Era una domenica di fine giugno come tante altre a Roma. Il sole scaldava i tetti del quartiere Prati, le campane suonavano in lontananza e la città si preparava pigramente alla serata. Ma all’interno di un appartamento in via della Camilluccia, il tempo sembrava essersi fermato. Era il 26 giugno 2016, e Carlo Pedersoli, l’uomo che il mondo aveva imparato ad amare come Bud Spencer, stava vivendo le sue ultime ore. Nessuno, nemmeno i milioni di fan che erano cresciuti con i suoi film, poteva immaginare che quel gigante immortale, simbolo di forza e bontà, stesse per intraprendere il suo ultimo viaggio.

Il Risveglio e lo Sguardo Lontano

Quella mattina, Bud si era svegliato presto, come era sua abitudine. Nonostante gli 86 anni e i problemi respiratori che lo affaticavano da tempo, la sua mente era lucida, presente. Chiese il suo caffè, “forte come il mio carattere”, come amava scherzare con le infermiere. Ma quel giorno, c’era un velo diverso nei suoi occhi. Sua moglie Maria Amato, la compagna di una vita intera sposata nel 1960, se ne accorse subito. Seduta accanto a lui, gli strinse la mano chiedendogli come si sentisse. Lui annuì, senza parlare. In quel silenzio, carico di cinquant’anni di ricordi condivisi, c’era già tutto: la consapevolezza, l’accettazione, l’amore.

Durante la mattinata, il figlio Giuseppe gli sedette accanto, aggiornandolo sulle ultime notizie, sull’affetto dei fan che continuavano a scrivere da ogni angolo del globo, dall’Ungheria al Sud America. “Papà, ti vogliono ancora tutti bene”, gli disse. Bud sorrise, con quella sua tipica umiltà disarmante: “Lo so, ma io sono solo un napoletano che ha avuto fortuna”. Anche alla fine, Carlo rifiutava l’etichetta di divo, preferendo quella di uomo.

L’Addio al Fratello di Cinema

Uno dei momenti più toccanti di quella lunga giornata avvenne intorno alle 15:00. Bud chiese il telefono. Voleva sentire Terence. Mario Girotti, in arte Terence Hill, non era solo un collega; era l’altra metà della mela, il fratello che la vita gli aveva regalato sul set.

La telefonata fu breve, ma densa di un’emozione che le parole faticano a descrivere. “Ciao Carlo”, disse Terence con la voce incrinata. “Come stai?”. “Oggi sono stanco, Mario”, rispose Bud, chiamandolo col suo vero nome, un privilegio riservato a pochi. “Ma sereno. Ricordati sempre di ridere, è l’unica cosa che ci salva”. Dall’altra parte della cornetta, il silenzio. Poi un sussurro: “Ti voglio bene”. “Anch’io fratello”. Fu l’ultima volta che le due leggende si parlarono. Un addio sobrio, virile, ma infinitamente dolce, tra due uomini che avevano condiviso quarant’anni di scazzottate finte e risate vere.

Il Tramonto e l’Ultima Parola

Italian Actor Terence Hill C Bud: редакционная стоковая фотография —  стоковое изображение | Shutterstock Editorial

Mentre il pomeriggio scivolava verso la sera, la casa si riempì di una quiete surreale. Bud volle vedere tutti i suoi figli: Giuseppe, Diamante e Cristiana. Li fece sedere ai piedi del letto. La voce era flebile, ma il messaggio era potente come un ruggito: “Amatevi. Restate uniti. E non dimenticate mai l’ironia”. Era il testamento spirituale di un uomo che aveva capito che la vera forza non sta nei muscoli, ma nel cuore.

Alle 18:30, il respiro si fece più lento. L’infermiera si avvicinò per sistemargli il cuscino e lui, con un filo di voce, la ringraziò. “Mi chiami Bud?”, le chiese sorridendo, un ultimo guizzo di quella simpatia che aveva conquistato il mondo.

Poi, arrivò il momento. Erano le 18:46. Davanti agli occhi della sua famiglia, Bud Spencer pronunciò la sua ultima parola. Non fu una frase celebre da film, né un rimpianto. Fu un semplice, immenso: “Grazie”. E con quella parola, che racchiudeva una vita di successi, avventure, cadute e risalite, il gigante buono chiuse gli occhi per sempre. Se ne andò in silenzio, senza disturbare, con la dignità di chi sa di aver dato tutto.

Il Mondo in Lacrime

La notizia della sua morte, diffusa il giorno seguente, colpì come uno schiaffo. “È morto Bud Spencer”. Titoli freddi che nascondevano un dolore caldo, vivo. L’Italia si svegliò orfana. A Roma, i fan si radunarono spontaneamente sotto la sua casa, lasciando fiori e barattoli di fagioli, un omaggio ironico e tenero.

Ma il dolore non ebbe confini. In Germania, dove i suoi film sono un culto religioso, le emittenti cambiarono i palinsesti per trasmettere le sue pellicole. In Brasile, sulla spiaggia di Copacabana, la gente cantava le colonne sonore dei suoi film. In Ungheria, si parlò subito di dedicargli una statua. I social media furono inondati: non c’era bacheca che non ospitasse una sua foto, un suo meme, un ricordo.

Il Dolore Silenzioso di Terence

Tra tutti, il dolore più straziante fu quello di Terence Hill. Raggiunto dalla notizia mentre era in Umbria, si chiuse in un silenzio assordante. “Ho perso il mio amico più caro”, disse poi. Al funerale, che si svolse nella Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo, Terence arrivò visibilmente provato. Non fece discorsi. Si avvicinò alla bara, la toccò delicatamente e rimase lì, in piedi, con gli occhi lucidi. Un’immagine potente: Trinità che saluta Bambino per l’ultima volta.

Oltre il Personaggio: L’Uomo

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La morte di Bud Spencer ha svelato al mondo chi fosse davvero Carlo Pedersoli. Molti lo ricordavano solo come l’attore che menava le mani. Scoprirono invece un intellettuale che parlava sei lingue, un laureato in giurisprudenza, un pilota d’aereo e di elicottero, un imprenditore, un musicista e, soprattutto, un campione di nuoto che era stato il primo italiano a scendere sotto il minuto nei 100 stile libero. Era un uomo poliedrico, che aveva vissuto mille vite in una. “Il successo non mi ha cambiato”, ripeteva spesso. Ed era vero. Chi lo incontrava per strada trovava sempre un sorriso, una stretta di mano, mai un rifiuto.

Un’Eredità Immortale

Oggi, a distanza di anni da quel 27 giugno, l’effetto Bud non si è spento. Al contrario, sembra brillare di luce propria. I suoi film continuano a essere trasmessi e guardati da nuove generazioni di bambini che ridono di quelle sberle innocue. Perché Bud Spencer non insegnava la violenza; insegnava che i prepotenti vanno fermati, che i deboli vanno difesi e che, alla fine, una risata è l’arma più potente che abbiamo.

Le sue ultime 24 ore ci hanno fatto piangere, è vero. Ma la sua vita, intera e straordinaria, continua a insegnarci a sorridere. “Vale la pena essere buoni”, diceva. E forse, in questo mondo rumoroso e arrabbiato, è questa la lezione più rivoluzionaria che il gigante buono ci ha lasciato. Grazie a te, Bud.