È arrivata all’improvviso, come una nota stonata in una sinfonia che credevamo eterna. La notizia della morte di Beppe Vessicchio ha colpito l’Italia al cuore, lasciando un vuoto che va ben oltre la musica. Per decenni, quel volto rassicurante incorniciato dalla barba bianca e quel gesto iconico dal podio di Sanremo sono stati una certezza, un rifugio garbato in un mondo dello spettacolo spesso urlato e volgare. “Dirige l’orchestra il Maestro Beppe Vessicchio”: non era solo una presentazione, era una promessa di qualità, un rito collettivo che univa generazioni.

Eppure, mentre il fiume in piena del cordoglio istituzionale inonda i social e le agenzie di stampa, mentre politici e intellettuali fanno a gara a chi scrive il necrologio più commosso, c’è un dettaglio, un fatto recente e potentissimo, che rischia di essere sepolto sotto la coltre di fiori e retorica. È l’ultima, incendiaria lezione che l’uomo – non il personaggio – ci ha lasciato in eredità. Un atto di coraggio intellettuale compiuto poco prima di andarsene, che oggi suona come un atto d’accusa verso molti di coloro che lo stanno piangendo.

La polemica e il silenzio del Maestro

Tutto ruota attorno a un nome che, negli ultimi tempi, ha diviso l’opinione pubblica come pochi altri: Beatrice Venezi. La giovane e talentuosa direttrice d’orchestra, “colpevole” di aver accettato incarichi prestigiosi e di non aver mai nascosto le sue idee, è finita al centro di un ciclone mediatico. Critiche feroci, dubbi sulla sua competenza, attacchi personali. Il tribunale dell’Inquisizione culturale, sempre pronto a puntare il dito, aveva emesso la sua sentenza: inadeguata. O meglio, politicamente sgradita.

In questo clima di caccia alle streghe, dove il merito diventa un pretesto per regolare conti ideologici, Beppe Vessicchio ha fatto sentire la sua voce. Non con urla, non con rabbia, ma con quella pacatezza disarmante che lo ha sempre contraddistinto. E forse, proprio per questo, le sue parole hanno fatto più male.

“La musica non mente”

Ospite in un contesto quasi intimo, lontano dal fragore delle prime serate, Vessicchio è stato interpellato sulla questione. Avrebbe potuto glissare, rifugiarsi in un “no comment” diplomatico per non turbare gli equilibri di quel mondo culturale che, si sa, non perdona chi esce dal coro. Invece, il Maestro ha scelto la verità.

“Sa, io non amo le polemiche”, ha esordito con il suo solito garbo. “Il mio mestiere è unire. Ma qui sento troppe note stonate”. Con la precisione di chi conosce la partitura, Vessicchio ha smontato le critiche tecniche mosse alla collega. “Ho visto una professionista seria, preparata. La musica è matematica, non mente”, ha affermato, spazzando via in un colpo solo le insinuazioni sulla presunta incompetenza della Venezi. Ma non si è fermato qui.

La frase che ha smascherato il sistema

È stato dopo aver difeso il merito tecnico che Vessicchio ha affondato il colpo, pronunciando quella che oggi appare come la sua eredità morale più preziosa. Con un sorriso amaro, quasi di compassione per la miseria umana che lo circondava, ha posto una domanda retorica che ha gelato l’aria:

“Mi chiedo come mai, prima che si sapesse per chi votava, di lei ne parlavano tutti bene.”

Una frase semplice. Devastante. In quindici parole, Beppe Vessicchio ha denudato il re. Ha messo allo specchio un intero sistema culturale che si riempie la bocca di parole come “inclusione” e “talento”, ma che è pronto a linciare chiunque non mostri la tessera del club giusto. Ha svelato l’ipocrisia di chi giudica l’arte non per ciò che è, ma per chi la esegue e, soprattutto, per chi vota l’esecutore.

Quella domanda non era una difesa politica della destra, né un endorsement partitico. Era la difesa della libertà. Era il grido gentile di un uomo libero che non accettava di vedere la musica usata come arma impropria.

Le lacrime di coccodrillo

Oggi, rileggere quelle parole fa un certo effetto. Fa rabbia, soprattutto, vedere la sfilata di ipocrisia di chi, fino a ieri, alimentava quel clima di intolleranza e oggi piange il “grande Maestro”. Sono gli stessi che, se Vessicchio fosse rimasto in vita ancora un po’, forse avrebbero iniziato a prendere le distanze anche da lui, bollandolo come “ingenuo” o “controverso” solo per aver osato difendere una “nemica”.

Ma la morte, nella sua tragica definitività, ha blindato quel messaggio. Lo ha reso sacro. Non possono più attaccarlo, non possono più sminuirlo. Sono costretti a incassare il colpo. Ogni elogio che oggi tessono per Vessicchio è, involontariamente, un’ammissione di colpa. Lodano la sua onestà? Allora devono accettare la sua denuncia sulla loro disonestà verso la Venezi. Lodano la sua competenza? Allora devono accettare il suo giudizio tecnico sulla collega.

Un’eredità di libertà

Beppe Vessicchio non ci lascia solo le sigle, le canzoni, i momenti di televisione che sono storia del costume. Ci lascia questo ultimo, prezioso atto di dignità. Ci ricorda che la cultura non ha padroni, che il talento non ha colore politico e che un uomo giusto ha il dovere di parlare, anche quando il silenzio sarebbe più comodo.

La sua bacchetta non si alzerà più a dirigere l’orchestra, ma il suono di quella verità continua a vibrare, forte e chiaro. E mentre il sipario cala per l’ultima volta, ci piace immaginarlo così: con quel mezzo sorriso sornione, mentre ci guarda da lassù, consapevole di averla detta, finalmente, tutta. Grazie Maestro, per la musica e per il coraggio.