Per 15 anni ho vissuto con una frase che mi martellava nella testa. Sette parole che mio figlio mi disse tre settimane prima di morire. Sette parole che allora mi sembrarono il delirio della febbre. Immaginazione di un adolescente sedato dalla chemioterapia, frutto della paura, del dolore, della morfina che scorreva nelle vene, ma che oggi, 18 anni dopo, comprendo come profezia.
>> >> Prima di continuare ti chiedo di iscriverti al canale. Mi chiamo Antonia Salzano Acutis, ho 58 anni, sono madre e durante i 15 anni di vita con mio figlio Carlo ho pensato di conoscerlo completamente. Credevo di sapere tutto di lui, i suoi gusti, le sue paure, i suoi sogni, ma solo dopo la sua morte ho scoperto chi fosse davvero e ciò che mi disse quel pomeriggio di settembre del 2006, tre settimane prima di andarsene, seduto sul letto dell’ospedale a guardare fuori dalla finestra con quel sorriso strano e
sereno non era un addio, era una promessa. Se ti dicessi che un ragazzo di 15 anni ha previsto la propria morte, mi ha detto esattamente cosa sarebbe successo dopo. Mi ha chiesto di non piangere perché sarebbe stato più vivo che mai e mi ha assicurato che avrebbe continuato a lavorare dall’alto.
Mi crederesti? >> >> Io non ci ho creduto. Pensai che fosse il cancro a parlare, la paura della morte che bussava alla porta, la sua mente che cercava di consolarmi in modo confuso, infantile, disperato. Ma Dio ha un modo molto particolare di farci ingoiare i nostri dubbi, di costringerci a rivedere tutto ciò che pensavamo di sapere.
E oggi, dopo aver visto il corpo di mio figlio incorrotto, 13 anni dopo la sepoltura, senza imbalsamazione, senza decomposizione, sfidando ogni logica medica, dopo aver assistito a miracoli in tutto il mondo attribuiti alla sua intercessione, dopo averlo visto beatificato dalla Chiesa cattolica nel 2020 ad Assisi, davanti a migliaia di giovani che piangevano e pregavano, so che aveva ragione.
Carlo non è morto, ha solo cambiato indirizzo e tutto ciò che mi disse quel pomeriggio si è avverato. Non avevo la minima idea quel giorno che stavo dando alla luce non solo un figlio, ma un santo. Sono nata a Genova nel 1969 in una famiglia cattolica di nome, ma non di pratica. Sai quelle famiglie italiane tradizionali? Battesimo perché si deve fare, prima comunione perché la fanno tutti, matrimonio in chiesa perché senò la nonna si sente male.
Ma Dio Dio era protocollo, tradizione, qualcosa che si faceva perché si era sempre fatto, come mangiare il panettone a Natale o bere il vino a pranzo la domenica. Sono cresciuta pensando che la religione fosse noiosa. Avevo di meglio da fare, studiare, uscire con gli amici, vivere. E nel 1991, incinta di 7 mesi, desideravo una sola cosa, che mio figlio nascesse sano.

10 dita alle mani, 10 ai piedi, cuore funzionante, polmoni a posto. Non chiesi che fosse intelligente, non chiesi che fosse bello e sicuramente non chiesi che fosse santo, ma Dio Dio non chiede il permesso, agisce. Carlo nacque il 3 maggio 1991 con un parto naturale, lungo, doloroso, ma senza complicazioni, perfetto. Lo prese in braccio per la prima volta, ancora in sala parto.
Guardai quel visino rosso, bagnato, stropicciato e pensai: “Figlio mio, il mio dono di Dio”. Non sapevo quanto quella frase fosse letterale. I primi anni di Carlo furono normali, almeno così mi sembrava. Era un bambino tranquillo. Dormiva bene, cosa rara perché i neonati italiani tendono a urlare, mangiava bene, si attaccava al seno senza problemi.
Sorrideva molto con quel sorriso sdentato e sbavoso che scioglie qualsiasi madre. Io e Andrea eravamo genitori presenti, ma lontani da Dio. Non pregavamo in casa, non andavamo a messa, a volte nemmeno a Natale. Niente crocifisso al muro, niente Bibbia, niente. La religione era irrilevante. Fino al giorno in cui Carlo a 4 anni e mezzo fece qualcosa che mi gelò il sangue.
Stavamo passeggiando nel centro di Milano una domenica mattina di giugno luminosa. Io, Andrea e Carlo stavamo andando a prendere un gelato. Carlo adorava il gelato alla fragola. Passammo davanti alla chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, una chiesa antica, splendida, piena di affreschi rinascimentali. La porta era aperta, c’era una messa in corso.
Si sentiva il canto liturgico lieve che usciva fuori. Carlo si fermò all’improvviso in mezzo al marciapiede, guardò fisso la porta della chiesa e disse con quella vocina sottile di bambino: “Mamma, c’è qualcuno lì dentro! Guardai, la chiesa era quasi vuota. >> >> C’erano pochi fedeli sparsi sui banchi, difficili da vedere da fuori.
No, amore, non c’è quasi nessuno. Andiamo, andiamo a prendere il gelato. Lui non si mosse, continuò a guardare dentro, poidisse indicando l’altare: “Invece sì, Gesù è lì”. Lo stomaco mi si chiuse. Come faceva a sapere il nome di Gesù? In casa non ne avevo mai parlato, non avevo mai letto storie bibliche.
Non avevo mai mostrato crocifissi, immagini di santi, nulla. Chi ti ha parlato di Gesù, Carlo? Mi guardò con quegli occhi enormi, seri, profondi, troppo profondi per un bambino di 4 anni. E rispose: “Nessuno, io lo so”. Poi lasciò la mia mano ed entrò in chiesa. Guardai Andrea terrorizzata. Lui fece spallucce confuso.
Vai dietro a lui. Corsi. Carlo camminò lungo la navata centrale lentamente guardando tutto. Il soffitto altissimo, gli affreschi, le vetrate colorate, l’altare dorato. Quando arrivò vicino al tabernacolo, quella piccola custodia dorata dove si trova l’eucaristia si fermò, rimase lì, immobile, a guardare in assoluto silenzio per quasi 5 minuti.
Un bambino di 4 anni e mezzo, 5 minuti in silenzio, senza muoversi, senza lamentarsi, senza chiedere di andare via. Le persone in chiesa ci guardavano incuriosite. Una signora anziana sorrise commossa, come se riconoscesse qualcosa che io non vedevo. Poi Carlo sussurrò così piano che quasi non lo sentìi. Ciao Gesù e sorrise.
Quando Carlo aveva 6 anni cominciò a farmi domande a cui non sapevo rispondere. Mamma, quando moriamo andiamo in cielo? Non sapevo cosa dire. >> >> Io stessa ci credevo poco o ci credevo in modo vago, distante, senza impegno. Così rispondevo in modo evasivo. Credo di sì, amore. E fu così che a 7 anni mi chiese qualcosa che non avrei mai immaginato di sentire da un bambino.
Mamma, voglio fare la prima comunione. Parlai con il parroco della chiesa vicino a casa, don Gianfranco Poma, gli spiegai la situazione. Gli dissi che mio figlio a 7 anni stava chiedendo, implorando, di fare la prima comunione. Don Gianfranco mi guardò pensieroso e disse: “Lasci che parli con lui”.
Parlarono per più di un’ora da soli in sacrestia. Quando uscirono, il sacerdote era commosso. Antonia, tuo figlio ha una fede che non ho mai visto in un bambino. Parla di Gesù come se parlasse di un fratello. Gli farò una catechesi personale e se sarà pronto farà la prima comunione prima del tempo previsto.
Fu così che Carlo a soli 7 anni iniziò a prepararsi. Lo portavo in chiesa tre volte a settimana. Don Gianfranco insegnava e Carlo? Carlo assorbiva tutto. Tornava a casa parlando dell’eucaristia, del corpo di Cristo. Il giorno della prima comunione di Carlo, chiesa di Santa Maria Segreta, Milano.
C’erano anche altri bambini, tutti di 910 anni. Carlo era il più piccolo, indossava un completo bianco, cravatta azzurro chiaro, scarpe nere lucidate che odiava, ma accettò di mettere per Gesù. Mani giunte, occhi luminosi. Quando arrivò il suo turno di avvicinarsi all’altare, camminò lentamente, con riverenza, come se stesse entrando in un luogo sacro.
E lo stava facendo. Don Gianfranco prese l’ostia e disse: “Il corpo di Cristo”. Carlo rispose con voce ferma: “Amen”. e ricevette, chiuse gli occhi, tornò al banco, si inginocchiò e rimase lì immobile, occhi chiusi, mani giunte per quasi 2 minuti con le lacrime che gli scendevano sul volto.
7 anni a piangere di emozione alla prima comunione. Io ero seduta al banco a guardarlo con un nodo alla gola perché in quel momento senti sentìi che stava accadendo qualcosa di più grande, che mio figlio non era semplicemente religioso, era innamorato di Dio.
Da quella prima comunione in poi, Carlo cambiò la nostra routine, o meglio, ci trascinò dentro la fede. Ogni giorno alle 6:30 del mattino mi svegliava, bussava alla porta della camera già vestito, zaino sulle spalle, sorriso sul volto. Mamma, andiamo a messa. All’inizio resistevo. Carlo, amore, è troppo presto. La messa è alle 7:00, possiamo andare nel fine settimana.
No, mamma, devo andarci ogni giorno. Gesù mi aspetta. Gesù mi aspetta. lo diceva con una convinzione che mi disarmava completamente, come se Gesù fosse davvero lì nel tabernacolo ad aspettarlo. E io andavo all’inizio per dovere materno. Non posso lasciare mio figlio di 7 anni andare da solo in chiesa alle 6:30 del mattino.
Mi alzavo con fatica, il volto chiuso, prendevo il cappotto e andavamo. A quell’ora la chiesa era quasi sempre vuota. Qualche anziana signora, uno o due uomini, il sacerdote e noi. Carlo entrava, si bagnava le dita nell’acqua benedetta, faceva il segno della croce lentamente, con rispetto, non in modo automatico, e andava dritto al primo banco.
Si inginocchiava, chiudeva gli occhi e pregava. davvero non quella preghiera meccanica ripetuta a memoria che si fa senza pensare, ma una conversazione intima, profonda. Poco alla volta qualcosa cominciò a cambiare in me. Non fu improvviso, non fu unaconversione spettacolare, fu silenziosa.
Cominciai a rendermi conto che mentre Carlo pregava, davvero concentrato, occhi chiusi, mani giunte con fermezza, qualcosa accadeva dentro di me. Una pace, un silenzio diverso dal silenzio normale, come se in quel luogo freddo e quasi vuoto alle 7:00 del mattino, con l’odore di cera e di legno antico, qualcuno fosse presente.
E quel qualcuno non era il sacerdote, non erano le anziane che mormoravano il rosario, era Dio. Cominciai a sentire Dio per la prima volta nella mia vita, non come idea, non come tradizione, ma come presenza reale, viva, vicino. E questo mi spaventava e mi consolava allo stesso tempo.
Carlo andava a messa ogni santo giorno, prima di scuola, senza eccezioni, pioggia, freddo, neve, caldo soffocante. Non importava. Se era malato con la febbre, io dicevo Carlo, oggi resti a casa, riposati. E lui insisteva: “Mamma, devo andare, anche se sono malato. Anche Gesù ha sofferto da malato” e andava.
Dopo la messa restava ancora mezz’ora in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. C’era una piccola cappella laterale nella chiesa con il tabernacolo esposto. Carlo si sedeva lì da solo a guardare quella pisside dorata dentro l’ stensorio di vetro. Silenzioso, immobilie. A volte tornando a casa gli chiedevo: “Figlio, cosa fai lì fermo a guardare così tanto tempo? Non ti annoi?” Mi guardava sorpreso, come se la domanda non avesse senso.
Annoiarmi? No, mamma, io parlo con Gesù, ma stai in silenzio? Sì, ma la conversazione non è fatta di parole, è fatta di cuore. Non sapevo cosa dire. E Gesù risponde. Carlo sorrise. Quel sorriso un po’ storto, pieno di certezza. Sempre mamma, ma bisogna ascoltare con il cuore, non con le orecchie.
Aveva 8 anni, otto. E parlava come un mistico medievale. A 12 anni Carlo era già più santo di me a 40 anni. Carlo si prendeva cura dei poveri in modo concreto, attivo, non solo pregando per loro da lontano. Chiedeva soldi a me e ad Andrea, non per comprare videogiochi, non per vestiti firmati, non per andare al McDonald’s, per darli ai senza tetto.
Conosceva molti senza fissa dimora vicino a casa nostra per nome, per storia. Giovanni, un uomo italiano di circa 60 anni, ex operaio, che aveva perso tutto dopo un divorzio ed era caduto nell’alcol. Marcello, un giovane romeno, tossico dipendente dall’eroina che dormiva davanti alla stazione della metropolitana.
Lucia, una donna magra, sdentata, con problemi mentali, che parlava da sola ed era evitata da tutti. Carlo trattava tutti con dignità. Portava cibo, panini, frutta, bottiglie d’acqua, coperte d’inverno, si sedeva accanto a loro, parlava, ascoltava le loro storie e pregava con loro.
Una volta, non lo dimenticherò mai, era inverno. Gennaio, nevicava un freddo che entrava nelle ossa. >> >> Stavamo tornando dalla messa. Carlo vide Giovanni seduto a terra, appoggiato al muro di un palazzo che tremava, raggomitolato, cercando di ripararsi dal vento. Carlo si fermò, si tolse il cappotto, un cappotto North Face costoso che avevo appena comprato e lo porse a Giovanni.
Tieni Giovanni, ne hai più bisogno tu di me. Giovanni guardò il cappotto, poi Carlo con gli occhi lucidi. No, ragazzo, tua madre si arrabbierà. Carlo insistette mettendoglielo sulle spalle. Non importa, Gesù vuole che io te lo dia” e se ne andò con una maglia leggera nel freddo, come se nulla fosse successo.
Io rimasi lì, immobile a guardare Giovanni che piangeva in silenzio, abbracciato a quel cappotto. Guardai mio figlio che camminava avanti e provai vergogna, vergogna di me stessa, perché io passavo davanti a Giovanni ogni giorno. Lo vedevo, sapevo che esisteva, ma lo ignoravo. Facevo finta di non vederlo.
Distoglievo lo sguardo, acceleravo il passo, ma Carlo Carlo vedeva e agiva. Ma ciò che più mi colpiva di Carlo, ciò che mi affascinava e mi spaventava allo stesso tempo, era la sua gioia. Non era un santo rigido, un santo triste, un santo noioso, un santo che vive lamentandosi, soffrendo, martire del proprio ego spirituale.
No, Carlo era felice, genuinamente felice. Rideva molto, rideva di tutto, delle battute sciocche. Giocava, correva, saltava, faceva confusione, litigava con me quando gli dicevo di sistemare la stanza. Faceva il broncio quando servivo i broccoli a cena. Si lamentava quando c’erano troppi compiti, normale.
Ma allo stesso tempo aveva una serietà strana, una consapevolezza profonda sulla vita, sulla morte, sulla sofferenza, sull’eternità. Cose a cui un adolescente non dovrebbe pensare. E invece lui pensava e parlava. frasi che io conservavo dentro di me senza capirle del tutto, ma sentendo che erano importanti.
La tristezza è guardare se stessi, la gioia è guardare Dio. Non io, ma Dio”, le diceva a colazione, così tra un cucchiaio di cereali e l’altro, come se stesse commentando il tempo. E io restavo in silenzio cercando di capire da dove venisse tutto questo. Carlo aveva 15 anni, frequentava il secondo anno delle superiori. Tutto normale, routine stabilita, messa ogni giorno alle 7:00, vita da adolescente, comune, prevedibile.
Fino a quando, un martedì 19 settembre, non dimenticherò mai quella data, Carlo tornò a casa pallido, entrò, lasciò lo zaino a terra e disse con la voce debole: “Mamma, non mi sento bene”. Mi girai spaventata. In che senso? Giramenti di testa, stanchezza e ho mal di testa da ieri.
Gli toccai la fronte bollente, presi il termometro. 38,7 degrato. Hai la febbre, amore, vieni, sdraiati sul divano, ti do un antipiretico. Obbedì. E già questo era strano. Carlo non obbediva facilmente quando stava male, diceva sempre: “Mamma, sto bene, domani posso andare a messa”. Ma quella volta si sdraiò senza protestare.
Gli diedi il farmaco, lo coprì con una coperta leggera, spensi il fuoco in cucina e mi sedetti accanto a lui. Sarà influenza, Carlo. Riposati, domani starai meglio. Chiuse gli occhi, ma non dormì. Restò lì immobile, respirando pesantemente. Il giorno dopo la febbre non scese, non riusciva ad alzarsi, troppo stordito, troppo debole.
Chiamai il pediatra, disse: “Antonia, portalo qui, facciamo degli esami”. Lo portai. Ero nervosa, ma cercavo di nasconderlo. Sarà solo un virus, vero dottore? Il medico non rispose, guardava i fogli, aggrottava la fronte, guardava di nuovo. Poi disse serio: “Antonia, Andrea, potete sedervi?” Il cuore mi crollò.
Gli esami mostrano alterazioni gravi nei globuli bianchi di Carlo, leucoiti molto elevati, presenza di blasti. Questo indica leucemia. La parola cadde come una bomba. Smisi di respirare letteralmente. Andrea diventò bianco, mi strinse la mano forte, tremando. Leucemia è sicuro? Non posso confermare senza una biopsia del midollo osseo, ma i segnali sono chiari.
Dovete ricoverare Carlo immediatamente. Ospedale San Gerardo, Monza, hanno la migliore equipe di oncologia pediatrica della regione. Guardai Carlo seduto sulla sedia accanto in silenzio, con lo sguardo basso. Poi alzò gli occhi verso di me e sorrise. Sorrise come per dire “Va tutto bene, mamma”. Ma non andava tutto bene, niente andava bene.
Carlo fu ricoverato quello stesso giorno. Io non mi staccavo mai da lui. Dormivo in ospedale giorni, settimane. Andrea si alternava con me, ma io non riuscivo quasi mai a uscire da quella stanza, vedere mio figlio, quel ragazzo pieno di vita, di energia, di fede, che correva per le scale con il cane, che passava ore davanti al computer evangelizzando il mondo.
Consumarsi in un letto d’ospedale era insopportabile. I capelli cominciarono a cadere prima lentamente, poi a ciocche. Al mattino guardava il cuscino pieno di capelli e rideva. Almeno non dovrò più pettinarmi caddero le sopracciglia, le ciglia, perfino i peli sottili delle braccia. Un pomeriggio ero seduta accanto al suo letto, gli tenevo la mano piangendo piano.
Pensavo stesse dormendo, ma aprì gli occhi, mi strinse la mano e disse: “Mamma, smetti di piangere. Non ce la faccio a vederti così, Carlo, lo so, ma guardami. Lo guardai. Era calvo, pallido, magro, con profonde occhiaie, ma gli occhi, gli occhi brillavano. Io non sto soffrendo, mamma.
Fa male, fa male, ma io offro ogni dolore a Gesù e quando lo faccio il dolore diventa un dono. Capisci? Io non capivo, ma annuìi piangendo ancora di più. Lui continuò: “Ti ricordi di San Domenico Savio?” Lo ricordavo. Carlo aveva letto di lui, un giovane santo italiano, morto a 14 anni nel X secolo.
Prima di morire disse: “Che cosa bella è morire! Adesso capisco cosa voleva dire”. Mi si gelò lo stomaco. Carlo, non dire così. Lui sorrise con quel suo modo. Tranquilla mamma, ti sto solo preparando. Preparando a cosa? Non rispose, chiuse solo gli occhi e tornò a dormire. Era una giornata nuvolosa.
La finestra della stanza era aperta, entrava un vento freddo. Carlo era seduto sul letto guardando fuori in silenzio. “Mamma, siediti qui.” Mi sedetti sul bordo del letto, si voltò verso di me, prese le mie mani con forza, nonostante la debolezza, mi guardò dritto negli occhi e disse lentamente, con ogni parola pesante, deliberata: “Mamma, io non resterò qui ancora per molto”.
Il cuore mi si fermò. “Carlo, non dire questo. La cura sta funzionando. Il medico ha detto: “Lasciami finire”. fece un respiro profondo, raccogliendo le forze. Io morirò presto, lo so. Non chiedermi come. Lo so e basta. Le lacrime cominciarono a scendermi sul viso, calde, silenziose. Ma io non ho paura perché so esattamente dove sto andando. Strinse le mie mani.
E voglio che tu capisca una cosa molto importante, mamma. Ascoltami bene. Annuìi incapace di parlare, continuò fissandomi negli occhi. Io non sarò davvero morto. Sarò più vivo che mai. Sarò con Gesù, sarò in cielo e continuerò a prendermi cura di te da lontano, ma lo farò. Tu non sarai sola.
Carlo mi asciugò le lacrime con il pollice, con dolcezza. E un’altra cosa, nel mondo c’è tanta gente lontana da Dio, gente che soffre, gente che è persa, gente che non sa che Gesù esiste davvero. Io li aiuterò da lassù”, sorrise. “Farò più cose da lassù di quante ne sia riuscito a fare quaggiù”.
Lo abbracciai disperatamente, con troppa forza, come se stringendolo potesse impedire alla morte di entrare in quella stanza. Lui mi abbracciò a sua volta con la poca forza che aveva e mi sussurrò all’orecchio con una voce calma, ferma, profetica. Tu ce la farai perché Dio ti darà la forza e perché io pregherò per te ogni giorno, te lo prometto.
Quelle furono le sette parole che ho portato nel cuore per 15 anni. Io non sarò davvero morto. Dopo quella conversazione, Carlo peggiorò. Velocemente la chemioterapia non funzionava più, il suo corpo non rispondeva. I medici provarono un protocollo di seconda linea, più aggressivo, più doloroso, ma il cancro era feroce.
I mesi successivi alla morte di Carlo furono i più bui della mia vita. Vivevo in automatico. Svegliarmi, guardare la stanza vuota, piangere, provare a lavorare, non riuscirci, addormentarmi piangendo. Andrea soffriva in silenzio, distante, ognuno nel proprio lutto muto. La casa era morta, ma poi qualcosa cominciò ad accadere.
Arrivarono lettere, centinaia di persone che Carlo aveva aiutato, evangelizzato, nutrito, gente che io nemmeno sapevo esistesse. Suo figlio ha cambiato la mia vita. Suo figlio mi ha riportato a Dio. Suo figlio mi ha salvato quando stavo per rinunciare a tutto. Leggevo ogni lettera una per una piangendo e capivo, non conoscevo davvero mio figlio.

Nel 2007 don Gianfranco mi cercò. Antonia, credo che dobbiamo aprire il processo di beatificazione per Carlo. Lo guardai sconvolta. Beatificazione. Padre era solo un ragazzo, proprio per questo, un ragazzo che ha vissuto come un santo. La Chiesa deve conoscere questa storia. E così cominciò. Indagine diocesana, testimonianze, documenti, anni di processo.
Nel 2012 il caso fu inviato a Roma. Nel 2018 fu riconosciuto un miracolo attribuito all’intercessione di Carlo, la guarigione di un bambino brasiliano con una grave malformazione al pancreas dato per spacciato dai medici. E nel 2019, 13 anni dopo la sua morte, l’esumazione del corpo. Non volevo andarci.
L’idea di vedere mio figlio dissotterrato mi distruggeva, ma Andrea insistette: “Devi esserci. Andammo! Cimitero di Ternengo, mattina fredda di gennaio, cielo grigio, pesante, equip medica, sacerdote, vescovo, postulatore della causa. Aprirono la tomba, tolsero la bara, aprirono e io vidi.
Il corpo di Carlo era intatto, non decomposto, non scheletrico, incorrotto, la pelle conservata, la struttura ossea integra, nessun segno normale di decomposizione. I medici erano sconvolti. È impossibile, 13 anni senza imbalsamazione non succede naturalmente. Il dottor Marcello Natali, medico legale, esaminò e dichiarò ufficialmente: “Sato di conservazione anomalo.
” “Non esiste spiegazione scientifica nei parametri conosciuti.” Caddi in ginocchio lì stesso sulla terra bagnata e piansi. E ricordai: “Io non sarò davvero morto”. Carlo aveva ragione. Il corpo fu trasferito ad Assisi, la città di San Francesco, su richiesta della famiglia.
Fu collocato in un reliquiario di vetro nel santuario della spogliazione, vestito con il completo e le scarpe converse nere che amava. E lì cominciò ad essere visitato da migliaia di persone, soprattutto giovani, da tutto il mondo, che piangevano, pregavano, toccavano il vetro, chiedevano intercessione. 10 ottobre 2020, Assisi, Italia, cerimonia di beatificazione di Carlo Acutis. Io ero lì in prima fila.
Vedevo il corpo di mio figlio venerato da folle immense. Il cardinale Agostino Vallini presiedeva la celebrazione. Lesse la lettera apostolica di Papa Francesco. Carlo Acutis, modello di santità per i giovani dell’era digitale. Io piansi per tutta la cerimonia, ma non era solo pianto di dolore, era pianto di gratitudine, perché Dio aveva mantenuto la promessa che Carlo mi aveva fatto.
farò più cose da lassù di quante ne sia riuscito a fare quaggiù. E le stava facendo. Da allora i miracoli non si sono fermati. Guarigioni inspiegabili, conversioni, testimonianze datutto il mondo. Un bambino in Brasile guarito da una malattia terminale, un giovane negli Stati Uniti che ha lasciato la droga dopo aver conosciuto Carlo, una madre in India che ha ritrovato la fede dopo aver perso un figlio.
Carlo continua a lavorare da lassù, come aveva promesso, e io io sono diventata custode della sua memoria. Viaggio per il mondo raccontando la sua storia, testimoniando, mostrando che la santità è possibile oggi. Adesso non bisogna essere sacerdoti, non bisogna essere suore, bisogna solo amare Gesù intensamente come Carlo ha amato.
Fratello, sorella, se stai ascoltando questo ora, io non credo che sia un caso. Carlo diceva una frase che mi ha segnata profondamente. Nulla accade per caso? Dio scrive diritto su righe storte. E se questa storia è arrivata fino a te oggi, in questo preciso momento della tua vita, è perché Dio vuole dirti qualcosa.
Lascia che ti dica ciò che ho imparato in questi 18 anni da quando Carlo è partito. La morte non è la fine. So che sembra una frase fatta. So che l’hai sentita mille volte, ma io l’ho vissuta. Ho seppellito mio figlio a 15 anni. Gli ho tenuto la mano mentre esalava l’ultimo respiro. Ho visto quel corpo piccolo, magro, distrutto dalla leucemia, essere chiuso in una bara.
E ho pensato, è finita, mio figlio è finito. Ma non era finita. Carlo è vivo, non in senso poetico, non nel senso che vive nel ricordo, nel senso letterale. È vivo in cielo con Gesù e continua ad agire, continua a intercedere, continua a salvare anime, continua a cambiare vite, esattamente come aveva promesso.
Sai quante volte in questi 18 anni ho sentito la sua presenza? >> >> innumerevoli, nei sogni, nei segni, in momenti impossibili da spiegare. Una volta ero nel punto più basso della mia vita, due anni dopo la sua morte, depressione profonda, farmaci, terapia tre volte a settimana, non ce la facevo più.
Mi sedetti sul pavimento della sua stanza che ho mantenuto intatta come un museo e gridai: “Carlo, se sei davvero vivo, dammi un segno, qualunque cosa, perché io non ce la faccio più”. Silenzio, piansi fino allo sfinimento e mi addormentai lì sul pavimento e sognai.
Sognai di trovarmi in una chiesa enorme, vuota, buia e sull’altare c’era una luce. Mi avvicinai e vidi Carlo in piedi, sorridente, vivo, non più calvo, non più malato, capelli scuri, volto sano, occhi luminosi, vestito di bianco in modo semplice e mi disse: “Mamma, smetti di soffrire. Io sto bene, meglio che mai e tu hai ancora un lavoro da fare.
Racconta la mia storia. Aiuta le persone a conoscere Gesù come l’ho conosciuto io. Questa è la tua missione adesso. Mi svegliai sudata, il cuore che batteva all’impazzata e da quel giorno sono cambiata. Ho smesso di vivere nel passato. Ho cominciato a vivere la missione che Carlo mi aveva affidato.
E qual è il messaggio che Carlo ha lasciato a te? Te lo dico con la sua semplicità, non sprecare la tua vita. Lo diceva spesso. Mamma, la vita è breve, non sappiamo quanto tempo abbiamo. Per questo ogni giorno conta, ogni scelta conta. Carlo ha vissuto 15 anni, solo 15, ma ha vissuto più intensamente di tante persone che arrivano a 80 90 anni perché non ha sprecato il tempo, non lo ha sprecato con pettegolezzi, con invidia, con rancore, con odio.
Non lo ha sprecato con lo scroll infinito sul telefono e pensare che amava internet. >> >> Non lo ha sprecato con feste vuote, relazioni tossiche, dipendenze che distruggono. Ha usato ogni giorno per amare, amare Gesù, amare gli altri, amare davvero. E sai cosa mi colpisce di più? Carlo era felice, davvero felice.
Non era quel tipo di religioso triste che vive lamentandosi, soffrendo, mortificandosi. No, Carlo rideva, giocava, faceva videogiochi, mangiava pizza, guardava film sciocchi, ma allo stesso tempo pregava ogni giorno, andava a messa ogni giorno, si prendeva cura dei poveri, evangelizzava su internet e diceva: “La santità non è essere noiosi, la santità è essere liberi.
Liberi di amare senza paura. Se stai attraversando un momento difficile, se hai perso qualcuno, se hai paura della morte, se ti senti vuoto, perso, senza uno scopo, io te lo dico, da madre che ha seppellito un figlio, Dio non ti ha abbandonato. A volte il dolore è così grande che sembra che Dio sia scomparso, che non si interessi, che ti abbia dimenticato.
Ma non è vero. Dio è lì vicino, ti sta sostenendo anche quando non lo senti, soprattutto quando non lo senti. Carlo mi ha insegnato che la sofferenza può essere trasformata. offriva ogni dolore, ogni nausea della chemioterapia, ogni puntura, ogni notte insonne a Gesù e diceva: “Mamma, quando offro il dolorenon sparisce, ma diventa un dono, diventa redenzione, diventa qualcosa di utile.
ha vissuto così fino all’ultimo respiro e per questo quando è morto è morto in pace, sorridendo come chi arriva a casa dopo un lungo viaggio. Lasciami farti una domanda. Che cosa stai facendo del tempo che Dio ti ha dato? Pensaci bene. Ti svegli ogni giorno, respiri, mangi, lavori, dormi. Ma per che cosa? Solo per pagare le bollette? solo per accumulare cose, solo per invecchiare e morire, oppure stai costruendo qualcosa di eterno? Carlo diceva: “Tutti nascono originali, ma molti muoiono come
fotocopie”. Non essere una fotocopia, non vivere imitando il mondo, imitando la moda, imitando ciò che fanno tutti. Vivi come Gesù ti ha creato per vivere, originale, unico, santo. La santità non è essere perfetti, non è non sbagliare mai, non è diventare sacerdote, suora, missionario, anche se può esserlo.
La santità è essere uniti a Gesù ogni giorno, in tutto, nel lavoro, in casa, per strada, su internet. Carlo diceva: “Essere sempre unito a Gesù.” Ecco il mio programma di vita e lo ha vissuto fino alla fine. Se questa storia ti ha toccato, se qualcosa dentro di te si è risvegliato, non ignorarlo. Potrebbe essere la chiamata di Dio per te a tornare, a ricominciare, a cambiare.
Non devi essere perfetto. Devi solo fare il primo passo. Torna a messa. Anche se non vai da anni, recita un Padre nostro. Anche se all’inizio ti sembra strano, chiedi perdono a Dio, a qualcuno che hai ferito. Comincia e se hai paura della morte, lascia che ti dica ciò che Carlo mi ha insegnato.
Chi muore in Gesù non muore davvero, cambia solo indirizzo e dall’altra parte ci incontreremo di nuovo. Io so che rivedrò Carlo, non so quando, non so come, ma so che accadrà. E quel giorno lui sorriderà, mi abbraccerà e dirà: “Visto mamma, te l’avevo detto, non ero morto”. Iscriviti al canale per continuare questo cammino di storia di fede e dimmi quale promessa manterrai oggi, quale sogno realizzerai prima che sia troppo tardi.
Leggo tutto e prego per te. Ti parlo oggi da Milano, 18 anni dopo. 18 anni da quando ho tenuto la mano di mio figlio per l’ultima volta. 18 anni da quando ho ascoltato quelle sette parole. Io non sarò davvero morto e oggi lo so con ogni fibra del mio essere. Non lo è. Carlo è vivo e continua a lavorare attraverso i miracoli, attraverso le conversioni, attraverso testimonianze come la mia.
>> >> e attraverso di te, se lo permetterai. E se questo canale è stato una risposta per te, considera di lasciare un super thanks. Questo sostegno, anche piccolo, mantiene viva questa missione e ci permette di continuare a portare messaggi profondi e trasformanti a chi ne ha bisogno.
Beato Carlo Acutis, prega per noi. Prega per le madri che hanno perso figli. Prega per i giovani che cercano un senso. Prega per tutti noi che siamo ancora qui, cercando di vivere come hai vissuto tu, con gioia, con fede, con amore, uniti a Gesù sempre. Gesù confido in te. Amen.
News
Oriana Fallaci CONTRO Prodi: La VERITÀ NASCOSTA Nella Lettera al Corriere! Rivelazione BOMBA!
nel 2003 Oriana fallacci la penna più incendiaria del giornalismo italiano scrive una lettera destinata a scuotere le fondamenta del…
Relíquia de Carlo Acutis Causa Milagre em Jovem em Coma — O Vídeo que Abalou a Ciência
C’è un video registrato in un ospedale in Costa Rica che circola tra i medici e scienziati di tutto il…
Maria De Filippi, il “Sì” Segreto in Riva al Mare: La Rinascita della Regina della TV dopo il Dolore
Un matrimonio celebrato a piedi nudi sulla sabbia, lontano dal clamore degli studi televisivi e dai riflettori che da decenni…
Stefano De Martino, il dolce annuncio che commuove l’Italia: in arrivo il secondo figlio, ecco la verità che cambia tutto
È arrivato come un fulmine a ciel sereno, capace di squarciare la tranquillità apparente di una giornata qualunque nel mondo…
LA VITA TORMENTATA DI ANNA MAGNANI ERA MOLTO PIÙ OSCURA DI QUANTO IMMAGINASSIMO
Romà. Clinica Mat Day, 26 settembre 1973. In una stanza asettica immersa nella luce pallida del tramonto romano, Anna Magnani…
ULTIMA RICHIESTA DI PAPA FRANCESCO COINVOLGENDO JANNIK SINNER EMOZIONA IL MONDO INTERO
I presenti nella sala clementina rimasero immobili quando Papa Francesco, nel bel mezzo di un’udienza, improvvisamente impallidì e cadde in…
End of content
No more pages to load






