Settembre 1943. I generali tedeschi guardavano Napoli con il disprezzo che si riserva ai vinti. La città era già in ginocchio. 105 bombardamenti alleati avevano ridotto interi quartieri in macerie. 25.000 morti sotto le bombe, 100.000 appartamenti distrutti, niente acqua, niente luce, niente cibo. Una popolazione composta ormai da donne, bambini.
anziani e feriti. Gli uomini validi erano morti, fuggiti o al fronte. Per il colonnello Walter Shell, comandante delle forze di occupazione, quella gente non rappresentava alcuna minaccia. Erano fantasmi affamati che si aggiravano tra le rovine. Italiani del Sud, nella mentalità dell’alto comando, incapaci di combattere, incapaci di resistere.
Il 9 settembre, un giorno dopo l’armistizio, arrivò l’ordine da nord. Napoli doveva essere ridotta a cenere e fango. Il porto, vitale per qualsiasi avanzata alleata, andava completamente distrutto. La città non doveva servire al nemico, ma Shell voleva di più, voleva mano d’opera. Il 22 settembre manifesti apparvero sui muri della città.
Tutti gli uomini tra i 18 e i 33 anni dovevano presentarsi per la deportazione nei campi di lavoro in Germania. Chi non si presentava sarebbe stato fucilato sul posto. Shell firmò un proclama che i napoletani non avrebbero mai dimenticato. Chiunque agisca contro le forze armate germaniche sarà giustiziato. La casa del colpevole e i suoi dintorni saranno distrutti e ridotti in rovina.
Ogni soldato tedesco ferito o ucciso sarà vendicato 100 volte. 100 napoletani per ogni tedesco. Non era una minaccia vuota. Le esecuzioni pubbliche erano già iniziate. I rastrellamenti casa per casa, catturarono circa 18.000 uomini ammassati come bestiame nel campo sportivo del littorio al vomero. Le famiglie guardavano i propri figli, mariti e padri.
Trascinati via verso un destino sconosciuto, i due generali italiani responsabili della difesa della città, Riccardo Pentimalli ed Ettore del Tetto, fuggirono vestiti in abiti civili, abbandonando la popolazione al suo destino. Sarebbero stati condannati a 20 anni di carcere per diserzione. Napoli era sola.
Nessun esercito, nessun comando, nessuna speranza di soccorso. Gli alleati erano ancora a giorni di distanza, bloccati a Salerno. Per i tedeschi la questione era chiusa. Una città di morti di fame non si sarebbe mai ribellata. Dovevano solo completare le demolizioni, caricare i deportati e ritirarsi ordinatamente verso nord. Non potevano immaginare cosa stesse per accadere.

La sera del 27 settembre 1943 qualcosa cambiò nell’area di Napoli. Non ci fu una riunione segreta, non ci fu un piano coordinato, non ci fu un leader che chiamò alle armi. Quello che accadde fu qualcosa che gli antropologi avrebbero studiato per decenni, un’insurrezione completamente spontanea, nata dalla disperazione di un popolo che non aveva più nulla da perdere.
Gli scontri esplosero simultaneamente in quartieri diversi della città, senza che i ribelli si conoscessero tra loro, al Vomero, alla sanità, a Ponticelli, al centro storico, come se Napoli stessa avesse deciso di alzarsi in piedi. I tedeschi avevano commesso un errore fatale. Avevano sottovalutato due cose, la geografia e l’ingegno napoletano.
Napoli non era Berlino, non era Parigi. Era un labirinto costruito in 2000 anni di storia. Vicoli stretti dove un carro armato non poteva manovrare. Scalinate ripide, passaggi nascosti che solo chi era nato lì conosceva. E sotto la città un’intera rete di tunnel, caverne e acquedotti romani dove ci si poteva muovere invisibili comparendo alle spalle del nemico.
I carri armati tedeschi, terrore dei campi di battaglia europei. Qui erano trappole di metallo. Nei vicoli dei quartieri spagnoli un panzero girare la torretta. E le armi? I napoletani le trovarono. Ragazzini si tuffarono nel golfo per recuperare fucili e munizioni che i soldati italiani avevano gettato in mare dopo l’armistizio.
Altri assaltarono le caserme abbandonate di via Foria e via San Giovanni a Carbonara. Il 22 settembre abitanti del Vomero avevano già rubato munizioni da una batteria di artiglieria italiana. Il 25 settembre 250 fucili sparirono da una scuola, ma la vera arma era un’altra, la partecipazione totale.
Non erano soldati quelli che costruivano le barricate, erano operai, studenti, commercianti, tassisti, donne che lanciavano mobili, materassi e vasche da bagno dai balconi per bloccare le strade. anziani che segnalavano i movimenti tedeschi e i ragazzini, gli scugnizzi che conoscevano ogni angolo, ogni scorciatoia, ogni nascondiglio della loro città.
I tedeschi si trovarono a combattere contro un nemico che non riuscivano a vedere. Spari dai tetti, bombe a mano dai vicoli imboscate agli incroci e quando provavano a inseguire i ribelli sparivano nei tunnel sotterranei ricomparendo dall’altra parte della città. Le tattiche erano istintive ma devastanti. Tagliare le linee di rifornimento, isolare le pattuglie, trasformare ogni quartiere in una trappola.
I napoletani non avevano letto manualidi guerriglia urbana, la stavano inventando sul momento. Il colonnello Shell si rese conto che i suoi 3000 soldati in città erano improvvisamente vulnerabili. Le comunicazioni venivano interrotte, i convogli non arrivavano. I suoi uomini morivano in agguati che non riusciva a prevenire.
Quella che doveva essere un’occupazione tranquilla di una città sconfitta. si stava trasformando in un incubo e il peggio doveva ancora venire. 4 giorni, 96 ore. Questo era il tempo che separava Napoli dalla libertà o dalla distruzione totale. Nessuno lo sapeva ancora, ma la battaglia più straordinaria della Seconda Guerra Mondiale stava per cominciare.
Il 28 settembre Napoli bruciava. I combattimenti si erano intensificati durante la notte e ora infuriavano in ogni quartiere. Le barricate spuntavano ovunque, costruite con tram rovesciati, macerie dei bombardamenti, mobili gettati dalle finestre, qualsiasi cosa potesse fermare un veicolo. I veicoli del centro storico erano diventati trince.
Dai balconi e dai tetti i ribelli facevano fuoco su tutto ciò che portava un’uniforme tedesca. La risposta fu brutale. I tedeschi portarono l’artiglieria. Il quartiere operaio di Ponticelli venne bombardato pesantemente, casa dopo casa, ridotta in polvere. A Piazza Giuseppe Mazzini una colonna corazzata attaccò una cinquantina di ribelli, 12 morti, più di 15 feriti.
Ma i sopravvissuti non scapparono, raccolsero le armi dei caduti e continuarono a sparare. La sproporzione delle forze era assurda. Da una parte 3000 soldati tedeschi addestrati con carri armati, artiglieria, mitragliatrici pesanti e rifornimenti. Dall’altra civili affamati con fucili da caccia, pistole rubate, bottiglie incendiarie e coltelli da cucina.
Eppure i tedeschi non riuscivano ad avanzare. Al vomero i ribelli guidati da Enzo Stimolo lanciarono un assalto al campo sportivo del Littorio, dove migliaia di uomini erano ancora prigionieri in attesa di deportazione. L’attacco riuscì, i cancelli si aprirono e centinaia di napoletani tornarono liberi.
Molti di loro presero immediatamente le armi e si unirono alla rivolta. Sh ordinò rappresaglie. Un giovane marinaio fu giustiziato sulle scale del comando tedesco davanti a migliaia di persone costrette ad assistere. A Teverola, vicino Caserta, 500 civili furono obbligati a guardare l’esecuzione di 14 carabinieri che avevano resistito agli occupanti.
Ma il terrore non funzionava più. Ogni esecuzione creava 10 nuovi ribelli. Il terzo giorno, il 29 settembre, la battaglia raggiunse il culmine. Scontri feroci scoppiarono simultaneamente in decine di punti della città. Alla Rinascente, il grande magazzino di via Roma. I combattimenti durarono ore. I tedeschi non riuscivano a capire da dove venissero gli attacchi.
I napoletani usavano i tunnel sotterranei per spostarsi. emergendo alle spalle delle pattuglie nemiche. Le donne combattevano accanto agli uomini, portavano munizioni sotto i vestiti attraverso i posti di blocco. Medicavano i feriti negli scantinati trasformati in ospedali improvvisati. Molte impugnarono le armi loro stesse.
Una donna del popolo, il cui nome non è mai stato registrato, fu vista lanciare acqua bollente da un balcone su una pattuglia tedesca. Un’altra usò un mattarello per colpire un soldato che cercava di entrare in casa sua. Gesti disperati, furiosi di persone che avevano deciso che era meglio morire combattendo che vivere in ginocchio.
I quartieri si organizzavano autonomamente, senza ordini dall’alto. Ogni rione aveva i suoi capi improvvisati, le sue barricate, i suoi punti di raccolta per le armi catturate. La mancanza di coordinamento centrale, che avrebbe dovuto essere una debolezza, si rivelò un vantaggio. I tedeschi non potevano decapitare la rivolta perché non c’era una testa da tagliare e poi c’erano i ragazzini.
Gli scugnizzi si muovevano dove gli adulti non potevano. Strisciavano sotto le barricate, correvano tra le pallottole, portavano messaggi da un quartiere all’altro, recuperavano armi dai soldati caduti, sia italiani che tedeschi. Alcuni di loro, poco più che bambini, combattevano in prima linea. Il prezzo era altissimo. I morti si accumulavano nelle strade, nei cortili, davanti alle chiese.
Gli ospedali, già devastati dai bombardamenti, erano sommersi di feriti. 200 cadaveri giacevano lungo il muro dell’ospedale degli incurabili, alcuni lì da giorni, [musica] perché nessuno aveva il tempo di seppellirli. Dall’altra parte dello stesso muro 600 feriti aspettavano cure che spesso non arrivavano, ma nessuno si arrese.
Ogni ora che passava i tedeschi perdevano terreno. Le loro linee di comunicazione erano tagliate. I rifornimenti non arrivavano. Le pattuglie isolate venivano annientate una dopo l’altra. Sh si rese conto che non stava più combattendo un’insurrezione, stava combattendo un’intera città e stava perdendo.
La sera del 29 settembre i comandi tedeschi iniziarono a discutere quello che fino al giorno prima sembrava impensabile, la ritirata.Ma prima di andarsene avrebbero fatto pagare a Napoli il prezzo più alto possibile. Tra le migliaia che combatterono in quelle giornate, alcuni nomi sarebbero diventati immortali, non generali, non ufficiali, ragazzini.
Gennaro Capuozzo aveva 12 anni. Tutti lo chiamavano Gennarino. Era un apprendista commesso, figlio di una famiglia povera del centro storico. Suo padre era al fronte e lui a 11 anni era già diventato il capo famiglia, lavorando per aiutare la madre Concetta e i tre fratelli più piccoli. La mattina del 28 settembre Gennarino uscì di casa per andare al lavoro, come ogni giorno.
Fuori dal vicolo sentì degli spari. si girò e vide tre corpi davanti a un panificio, una donna, un uomo e un bambino. Una camionetta tedesca si allontanava. Gennarino tornò a casa, prese una borraccia d’acqua e una pagnotta, diede un bacio a sua madre e le disse parole che sarebbero entrate nella storia di Napoli. Mamma, non m’aspetta, tornerò qua a Napole sarà libera.
Sua madre non fece in tempo a rispondere. Gennarino era già sparito nei vicoli. Si unì a un gruppo di ragazzi, molti evasi dal carcere minorile, che avevano deciso di combattere. Insieme si aggirarono tra le caserme abbandonate, raccogliendo fucili, munizioni, bombe a mano, tutto quello che potevano trasportare. Ma Gennarino non si limitò a raccogliere armi.
Combattè sulla strada tra Frullone e Marianella, [musica] il suo gruppo tese un’imboscata a un camion tedesco. Gennarino si avvicinò sotto il fuoco nemico e lanciò una bomba a mano contro il mezzo. Poi puntò la mitraglietta verso la cabina. Ora scendete. Dal camion scesero tre soldati con le mani alzate, il comandante, l’autista e il mitragliere, lo stesso comandante che poco prima aveva ordinato la strage al panificio.
I prigionieri furono portati all’accampamento degli insorti e Gennarino fu trattato da eroe. Ma lui non si fermò. Il 29 settembre corse verso via Santa Teresa degli Scalzi, dove le barricate più pesanti cercavano di bloccare l’avanzata dei carri armati tedeschi. Si posizionò sul terrazzo dell’Istituto delle Maestre Pie e Filippini.
Prima portò munizioni agli altri combattenti, poi impugnò lui stesso le armi. Quando un carro armato avanzò verso la barricata, Gennarino si alzò in piedi. In mano aveva delle bombe a mano. Accanto a lui, due insorti adulti facevano fuoco con tutto quello che avevano. “Adesso vi facciamo vedere chi sono i napoletani”, gridò.
“Vedrete chi è Gennarino Capuozzo”. lanciò la prima bomba, poi la seconda. Stava preparando la terza quando una granata tedesca lo centrò in pieno. I compagni che combattevano a pochi metri di distanza lo videro sparire nella polvere dell’esplosione. Corsero verso di lui sperando di poterlo aiutare, ma era troppo tardi.
Il suo corpo giaceva immobile, il volto sfigurato, la bomba ancora stretta nel pugno. Gennarino Capuozzo aveva 12 anni. sarebbe stato decorato con la medaglia d’oro al valor militare. Non fu l’unico. Filippo Illuminato aveva 13 anni. Il 28 settembre in piazza Trieste e Trento vide un’auto blindo tedesca che stava per entrare in via Roma.
Mentre tutti cercavano riparo, Filippo corse verso il mezzo corazzato, lanciò una bomba a mano, poi avanzò sotto il fuoco nemico e ne lanciò un’altra. L’autoblindo gli venne addosso. Filippo non si mosse, i tedeschi lo crivellarono di colpi. La motivazione della sua medaglia d’oro recita.
Con sublime audacia, solo mentre gli uomini cercavano riparo, attaccò un auto blindo. Dopo aver lanciato una bomba a mano, avanzò sotto il fuoco nemico e ne lanciò una seconda, cadendo crivellato di colpi. Tale suprema, nobile spregiudicatezza eleva questo tredicenne tra gli eroi della nazione. Pasquale Formisano aveva 17 anni. Il 28 settembre sua madre lo implorò di nascondersi. Lui uscì comunque.
Tra i morti che giacevano per strada, trovò due bombe a mano e una mitragliatrice. [musica] Se la caricò in spalla e andò verso via Roma. A piazza Carità si nascose dietro un mucchio di pietre e cominciò a sparare. Morì combattendo. Mario Menechini aveva 18 anni, anche lui decorato con la medaglia d’oro, anche lui caduto sulle barricate.
Quattro ragazzi, quattro medaglie d’oro. Età media, 15 anni, ma erano solo i più famosi. Centinaia di scugnizzi combatterono in quelle giornate. Molti non avevano nemmeno un nome registrato. Morirono anonimi, difendendo una città che non li aveva mai trattati bene. Vicoli che erano stati la loro unica casa, una libertà che non avevano mai conosciuto.
Gennaro di Paola sopravvisse. Anni dopo, avrebbe raccontato: “Il 28 settembre del 43 mi sono trovato con il fucile in mano. In quei momenti, malgrado la giovane età, ci siamo abituati a odiare.” Quell’odio mi è rimasto addosso per mesi. Erano bambini, la guerra li aveva trasformati in soldati. Napoli li avrebbe ricordati per sempre.
Quello che stava accadendo a Napoli andava oltre la guerra. Era uno scontro tra due visioni del mondo. Da una parte un esercito cheaveva ricevuto l’ordine di cancellare una città dalla carta geografica. Non solo sconfiggerla, annientarla. ridurre 2000 anni di storia in cenere e fango, come recitava l’ordine originale, distruggere il porto, far saltare i ponti, avvelenare l’acquedotto, bruciare le biblioteche, lasciare agli alleati solo macerie inutilizzabili, dall’altra persone che non avevano più niente, affamati, bombardati, traditi
dai loro stessi generali, persone che avrebbero potuto nascondersi negli scantinati e aspett che passasse la tempesta. Nessuno li avrebbe biasimati. Erano civili, non soldati. Non era compito loro combattere. Scelsero di combattere lo stesso. Non per ideologia, non per ordini superiori, per qualcosa di più semplice e più profondo.
Stavano difendendo casa loro, i vicoli dove erano nati, le chiese dove si erano sposati, le piazze dove giocavano i loro figli. Napoli non era solo una città, era la loro identità. I tedeschi avevano già iniziato le demolizioni sistematiche. Le squadre di ingenieri facevano saltare ponti, depositi, infrastrutture. Il 30 settembre diedero fuoco alla Biblioteca Nazionale. Più di 500.
000 volumi andarono perduti. Manoscritti medievali, documenti insostituibili, la memoria scritta di secoli. Minarono edifici sul lungomare, programmando esplosioni a scoppio ritardato che avrebbero continuato a uccidere per settimane dopo la loro partenza, ma non riuscirono a completare il lavoro. Ogni ora che i napoletani resistevano era un’ora in meno per le demolizioni.
Ogni barricata che bloccava una strada era una squadra di genieri che non poteva raggiungere il suo obiettivo. Ogni imboscata era un ritardo che salvava un ponte, un acquedotto, un pezzo di città. I ribelli non lo sapevano, ma stavano combattendo una corsa contro il tempo e la stavano vincendo.
Quando il colonnello Shell ordinò la ritirata definitiva, i piani di distruzione totale erano stati eseguiti solo in parte. Il porto era danneggiato, ma non annientato. Interi quartieri che dovevano essere rasi al suolo erano ancora in piedi. Napoli era ferita, devastata, ma viva. E c’era qualcos’altro, qualcosa che nessun rapporto militare avrebbe mai catturato.
In quei quattro giorni una popolazione che il mondo considerava sconfitta aveva ritrovato la propria dignità. Madri che avevano perso tutto trovarono la forza di lanciare pietre contro i carri armati. Vecchi che non riuscivano più a camminare si trascinarono alle finestre per segnalare i movimenti nemici.
Bambini che avrebbero dovuto giocare per strada morirono da eroi sulle barricate. Nessuno li aveva obbligati, nessuno li aveva organizzati. si erano alzati da soli spontaneamente perché avevano deciso che esistono cose per cui vale la pena morire. Un testimone dell’epoca scrisse: “Non era una rivolta di soldati, era una rivolta di esseri umani che avevano deciso di smettere di avere paura.
I tedeschi avevano le armi, i carri armati, l’addestramento. I napoletani avevano qualcosa che non si può requisire o distruggere. la volontà di esistere, di non essere cancellati, di non piegarsi. Quella era la vera vittoria. Prima ancora che l’ultimo soldato tedesco lasciasse la città, prima ancora che gli alleati arrivassero, Napoli aveva già vinto, non sul campo di battaglia, nell’anima.
Una città affamata e distrutta aveva guardato in faccia uno degli eserciti più potenti del mondo e aveva detto: “No, non ci arrenderemo, non ci lascerete deportare, non ci cancellerete dalla storia”. e non lo fecero. La mattina del 30 settembre 1943 il colonnello Shell issò bandiera bianca. Il comandante tedesco, che aveva minacciato di vendicare ogni suo soldato 100 volte, che aveva ordinato deportazioni di massa e esecuzioni pubbliche, chiese una tregua per negoziare.
I suoi uomini erano esausti, le munizioni scarseggiavano, le comunicazioni con il comando erano interrotte. Tre giorni di combattimenti contro un nemico invisibile li avevano logorati. I termini furono semplici. I tedeschi avrebbero lasciato Napoli senza ulteriori distruzioni. In cambio avrebbero potuto ritirarsi verso nord senza essere attaccati e avrebbero rilasciato gli ostaggi ancora prigionieri.

Quella sera stessa le ultime colonne tedesche abbandonarono la città. Shell se ne andò lasciandosi alle spalle un ultimo regalo crudele. Bombe a scoppio ritardato nascoste in edifici pubblici, alcune programmate per esplodere settimane dopo. Ma la guerra per Napoli era finita. Il primo ottobre 1943, alle 9:30 del mattino, le autoblindo del King’s Dragon Guards entrarono in città.
erano i primi reparti alleati a raggiungere Napoli. Si aspettavano di dover combattere per liberarla. Trovarono una città già libera. I napoletani li accolsero per le strade, esausti ma in piedi, non come liberatori, come ospiti. La liberazione l’avevano fatta da soli. Il corrispondente dell’Associated Press, Hall Boyle, era sul posto.
Il suo dispo, pubblicato dal New York Times il 3 ottobre, raccontava quello che avevavisto. I giovani guerriglieri italiani, con i colletti aperti e senza elmetti, sembravano usciti dalla Rivoluzione francese. Descrisse ospedali pieni di morti e feriti, 200 cadaveri lungo un muro, 600 feriti dall’altro lato e una popolazione che, nonostante tutto, era ancora in piedi, ancora combattiva.
Il feld maresciallo Albert Kesselring, comandante supremo tedesco in Italia, annotò nei suoi rapporti che la ritirata da Napoli era stata completata con successo. Era una menzogna burocratica. I suoi uomini erano stati cacciati da una città di civili disarmati. Gli storici militari avrebbero poi scritto quello che i tedeschi non vollero mai ammettere pubblicamente.
La prima occasione nell’Europa occidentale in cui una popolazione prevalentemente civile, priva di organizzazione militare formale o di supporto alleato significativo, costrinse le forze tedesche a ritirarsi da un grande centro urbano. Non era mai successo prima. Varsavia ci avrebbe provato l’anno dopo con risultati tragici.
Parigi sarebbe stata liberata con l’aiuto decisivo degli alleati, ma Napoli lo fece da sola prima di tutti. La Repubblica Italiana avrebbe conferito alla città la medaglia d’oro al valor militare. La motivazione recita con superba passione patriottica sepe ritrovare tra lutti e rovine la forza per cacciare dal territorio napoletano le truppe germaniche.
Durante le quattro giornate di fine settembre 1943, Napoli offrì i suoi numerosi figli. Con il suo glorioso esempio indicò a tutti gli italiani la via della libertà, della giustizia, della salvezza della patria. Era l’unica città italiana a ricevere questa decorazione per un’insurrezione popolare. Nel 1962 il regista Nanni Loy avrebbe portato questa storia sul grande schermo.
Il film Le quattro giornate di Napoli fu candidato a due premi Oscar. Miglior film straniero e migliore sceneggiatura. Gli attori rifiutarono di apparire nei titoli di coda. Vollero restare anonimi in onore [musica] di tutti quei napoletani che erano morti senza che nessuno registrasse i loro nomi. Oggi, 80 anni dopo, Napoli non ha dimenticato.
A Piazza Quattro Giornate, nel quartiere Vomero, una targa ricorda quello che accadde in quelle 96 ore. Ogni anno, nell’ultima settimana di settembre, la città si ferma. Cerimonie ufficiali, deposizioni di corone, minuti di silenzio. I nipoti e i pronipoti di chi combattè camminano per le stesse strade dove i loro nonni morirono.
Sul lungomare di Mergellina si erge il monumento alle quattro giornate, opera dello scultore Marino Mazzacurati, inaugurato nel 1963. Monoliti di pietra scolpita mostrano figure umane in lotta, uomini, donne, bambini, non eroi idealizzati, ma persone comuni catturate nel momento della scelta, il momento in cui decisero di smettere di subire.
In via Santa Teresa degli Scalzi, una lapide segna il punto esatto dove Gennarino Capuozzo cadde. I napoletani ci passano ogni giorno, molti si fermano un istante. Alcune scuole portano lì i bambini in gita. Spiegano loro che un ragazzino della loro età, 80 anni fa, morì in quel punto difendendo la città. Una scuola porta il suo nome, l’Istituto Comprensivo Gennaro Capuozzo al centro direzionale.
Ogni mattina centinaia di studenti entrano in un edificio dedicato a un dodicenne che scelse di combattere invece di nascondersi. Ma l’eredità più importante non è fatta di monumenti. Le quattro giornate di Napoli dimostrarono qualcosa che il mondo aveva dimenticato. Che una popolazione civile senza armi, senza addestramento, senza speranza apparente può alzarsi e cambiare il corso della storia.
Che il coraggio non è un monopolio degli eserciti, che a volte i più deboli sono i più forti. Napoli fu la prima grande città europea a liberarsi con un’insurrezione popolare prima di Parigi, prima di qualsiasi altra. Quando gli storici studiano la resistenza in Europa, questo è il punto di partenza. E c’è un’ultima cosa che i napoletani raccontano ancora.
Nel marzo 1944, pochi mesi dopo la liberazione, il Vesuvio eruttò. Un fiume di lava minacciò la città già devastata. Il vento soffiava verso Napoli, portando cenere e lapilli. Sembrava che la natura stessa volesse completare la distruzione che i tedeschi non erano riusciti a finire. Poi il vento cambiò direzione.
La cenere volò verso il mare, Napoli fu risparmiata. I napoletani non sono gente superstiziosa, ma qualcuno [musica] in quei giorni disse che forse anche il Vesuvio aveva capito. Quella [musica] città aveva già dato abbastanza, aveva già dimostrato di cosa era capace. Napoli era sopravvissuta ai bombardamenti, all’occupazione, all’insurrezione e al vulcano.
Era ancora lì. È ancora lì e non dimentica.
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