Romà. Clinica Mat Day, 26 settembre 1973. In una stanza asettica immersa nella luce pallida del tramonto romano, Anna Magnani respira per l’ultima volta. Ha solo 65 anni. Il tumore al pancreas se l’è portata via in pochi mesi, divorandola dall’interno come un fuoco spietato. Al suo capezzale ci sono solo due persone, suo figlio Luca, seduto sulla sedia a rotelle con gli occhi gonfi di lacrime, e lui, Roberto Rossellini, l’uomo che l’aveva tradita, l’uomo che le aveva spezzato il cuore per un’altra donna. Eppure era tornato

perché certi amori non finiscono mai veramente. Fuori dalla clinica Roma si ferma, le voci si rincorrono nei vicoli di Trastevere, dove Nannarella era nata e cresciuta. È morta la Magnani, la nostra Anna, mamma Roma. Poche ore dopo il suo ultimo film andrà in onda in televisione.

Una crudele coincidenza, il destino, l’ennesima volta si prende gioco di lei, come sempre aveva fatto. Ma chi era veramente Anna Magnani? La diva dal viso scolpito e dalla voce roca, l’attrice che aveva conquistato Hollywood o la donna fragile, abbandonata, sola, che aveva combattuto tutta la vita contro demoni che non si vedono sullo schermo? La verità è molto più oscura di quanto immaginiamo.

Roma, 7 marzo 1908, nei pressi di Porta Pia. Annamaria nasce in una stanza fredda, senza padre. Sua madre, Marina Magnani, è una sarta di Fano, giovane, sola, spaventata. Del padre non saprà mai nulla. Solo molti anni dopo, attraverso ricerche ossessive, scoprirà che si chiamava Francesco Del Duce, un uomo che non l’ha mai voluta vedere.

Marina guarda quella bambina appena nata e prende una decisione, scappare. Abbandona Anna nelle braccia della nonna Giovanna Casadio e fugge ad Alessandria d’Egitto, dove sposa un ricco austriaco e si costruisce una nuova vita senza di lei. cresce in una casa di donne, la nonna Giovanna, le zie Dora, Maria, Rina, Olga, Italia e Zio Romano, una famiglia improvvisata che cerca di colmare quel vuoto.

Ma il vuoto di una madre è incolmabile. Perché mamma non torna? Chiede Anna con quella voce che un giorno farà tremare i teatri. Tua madre sta bene dove sta”, risponde la nonna stringendo i denti. La piccola Anna impara presto a non fare domande. Impara a nascondere il dolore, impara che per sopravvivere bisogna essere forti, durissime, perché il mondo non perdona i deboli.

Le suore francesi del collegio la trovano ribelle. Questa bambina non ascolta, ha troppo carattere, è indisciplinata. Anna odia quel posto, odia le regole, odia essere rinchiusa, vuole vivere, sentire, bruciare. Così sceglie la musica. Si iscrive al liceo musicale Santa Cecilia per studiare pianoforte. Le note la salvano per qualche anno, ma non è abbastanza.

Un giorno a 19 anni Anna scopre il teatro e il teatro la scopre. Nel 1927 entra all’Accademia d’arte Drammatica Eleonora Duse. Il suo maestro Silvio D’Amico la guarda recitare e capisce subito. Questa ragazza è diversa, ha fame, ha fuoco. Anna non recita. Vive. Ogni personaggio è un pezzo di lei. Ogni scena è una confessione.

Tra i banchi dell’Accademia conosce Paolo Stoppa. Insieme salgono sui palcoscenici dell’avan sppettacolo, quel teatro povero dove il pubblico ride, urla, applaude, dove non esistono primi piani né luci studiate, solo la verità nuda della performance. Anna lavora con Aldo Fabrizzi, con Totò, diventa un nome nel circuito delle riviste, ma dentro di lei cresce un’inquietudine, un desiderio che ancora non ha forma.

Vuole di più, vuole tutto. Milano, Teatro degli Arcimboldi, 1935. Anna incontra Goffredo Alessandrini, regista, elegante, colto, nato al Cairo, studia Cambridge, amicizie parigine. Tutto ciò che Anna non è mai stata, un uomo del mondo. Il 3 ottobre 1935 si sposano. Anna crede di aver trovato finalmente una famiglia, un amore, stabilità, ma Goffredo non la vede.

Non veramente. Il tuo naso è troppo imperioso”, le dice un giorno sul set del suo film Cavalleria nel 1936. “Sei troppo vera per il cinema dei telefoni bianchi, non funzioni.” Anna incassa, sorride, ma dentro qualcosa si spezza. Perché essere troppo vera in un mondo di finzione? Goffredo la tradisce ripetutamente con attrici più giovani, più docili, più adatte a quel cinema di cartapesta. Anna esplode.

Scene di gelosia violente, piatti lanciati, urla nei corridoi, ma Goffredo non smette. Nel 1939 sul set di Il Ponte di Vetro Goffredo si innamora della giovanissima regina Bianchi. Quella volta è diverso, quella volta è serio. Anna se ne va, torna a Roma sola di nuovo. Nel 1940 si separano ufficialmente.

Il matrimonio è finito. Ma Anna non ha tempo per piangere perché il teatro la chiama, il cinema la chiama. Nel 1941 Vittorio De Sica la sceglie per Teresa venerdì. È il suo primo ruolo cinematografico importante. La critica la nota finalmente. Ma la vita privata di Anna è un disastro. Incontra Massimo Serato, attore bellissimo, 23 anni, al culmine della fama.

Anna si innamora perdutamente, come solo lei sa fare, con tutto se stessa. Nel 1942 rimaneincinta. Quando Massimo lo scopre scappa, sparisce, la abbandona esattamente come aveva fatto sua madre. Anna si ritrova di nuovo sola, di nuovo abbandonata, di nuovo con un figlio senza padre. Il 23 ottobre 1942 nasce Luca.

Anna lo guarda e fa una promessa silenziosa. Tu non sarai mai abbandonato, mai. Ma il destino ha altri piani. Anna impone il proprio cognome al figlio Magnani, come sua madre aveva fatto con lei, uno dei rari casi di genealogia matrilineare che si protrae per tre generazioni. Tre donne, tre abbandoni, tre cognomi uguali che gridano la stessa ferita.

Se hai mai sacrificato la tua felicità per inseguire un sogno, lascia un like a questo video. Anna Magnani ha dato tutto per la sua arte, ma il prezzo che ha pagato è stato altissimo. Roma, 1945. La guerra è appena finita. L’Italia è un cumulo di macerie. Le strade sono piene di cadaveri, fame, disperazione. Roberto Rossellini decide di raccontare questa verità.

Chiama Anna Magnani per interpretare Pina in Roma città aperta. La scena è passata alla storia. Anna corre dietro al camion nazista che porta via suo marito, urla, cade, viene uccisa a colpi di mitra. Quando il film esce, il mondo si ferma. Anna Magnani diventa un’icona, il simbolo del neorealismo, la voce dell’Italia che soffre.

E tra Anna e Roberto nasce qualcosa, un amore intenso, passionale, burrascoso. Sia Anna che Rossellini avevano un temperamento molto forte, racconta lo sceneggiatore Sergio Amidei. Anna aveva sempre paura di essere sopraffatta, diminuita, ma aveva un enorme affetto per Roberto. Roberto si affeziona a Luca, il figlio di Anna.

Lo tratta come suo. Per la prima volta Anna crede di aver trovato una famiglia vera. Nel 1948 girano insieme l’amore. Roberto dedica il film a lei. Questo film è un omaggio all’arte di Anna Magnani. Anna è felice finalmente, ma la felicità non dura mai. 1946. Luca ha 4 anni. Un giorno Anna lo vede cadere, non riesce più a camminare bene, le gambe non rispondono.

I medici diagnosticano la poliomielite. Paralisi infantile, problemi neurologici, sviluppo motorio compromesso. Anna guarda suo figlio e il mondo crolla. Non lui, pensa non mio figlio. Luca dovrà vivere il resto della sua vita su una sedia a rotelle con tutori, lontano da tutto ciò che i bambini normali possono fare.

Anna non dorme più, lavora fino alle 2:00 del mattino per pagare le cure in Svizzera. Luca vive lontano, ospite di amici, in una clinica specializzata, torna a casa solo d’estate, qualche volta a Natale. Anna è dilaniata perché essere una buona madre significa stare lontano da suo figlio, perché solo lontano può avere le cure che merita. Maggio 1947, Roma.

Anna si ritrova per caso in mezzo a una processione in onore della Madonna delle Grazie. Non è cattolica praticante, non crede nei miracoli, ma quella giorno, tra i canti e le preghiere qualcosa dentro di lei si spezza, torna qualche giorno dopo, sola si inginocchia davanti alla statua della Madonna, toglie gli orecchini ai quali tiene più di ogni altra cosa, li lascia lì come pegno.

Madonna, sussurra, salva mio figlio, ti prego, prenditi tutto, ma salva lui. Le condizioni di Luca nei mesi successivi migliorano. Non guarisce completamente, ma migliora. Per alcuni è un miracolo. Per Anna è l’unica cosa che le impedisce di crollare definitivamente. Ma la vita di Luca rimane segnata e anche quella di Anna. Lavoravo fino a tardissimo dirà Luca molti anni dopo.

Mia madre non poteva prepararmi la pappa o mettermi a letto. Dormiva fino a tardi. Io uscivo di casa per andare a scuola. Non c’era tempo per noi. Anna ama Luca più di ogni altra cosa, ma il senso di colpa la divora. Sono una cattiva madre, pensa ogni notte. Ho fallito anche in questo. Primavera 1948, Los Angeles.

Una lettera arriva sulla scrivania di Roberto Rossellini. Caro signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e paisa e ne sono rimasta entusiasta. Sono una ragazza svedese che vive in America da 10 anni. Parlo bene inglese, un poco di francese e so dire solo “Ti amo in italiano.” Sarei onorata di recitare nel suo prossimo film la firma Ingrid Bergman.

La più grande star di Hollywood. Bionda, bellissima, magnetica. Roberto vola in America, la incontra e se ne innamora. Anna a Roma non sa nulla. Sta preparando il prossimo film con Roberto Stromboli, il ruolo è suo, fino a quando non lo è più. Una notte Roberto esce dalla loro camera all’Hotel Excelsior con la scusa di portare a spasso i cani.

Li lascia a un cameriere, sale su un’automobile che lo aspetta con le valigie già pronte e sparisce. Quando Anna scopre la verità, impazzisce, urla, distrugge tutto. Secondo la leggenda gli lancia in testa un piatto di pasta, ma il dolore è troppo profondo per essere espresso solo con la rabbia.

Roberto mi ha tradita due volte, dice Anna a un’amica. Mi ha rubato l’uomo e mi ha rubato il film perché Roberto ha dato il ruolo di protagonista di Stromboli a Ingrid Bergman, l’italiana tradita, lastraniera sfascia famiglie. Se ti sei mai sentito tradito da qualcuno che amavi profondamente, scrivi io capisco nei commenti.

Anna Magnani ha vissuto uno dei tradimenti più pubblici e umilianti della storia del cinema. La stampa si scatena, l’opinione pubblica si divide. Guerra dei vulcani, titolano i giornali. A Stromboli c’è Roberto con Ingrid. A Vulcano, sull’isola opposta, c’è Anna che gira il suo film con il regista William Diterley. Anna ogni sera si mette sulla punta dell’isola e urla maledizioni verso Stromboli.

Bastardo traditore, ma dentro il cuore le sanguina. Il 2 febbraio 1950 la prima di Vulcano a Roma è un disastro. Problemi tecnici, proiezione interrotta, pubblico confuso. E nel mezzo della proiezione arriva la notizia. Ingrid Bergman ha partorito il figlio di Roberto Rossellini. Robertino, i giornalisti abbandonano la sala, lasciano Anna sola con il suo film che nessuno guarderà mai. Vulcano è un flop.

Anna ha perso su tutti i fronti, ma il destino non ha ancora finito con lei. Dopo il disastro di Vulcano, Anna deve ricostruire tutto. Nel 1951 Luchino Visconti la chiama per bellissima. Anna interpreta Maddalena Cecconi, una madre che sogna per la figlia un futuro da attrice, una madre che sacrifica tutto per un sogno.

Non è finzione, è autobiografia. La performance è devastante, vince il nastro d’argento, ma Anna è sola, sempre più sola. Gli anni 50 la portano in America. Hollywood la vuole, la adora. Ma c’è un problema. Anna non parla inglese. Il grande drammaturgo americano Tennessee Williams vede Anna recitare e rimane folgorato.

Non ho mai visto una donna più bella dice, “Occhi enormi, pelle color crema del Devonsir.” Nel 1950 Williams scrive un’opera teatrale appositamente per lei, The Rose Tattoo, la storia di Serafina delle Rose, una vedova siciliana tormentata dal passato. È Anna, è la sua anima messa su carta. Ma Anna ha paura.

Il mio inglese non è abbastanza buono, dice. Non posso recitare a Broadway. Mi scuseranno. Williams insiste. Ma Anna rifiuta. Il ruolo va a Maurin Stapleton che trionfa. Anna guarda da lontano e si chiede: “E se avessi detto sì?” Nel 1955 Williams porta The Rose tattoo al cinema e questa volta Anna accetta. Per 6 mesi studia inglese, impara le battute foneticamente, sillaba per sillaba.

parola per parola. Non capisce sempre cosa dice, ma sente e quando senti non hai bisogno di capire. Sul set con Bert Lancaster Anna è una forza della natura. Se non avesse trovato la recitazione come valvola di sfogo per la sua enorme vitalità, dice Lancaster, sarebbe diventata una grande criminale. Il regista Daniel Man deve rifare il 50% delle sue battute in post produzione.

L’accento italiano diventa più forte sotto pressione emotiva, fino a diventare incomprensibile. Ma non importa, perché quando Anna piange, quando Anna ride, è come se nessuno avesse mai pianto o riso prima. 21 marzo 1956, notte degli Oscar. Anna è a Roma. Non è andata alla cerimonia. Non vincerò mai ha detto.

Non voglio umiliarmi alle 5:30 del mattino il telefono squilla. È un giornalista americano. Anna, hai vinto. Sei la prima attrice italiana a vincere l’Oscar. La prima attrice non di lingua inglese. Anna non ci crede. Stai mentendo. Urla. Se è uno scherzo ti ammazzo ma non è uno scherzo. È vero. Sul palco dell RKO Pantes Theater di Hollywood Marisa Pavan ritira la statuetta al posto suo.

Roma esplode di gioia. I telegrammi arrivano da tutto il mondo. Bet Davis, Tennessee Williams. Ma Sofia Lauren non si congratula. Gina Lollo Brigida non si congratula. Totò non si congratula, Alberto Sordi non si congratula. L’invidia è una bestia silenziosa e Anna ancora una volta si ritrova sola con la sua vittoria.

Se hai mai perso qualcuno per una malattia o se conosci il dolore di un genitore che vede soffrire il proprio figlio, scrivi il suo nome nei commenti. Anna Magnani ha combattuto ogni giorno per salvare Luca, sacrificando tutto. Anna torna a Roma e trova la sua casa vuota. Luca è in Svizzera. Roberto è con Ingrid.

Gli amanti passano, ma nessuno resta. Gli uomini mi cercano per la donna, dice Anna a un’amica, ma finiscono travolti dal mito e il mito non si può amare. Massimo Serato, Roberto Rossellini, Antony Franciosa, Gabriele Tinti. Tutti cercano Anna, nessuno la capisce. Dopo Rossellini non ho più chiesto promesse, dice, solo uomini veri o niente, ma gli uomini veri non esistono.

Nel 1960 Tennessee Williams la vuole di nuovo, questa volta per The Fugitive Kind, adattamento cinematografico del suo dramma Orpheus Descending. protagonista Marlon Brand regia Sydney Lumet giganti del cinema, due forze primordiali. Il set a Milton, New York diventa un campo di battaglia. Marlon Brando ha 36 anni, Anna ne ha 51.

Secondo le voci Anna fa avanze sabrando in un hotel prima delle riprese. Lui rifiuta, non la trova attraente. Da quel momento il set diventa un inferno. Anna odia recitare in inglese. Sotto stress emotivo l’accento italiano diventa così forteche Brando non riesce a capire le sue battute. Lei impara tutto foneticamente, non può improvvisare, deve essere perfetta, la tensione è palpabile.

Lumet dice: “Anna stava attraversando una crisi personale. Odiava essere in America, odiava essere in uno studio cinematografico.” Questa attrice, così onesta, autentica, sincera, aveva raggiunto un’età in cui la sua unica preoccupazione era il suo aspetto. Rando vola costantemente a Los Angeles per montare il suo film One Eight Jacks.

Anna resta sola sul set ancora una volta. The Fugitive Kind esce nel 1960. È un fallimento commerciale, ma le performance sono straordinarie. Williams scrive: “Anna e io avevamo entrambi coltivato il sogno che la sua apparizione nel ruolo che ho creato per lei in the fugitive kind sarebbe stato il suo più grande trionfo fino ad oggi.

Lei è semplicemente un essere raro che sembra avere attorno a sé una piccola nuvola tempestosa tutta sua.” In una stanza affollata può stare perfettamente immobile e silenziosa. E ancora senti la tensione atmosferica della sua presenza, il suo fremito e ronzio nell’aria come un filo elettrico esposto.

Nel 1962 Pierpaolo Pasolini la vuole per mamma Roma. Anna interpreta una prostituta che cerca di redimersi per amore del figlio. Di nuovo, non è finzione, è confessione. Sul set Pasolini dice: “Anna è romantica, vede la figura nel paesaggio, io invece sono sulla strada di Masaccio. Ma Anna è anche spietata, perfezionista, esigente.

I giovani attori la temono, è un caporale”, sussurrano, “ma solo una donna che sa cosa vuole e che non ha mai chiesto permesso a nessuno.” Se pensi che Anna Magnani sia stata una delle più grandi attrici della storia del cinema, lascia un like. Se credi che il suo talento sia stato pagato con troppa sofferenza, scrivi grazie Anna nei commenti.

Gli anni 60 non le offrono più grandi ruoli. Il cinema cambia, arrivano le dive giovani, le attrici levigate, i volti senza rughe. Anna Magnani, con il suo viso scolpito dalla vita, con la voce roca e gli occhi infuocati, non appartiene più a quel mondo. Si rifugia nel teatro, interpreta la lupa di Verga nel 1965 diretta da Franco Zeffirelli, Medea di Anuigl nel 1966, diretta da Giancarlo Menotti, trionfa sui palcoscenici d’Europa, ma dentro di lei cresce una stanchezza.

Nel 1969 gira il segreto di Santa Vittoria con Anthony Quinn. Viene candidata al Golden Globe come migliore attrice, ma non vince. Nel 1971, per la prima volta si cimenta con la televisione, interpreta tre miniilm per il piccolo schermo. È stanca, segnata, invecchiata. Nel 1972 Federico Fellini la chiama per un cameo in Roma.

Anna interpreta se stessa. Una notte attraversa i vicoli deserti di Roma. Incontra Fellini, sorride, chiude il portone davanti alla macchina da presa, le sue ultime parole sullo schermo in romanesco. No, non me fido. Ciao, buonanotte. È il suo addio. Silenzioso, malinconico, perfetto. 1973. Anna si sente stanca.

All’inizio pensa sia solo stress, troppo lavoro, troppi anni, ma il dolore non passa. I medici scoprono il tumore al pancreas già avanzato. Anna sa che è la fine. Chiama Luca, chiama Roberto. Roberto torna dopo tutti quegli anni, dopo tutto quel dolore, si siede accanto al letto di Anna, le tiene la mano. Perdonami, sussurra. Anna sorride.

Non c’è niente da perdonare. L’amore non si perdona, si vive. 26 settembre 1973, ore 19:30. Anna Magnani muore. Roberto organizza il funerale nella basilica di Santa Maria sopra Minerva. Il 28 settembre migliaia di persone riempiono le strade di Roma, piangono, applaudono. Nannarella, mamma Roma! La bara esce dalla basilica portata a spalla dagli amici. La folla applaude.

Un applauso lungo, commosso, fragoroso, per tutti i minuti necessari a portare la bara dal sagrato al furgone funebre. La gente continua ad applaudire, a urlare nannarella a buttare fiori. Quelli in prima fila baciano i cristalli dei finestrini del carro funebre piangendo. Luca sulla sedia a rotelle guarda quella folla e pensa: “Tutti l’amavano, ma nessuno l’ha mai veramente conosciuta.

viene sepolta inizialmente al cimitero del verano nella tomba di famiglia dei Rossellini, ma nel 1988, per volontà di Luca, la salma viene trasferita nella cappella di famiglia al cimitero di San Felice Circeo, vicino alla sua villa, vicino al mare, lontano dai riflettori, finalmente in pace. Anna Magnani ha vinto tutto.

L’Oscar, il Golden Globe, i nastri d’argento, il David di Donatello, la Coppa Volpi, ha conquistato Hollywood, ha incarnato il neorealismo, ha dato voce a un’Italia che soffriva, ma ha pagato tutto con la solitudine, abbandonata dalla madre, tradita dal marito, tradita dall’uomo che amava, separata dal figlio. Non ha mai avuto bisogno di difese, scrive un giornalista dopo la sua morte.

Era lei stessa la propria corazza, ma sotto quella corazza c’era una donna fragile, una figlia mai voluta, una madre che non riusciva a stare accanto al figlio, un’attrice che recitava anche quando letelecamere erano spente, perché per Anna Magnani non esisteva differenza tra vita e cinema. Era tutto vero, tutto dolorosamente vero.

Oggi, in un’epoca di attrici levigate e biografie perfette, la figura di Anna Magnani resta una fenditura di verità, non un’icona femminista, ma una donna che ha vissuto prima di ogni ideologia, che ha difeso la propria libertà con la voce, con il corpo, con la rabbia. Anna Magnani non chiedeva giustizia, se la prendeva e forse è per questo che la ricordiamo ancora.

Non per i premi, non per i film, ma per quella fame di vita che bruciava nei suoi occhi. Fino all’ultimo respiro. Anna Magnani non è mai stata perfetta, non è mai stata docile, non è mai stata facile, ma è stata vera, terribilmente vera. Le leggende non sono mai ciò che sembrano, sono solo esseri umani, terribilmente umani.

Iscriviti a ombre del passato. Lascia un like se questa storia ti ha toccato e scrivi nei commenti Anna Magnani, la voce di Roma vive per sempre perché le vere stelle non si spengono mai, anche quando tutto intorno è buio.