, congratulazioni,  crollai sul lettino stanca, emozionata, sollevata.  Andrea mi baciò la fronte. Ce l’hai fatta? Sono qui”, guardai le incubatrici, due bambine piccole, identiche, che piangevano insieme e poi accadde qualcosa  di strano.

All’improvviso entrambe smisero di piangere nello stesso istante. Rimasero in silenzio e iniziarono a guardare verso l’alto, lo stesso punto del soffitto, come se stessero vedendo  qualcosa o qualcuno. Guardai Andrea, lo vedi anche tu? A noì senza parole. Anche le infermiere se ne accorsero. Una di loro sussurrò: “È  strano, i neonati non riescono ancora a fissare nulla”.

Ma loro stavano fissando ferme nello stesso punto. E allora lo sentìidi nuovo quel calore nel petto, quella presenza e capi Carlo era lì. era venuto a conoscere le sue sorelle. Iniziai a piangere. “Carlo”, sussurrai. “Sei qui, vero?  Sei venuto?” Andrea mi strinse la mano. Stava piangendo anche lui.

Le bambine rimasero così per quasi un minuto a guardare verso l’alto,  silenziose, serene. Poi lentamente chiusero gli occhi e si addormentarono insieme.  L’infermiera venne da me con la prima bambina. Vuoi tenerla? Annuì. Me la mise tra le braccia, piccola, calda, perfetta. >>  >> Guardai quel visino e piansi.

Benvenuta, figlia mia, tuo fratello ti ha mandata. Poi portarono la seconda, le tennie entrambe, una in ogni braccio, identiche,  due promesse mantenute. Andrea si inginocchiò accanto al lettino, guardò le bambine, guardò me. Antonia, Carlo lo sapeva, sapeva tutto. Annuì,  lo sapeva.

Dio glielo aveva mostrato e lui me l’ha detto  tre giorni prima di morire. Rimanemmo lì noi quattro, io,  Andrea e le due bambine in silenzio, assorbendo quel momento, quel miracolo. Alcuni miracoli arrivano con i tuoni, altri con il silenzio,  ma tutti vengono da Dio. Quel giorno stesso scegliemmo i nomi Michela e Francesca.

Michela per San Michele Arcangelo,  il protettore, Francesca per San Francesco d’Assisi, il santo che Carlo amava. Quando il sacerdote venne in ospedale a benedire le bambine, chiese:  “Avete scelto questa data apposta?” Andrea rispose: “No, padre,  è stato Dio a sceglierla. Oggi è il compleanno di nostro figlio Carlo.

È morto 4  anni fa e prima di morire disse che sarebbero arrivate due bambine e sono arrivate oggi nel suo giorno. Il sacerdote rimase in silenzio, guardò le bambine, guardò me, poi sorrise. Questa non è una coincidenza, è provvidenza divina. le benedisse, recitò una preghiera  e alla fine disse: “Queste bambine sono un dono, un dono di Dio  e di Carlo”.

Nei giorni successivi, ancora in  ospedale continuarono ad accadere cose strane. Una notte mi svegliai nel cuore della notte. Le bambine dormivano nelle culle accanto al mio letto. Le guardai e vidi una luce dolce dorata sopra le culle, come se qualcuno fosse lì  a proteggerle. Non ebbi paura.

Chiusi gli occhi e ringraziai. Grazie Carlo, grazie per prenderti cura di loro. Un’altra notte Andrea dormiva sulla poltrona accanto. Io ero sveglia  a guardare le bambine e all’improvviso sentì una voce dolce, maschile, familiare.  Mamma, sono bellissime. Mi voltai di scatto, ma non c’era nessuno, solo io. Andrea che dormiva e le bambine, ma io avevo sentito avevo sentito la voce di Carlo.  Carlo sussurrai.

Silenzio, poi di nuovo quella pace, quel calore  e capi era lì e lo era sempre stato e lo sarebbe sempre stato. Quando ricevemmo la dimissione dall’ospedale una settimana dopo, tornammo a casa, la casa che era rimasta vuota per 4 anni, ma ora era di nuovo piena. Misi le bambine nelle culle che avevamo preparato nella nostra stanza.

Poi andai nella stanza di Carlo, ancora intatta, ancora esattamente come l’aveva lasciata. Mi sedetti sul suo letto, presi il rosario appeso alla testiera  e dissi: “Carlo, figlio mio, grazie. Grazie per non avermi lasciata sola. Grazie per aver chiesto queste bambine a Dio.

Grazie per continuare a prenderti cura  di me anche da lontano. E allora lo sentì per l’ultima volta quel giorno, quella presenza, quell’abbraccio invisibile e la voce ti amo mamma e  ora hai di nuovo dei motivi per sorridere. Sorrisi per la prima volta dopo 4 anni. Un sorriso vero, pieno di pace,  pieno di speranza.

Nei mesi successivi Michela e Francesca crebbero  sane, gioiose, identiche, avevano gli stessi occhi, gli stessi sorrisi, gli stessi gesti e ogni volta che le guardavo vedevo Carlo, non fisicamente,  ma nell’amore, nella cura, nella presenza. Quando compirono un anno, le portammo alla tomba di Carlo.

Misi entrambe a terra,  davanti all’altare dove il suo corpo è esposto. E loro guardarono, fisse il suo  volto attraverso il vetro. E poi, nello stesso istante, sorrisero e alzarono le manine come se stessero salutando. Io e Andrea  ci guardammo senza parole perché non servivano. Lo sapevamo, anche loro sentivano.

Anche loro sapevano chi fosse il fratello che non avevano mai conosciuto, ma che era sempre stato con loro. Ma ora, fratello, sorella, devo  dirti una cosa, perché questa storia non è solo su di me, non è solo su Carlo, questa storia è anche su di te. Se mi stai ascoltando ora, fratello, sorella, non credo che sia per caso.

Forse hai perso qualcuno. Forse stai  attraversando un dolore che sembra non finire mai. Forse guardi al futuro e vedi solo vuoto. Io so cosa significa. L’ho vissuto. Ho perso mio figlio a 15 anni.  L’ho visto consumarsi in un letto d’ospedale.

Gli tenevo la manoquando il suo cuore si è fermato e dopo questo  ho pensato che la mia vita fosse finita. Ho vissuto 4 anni in automatico, svegliandomi ma senza  vivere, respirando ma senza sentire, esistendo ma senza credere che la gioia potesse tornare. Ma Dio Dio aveva altri piani.  Piani che io non capivo, piani che Carlo già conosceva e che mi ha rivelato tre giorni prima di morire.

Arriveranno due bambine per te  da amare e da custodire. All’epoca pensai fosse delirio, ma non lo era, era profezia. E oggi, 15 anni dopo, guardo Michela e Francesca, le mie figlie gemelle, e capisco, Dio non ci lascia mai vuoti. Quando toglie qualcosa dalla nostra vita, mette sempre qualcos’altro al suo posto, non per sostituire, ma per guarire.

Voglio dirti una cosa che ho impiegato anni a comprendere.  Il dolore non è la fine della storia. Il dolore è il mezzo,  è la valle che dobbiamo attraversare per arrivare dall’altra parte e dall’altra parte c’è di nuovo la vita. Quando Carlo è morto, ho pensato che non avrei mai più sorriso.

Ho pensato che non avrei mai più provato gioia. Ho pensato che il mio cuore fosse morto con lui, ma mi sbagliavo. Il mio cuore non era morto, aveva solo bisogno di tempo. Tempo per cicatrizzarsi, tempo per imparare ad amare di nuovo in modo diverso, più profondo, più maturo. E Dio nel suo tempo mi ha fatto  questo dono. Due bambine, due vite, due motivi per svegliarmi ogni mattina e ringraziare.

non sono  nate per sostituire Carlo. Nessuno sostituisce un figlio. Ogni figlio è unico, insostituibile. Ma sono arrivate per mostrarmi che la vita continua, che Dio ha ancora dei piani,  che l’amore non finisce quando qualcuno se ne va. L’amore si trasforma. Oggi quando guardo Michela e Francesca  vedo la misericordia di Dio.

Vedo Carlo che si prende cura di me dal cielo. Vedo che la morte non ha separato la  nostra famiglia, ha solo cambiato la sua forma. Carlo è in cielo, intercede,  protegge, si prende cura. Michela e Francesca sono qui, crescono, sorridono, vivono e io  io sono nel mezzo a collegare due mondi, il visibile e l’invisibile, i vivi e coloro che sono già partiti.

E sai cosa ho imparato da tutto questo? che Dio parla, parla attraverso sogni,  attraverso segni, attraverso promesse. Ha parlato attraverso mio figlio. Tre giorni prima che morisse, Dio ha usato la voce di Carlo per consolarmi, per dirmi non resterai sola. E forse Dio sta parlando anche a te ora. Forse non attraverso una profezia, ma attraverso una pace inspiegabile, attraverso un piccolo segno che non riesci a ignorare, attraverso un incontro, una parola, una testimonianza.

Dio parla. La domanda è: “Tu stai ascoltando?” Te lo dico con tutta sincerità, se stai attraversando il dolore adesso, non mollare, non mollare la vita, non mollare la fede,  perché Dio non spreca il dolore, lo trasforma. Ha trasformato il mio dolore in missione. Oggi viaggio per il mondo raccontando la storia di Carlo e anche  la storia di Michela e Francesca, perché le persone capiscano una cosa, Dio non ci abbandona.

mai, nemmeno quando sembra in silenzio, nemmeno quando sembra che non stia facendo nulla. Lui c’è dietro le quinte a preparare qualcosa, qualcosa di più grande di quanto possiamo immaginare.  Io non avrei mai immaginato di avere figlie gemelle a 47 anni. Non avrei mai immaginato che sarebbero nate nel giorno del compleanno di Carlo.

Non avrei mai immaginato che avrebbero guardato la sua tomba e sorriso come se lo riconoscessero.  Ma Dio lo aveva immaginato. Dio ha pianificato e Dio  ha realizzato nel suo tempo a modo suo e farà lo stesso anche con te. Se ti fidi, se sai aspettare,  se continui a camminare, anche quando i piedi fanno male, anche quando il cuore è spezzato, anche quando non vedi luce in fondo al tunnel, perché la luce  c’è, te lo garantisco, la luce c’è e tornerà a brillare.

Sai cosa mi ha insegnato Carlo? che la vita  non si misura in anni, si misura in amore. Lui ha vissuto 15 anni, ma ha amato più di molti che ne vivono  80. E le mie figlie sono ancora piccole, ma stanno già insegnando al mondo ad amare, perché esistono grazie a una promessa. Una promessa fatta da un ragazzo santo  che non voleva che sua madre restasse sola.

Allora ti chiedo, cosa stai facendo con il tempo che Dio ti ha donato? Stai amando, stai servendo, stai lasciando che l’amore di Dio trabocchi attraverso di te? Oppure sei bloccato nel dolore, bloccato nel passato, bloccato nella rabbia, nella tristezza, nella domanda senza risposta?  Perché Dio ha permesso questo? Anch’io me lo sono chiesta mille volte.

Perché Dio ha portato via mio figlio? Perché Carlo, così buono, è dovuto morire così giovane? E sai qual è stata la risposta che ho ricevuto? Nessuna, almeno non con parole, ma con i fatti,  con i segni, con Michela eFrancesca. Dio non mi ha dato una spiegazione, mi ha dato una promessa compiuta e questo è stato sufficiente.

Allora, fratello, sorella, se stai aspettando risposte, forse stai aspettando la cosa sbagliata. Forse Dio non ti darà risposte, forse ti darà qualcosa di meglio, pace, scopo, presenza. E se hai perso qualcuno,  se stai vivendo il lutto ora, voglio che tu lo sappia. I tuoi morti non sono lontani, sono vicini, più vicini di quanto immagini.

Carlo  è vicino a me ogni giorno. Lo sento, lo vedo nei segni, nelle coincidenze che non sono coincidenze, nei momenti in cui le bambine fanno qualcosa che farebbe lui, nei sogni, nelle preghiere esaudite.  Lui non è morto, ha solo cambiato indirizzo e da lì continua a prendersi cura di me,  come ha sempre fatto, e la persona che hai perso sta facendo lo stesso.

si prende cura di te, intercede per te, aspetta il giorno in cui vi rincontrerete, perché la morte non è la fine, la morte è solo  una porta e dall’altra parte c’è più vita, più amore, più Gesù. Allora non mollare, fratello, non mollare, sorella. Continua a camminare, continua ad amare, continua a credere perché Dio ha  dei piani per te.

Piani di speranza, piani di futuro, piani che ora non riesci ancora a vedere, ma che al tempo giusto si riveleranno. E quando accadrà ti volterai indietro e capirai, capirai che il dolore aveva uno scopo, che il vuoto era temporaneo, che Dio non ti ha mai abbandonato.  Era lì.

da sempre a preparare qualcosa di bello, qualcosa  che solo lui poteva fare. Se questa storia ti ha toccato, non tenerla solo per te. Condividila,  mandala a chi ha perso qualcuno, a quell’amico che non ha più speranza, a quella madre, a quel padre  che ha seppellito un figlio e pensa che la vita sia finita.

Iscriviti al canale, scrivi qui sotto il nome di qualcuno per cui vuoi che io preghi. Io pregherò per ogni nome, perché questo non è solo contenuto, questa è missione, questa è famiglia, questo è amore che attraversa la morte. E se questo canale è stato una risposta per te, valuta la possibilità di lasciare un super thanks.

Questo sostegno, anche piccolo, mantiene viva questa missione e ci permette di continuare a portare messaggi profondi e trasformanti a tante altre vite che hanno bisogno di questa parola. Voglio concludere raccontandoti un’ultima cosa. La settimana scorsa  Michela e Francesca mi hanno fatto una domanda su Carlo.

Ora hanno 14 anni. Conoscono la storia, ma questa volta mi hanno chiesto qualcosa di diverso. Mamma, secondo te Carlo è felice? Le ho guardate quei volti, quegli occhi che brillavano  e ho sorriso. Ne sono certa, figlie mie. è felice perché è con Gesù e perché vi vede qui, vivere, amare, essere le bambine che ha chiesto a Dio di mandarmi.

Loro hanno sorriso. Poi Francesca ha detto qualcosa che mi ha spezzato il cuore. Mamma, un giorno lo incontreremo, vero? Sì, amore mio, un giorno saremo di nuovo tutti insieme per sempre. Ed è questa speranza che mi tiene in piedi, la speranza che un giorno saremo di nuovo tutti insieme. Io, Andrea, Carlo, Michela, Francesca,  tutti in cielo per sempre.

Fino ad allora io continuo, continuo a vivere, continuo ad amare, continuo a testimoniare perché questa è la mia missione, la missione che Carlo mi  ha affidato e che compirò fino all’ultimo giorno della mia vita. Beato Carlo Acutis,  prega per noi. Maria, madre della speranza, prega per noi.

Che Dio ti  benedica, che ti consoli nel dolore, che ti riempia di speranza. e che ti mostri al tempo giusto che la storia  non è finita. È solo all’inizio. Tutto è iniziato con una promessa. Arriveranno due bambine per te da amare e da custodire. Oggi sono  qui e ora capisco. Dio non ci lascia mai vuoti, trasforma.