24 agosto 1942. ANSA del fiume, Don, Russia meridionale. Un campo di girasoli si estende fino all’orizzonte. L’alba illumina i fiori gialli che ondeggiano nella brezza mattutina. Sembra un paesaggio da cartolina, ma tra quei girasoli 700 uomini a cavallo stanno per fare qualcosa che il mondo considera impossibile.
Stanno per caricare 2500 soldati sovietici armati di mitragliatrici con le sciabole. Nel 1942 la cavalleria è una reliquia, un ricordo romantico di guerre passate. I manuali militari di ogni nazione concordano su un punto. Il cavallo non ha più posto sul campo di battaglia moderno. Le mitragliatrici sparano 600 colpi al minuto.
I mortai [musica] piovono dal cielo. I carri armati attraversano qualunque terreno. Contro queste armi un uomo a cavallo con una sciabola. È solo un bersaglio più grande di un fante. Gli inglesi lo sanno. Hanno smantellato la maggior parte delle loro unità montate dopo la Grande Guerra. Gli americani lo sanno, i loro reggimenti di cavalleria esistono ancora, ma nessuno si aspetta che carichino davvero.
I tedeschi lo sanno meglio di tutti. La Vermacht è la macchina da guerra più moderna del pianeta. Carri armati panzer, stucas impicchiata, fanteria motorizzata. I cavalli servono per trainare i cannoni, non per combattere. E gli italiani? Gli italiani hanno ancora reggimenti di cavalleria, uomini che indossano uniformi eleganti e portano sciabole al fianco, che si addestrano a caricare informazione, come facevano i loro bisnonni a Custozza e a Novara, che credono ancora nell’onore del cavaliere. Il mondo ride di loro, ma
il mondo non conosce il reggimento Savoia Cavalleria, fondato nel 1692 dal Duca Vittorio Amedeo II. Il Savoia è uno dei reggimenti più antichi d’Europa. Ha combattuto nelle guerre di successione. Ha caricato a Pastrengo nel 1848. È entrato a Roma nel 1870 e a Udine nel 1918. 300 anni di storia, 300 anni di cariche e una tradizione che nessun altro reggimento italiano possiede, la cravatta rossa.
Solo il Savoia Cavalleria porta quel colore al collo, un segno di distinzione che risale ai tempi in cui i cavalieri si riconoscevano in battaglia dal colore delle loro insegne. Nell’agosto del 1942 il Savoia è in Russia. Fa parte dell’Armir, l’armata italiana in Russia, inviata a combattere sul fronte orientale.
700 uomini, 600 cavalli, sciabole, bombe a mano e fucili. Niente carri armati, niente autoblindo, solo cavalli e acciaio. Il loro comandante è il colonnello Alessandro Bettoni Cazzago, un conte, un aristocratico di altri tempi, [musica] un uomo che crede ancora che il coraggio possa fare la differenza. Il 20 agosto i sovietici lanciano un’offensiva sul Don.
La divisione sforzesca crolla in due giorni. 2500 soldati siberiani dell’82ismo in reggimento fucilieri avanzano e occupano la quota 213,5, una collina che domina la zona. Si trincernano, piazzano mitragliatrici e mortai, aspettano l’alba per attaccare. Non sanno che nella notte, a meno di 1 km da loro, si è accampato il Savoia Cavalleria.
La mattina del 24 agosto una pattuglia italiana a cavallo viene avvistata dai sovietici. I russi aprono il fuoco. La sorpresa è svanita. I sovietici [musica] sanno che gli italiani sono lì e gli italiani sanno che i sovietici stanno per attaccare. Il colonnello Bettoni guarda la collina attraverso il binocolo, vede le postazioni nemiche, vede le mitragliatrici, vede i mortai, fa un calcolo rapido.

Se aspetta i suoi uomini verranno massacrati. Se si ritira la linea italiana crolla. C’è solo un’opzione. Bettoni si volta verso i suoi ufficiali. L’ordine che sta per dare non viene impartito da decenni. È un ordine da un’altra epoca, un ordine che tutti credevano morto insieme ai cavalieri di Balaclava. Sciabole in pugno. Si carica.
Per capire cosa successe quella mattina bisogna prima capire chi erano quegli uomini. Il Savoia Cavalleria non era un reggimento qualunque, [musica] era l’elite. I suoi ufficiali venivano dalle famiglie più antiche d’Italia, conti, baroni, figli di generali, uomini cresciuti a cavallo che avevano imparato a montare prima di imparare a leggere.
Per loro la cavalleria non era solo un’arma, era una vocazione. I soldati semplici erano altrettanto selezionati, contadini del Piemonte e della Lombardia che sapevano domare cavalli da quando avevano 10 anni. Pastori delle Alpi abituati a muoversi su terreni impossibili, uomini duri, silenziosi, capaci di sopportare freddo e fatica senza lamentarsi.
E poi c’erano i cavalli. I cavalli del Savoia erano di razza persano e salernitano, animali allevati specificamente per la cavalleria militare italiana. Non erano i destrieri massicci dei cavalieri medievali, erano cavalli agili, resistenti, capaci di galoppare per chilometri senza stancarsi. Ogni cavaliere conosceva il suo cavallo come un fratello, lo accudiva personalmente, gli parlava, sapeva riconoscerne l’umore dal movimento delle orecchie.
Tra questi cavalli ce n’era uno che si chiamava Albino, un sauronato nel 1932 in Maremma. Nessuno poteva immaginare che quel cavallo sarebbe diventato un simbolo, che avrebbe perso la vista in battaglia e vissuto ancora 18 anni, che il suo corpo impagliato sarebbe finito in un museo militare. Ma questo viene dopo. Il 24 agosto 1942 Albino era solo uno dei 600 cavalli schierati nel campo base del Savoia.
600 animali che fremevano nell’aria fresca del mattino russo, che sentivano la tensione dei loro cavalieri, che sapevano, con quell’istinto che hanno gli animali che qualcosa di terribile stava per accadere. Il reggimento era organizzato in quattro squadroni. Ogni squadrone contava circa 150 uomini. Ogni uomo portava una sciabola modello 1871, [musica] una pistola, bombe a mano e un moschetto.
L’armamento era quello dei loro nonni, ma l’addestramento era spietato. I cavalieri del Savoia si addestravano a caricare informazione serrata, a mantenere la linea mentre i cavalli galoppavano a 40 km/h, a colpire con la sciabola senza perdere l’equilibrio, a lanciare bombe a mano dal dorso di un animale in movimento. Erano esercizi che sembravano anacronistici, preparazione per una guerra che non sarebbe mai arrivata.
Fino a quella mattina il colonnello Bettoni Cazzago aveva 52 anni, alto, magro, con i baffi grigi e lo sguardo di chi ha visto troppo. Aveva combattuto nella Grande Guerra, sapeva cosa significava mandare uomini a morire e sapeva che l’ordine che stava per dare avrebbe fatto esattamente questo, ma non aveva scelta.
I sovietici dell’otcento dodositeschi reggimento fucilieri siberiani non erano coscritti inesperti, erano veterani, uomini temprati dal freddo della Siberia e dalla brutalità del fronte orientale. Avevano mitragliatrici maxim capaci di sparare 600 colpi al minuto, mortai da 82 mm che potevano colpire qualunque posizione nel raggio di 3 km.
fucili Mosin Nagant, precisi e letali e avevano i numeri 2500 contro 700. La collina che occupavano dominava il terreno circostante. Si erano trincerati durante la notte. Avevano scavato buche individuali e posizioni per le mitragliatrici. Controllavano ogni via di accesso. Qualunque attacco frontale sarebbe stato un suicidio, qualunque attacco convenzionale.
Bettoni studiò la situazione. [musica] Vide un burrone sul fianco destro della posizione sovietica, un avvallamento naturale che offriva copertura dalla vista nemica. Un cavallo poteva percorrerlo al galoppo, senza essere visto fino all’ultimo momento. Il piano prese forma nella sua mente. Il dogemo squadrone avrebbe usato il burrone per aggirare i sovietici.
Sarebbero sbucati alle spalle delle postazioni nemiche e avrebbero caricato lungo la linea delle trincee. Il quattro squadrone avrebbe attaccato frontalmente per distrarre il nemico e permettere al duogomo di completare la manovra. Il treso squadrone sarebbe rimasto in riserva, pronto a intervenire. Era un piano disperato, ma era l’unico piano possibile.
Tra gli ufficiali che ascoltavano gli ordini c’era il capitano Silvano Abbà, 31 anni, comandante del qufroremo squadrone e qualcosa di più. Abba era un atleta olimpico. Aveva vinto la medaglia di bronzo nel Pentathlon Moderno alle Olimpiadi di Berlino nel 1936. Sapeva tirare di scherma, sparare, nuotare, correre e cavalcare meglio di quasi chiunque altro in Italia.
Era il tipo di uomo che i giornali avrebbero chiamato eroe nazionale in tempo di pace. Ma Abba aveva anche un’altra passione, la fotografia. portava sempre con sé una macchina fotografica. Documentava tutto, i paesaggi russi, i volti dei suoi uomini, i momenti di quiete prima della battaglia.
Quella mattina, prima di montare a cavallo, Abba scattò alcune foto. Inquadrò la polvere sollevata dal duquimo squadrone che si muoveva verso il burrone. Immortalò gli ultimi istanti prima della carica. Non sapeva che sarebbero state le ultime foto della sua vita, che la sua macchina fotografica sarebbe stata trovata sul suo corpo e restituita a sua madre.
Gli uomini del Savoia si prepararono in silenzio, controllarono le cinghie delle selle, affilarono le sciabole, infilarono le bombe a mano nelle giberne, accarezzarono il collo dei loro cavalli. Nessuno parlava, non c’era bisogno di parole. Tutti sapevano cosa stavano per fare. Tutti sapevano che alcuni di loro non sarebbero tornati.
I sovietici dalle loro trincee osservavano i movimenti italiani, vedevano i cavalli, vedevano gli uomini con le sciabole e probabilmente non credevano ai loro occhi. Cavalleria. Nel 1942 contro mitragliatrici doveva essere uno scherzo, una diversione. Nessuno sarebbe stato così pazzo da caricare a cavallo contro posizioni fortificate.
L’avevano fatto a Balaclava nel 1854. Era stato un massacro. L’avevano fatto nella Grande Guerra e era stato peggio. Nessun comandante sano di mente avrebbe ordinato una cosa simile. Ma il colonnello Bettoni non stava cercando di essere sano di mente, stava cercando di vincere. Alle 7:30 del mattino il duemo squadrone raggiunse l’imboccatura del burrone.
150uomini a cavallo nascosti alla vista del nemico, pronti a scattare. Il capitano Abba alzò la sciabola. Il quatro squadrone si dispose in linea. 150 cavalieri con le cravatte rosse al vento. Il colonnello Bettoni guardò i suoi uomini un’ultima volta, poi diede l’ordine. Savoia. Il grido di battaglia del reggimento echeggiò nel campo di girasoli.
[musica] 600 voci che urlavano una sola parola. Il nome di una dinastia, il nome di una nazione, il nome di 300 anni di storia. E i cavalli partirono al galoppo. Il galoppo di 600 cavalli fa tremare la terra. Non è una metafora, è un fatto fisico. Quando 600 animali da 500 kg ciascuno colpiscono il terreno all’unisono, il suolo vibra.
I sovietici nelle trincee sentirono quel tremore prima ancora di vedere qualcosa. Sentirono la terra che tremava sotto i loro piedi e non capirono. Poi videro dal campo di girasoli emerse un’onda, un muro di cavalli, di uomini, di acciaio lucente. Le sciabole alzate riflettevano il sole del mattino. Le cravatte rosse sventolavano come bandiere di sangue.
e quel grido, quel grido terribile che sembrava venire da un altro secolo. Savoia! I mitraglieri sovietici aprirono il fuoco, le maxim cominciarono a vomitare proiettili. 600 colpi al minuto per ogni arma, un muro di piombo che avrebbe dovuto fermare qualunque cosa. Ma i cavalli non si fermarono. Il capitano Abba era in testa al quattro squadrone.
Galoppava con la sciabola in pugno, gli occhi fissi sulle postazioni nemiche. Vedeva le vampate delle mitragliatrici, sentiva i proiettili che fischiavano nell’aria, vedeva i cavalli che cadevano, gli uomini che venivano sbalzati di sella, ma non rallentò. La distanza si riduceva. 300 m, 200, 100. Ogni secondo che passava era un miracolo.
Ogni metro guadagnato era una vittoria sulla morte. I sovietici non potevano credere a quello che vedevano. Quegli italiani [musica] continuavano a venire avanti. Cadevano ma continuavano. I cavalli senza cavaliere galoppavano insieme agli altri, trascinati dall’istinto del branco. I feriti si aggrappavano alle criniere e restavano in sella. 50 m.
I mitraglieri cominciarono a farsi prendere dal panico. Sparavano troppo in alto, troppo a destra, troppo a sinistra. La paura faceva tremare le mani. Quei cavalieri erano troppo vicini, troppo veloci, troppo impossibili. Poi il quatro squadrone piombò sulle trincee e iniziò il massacro. Le sciabole italiane erano affilate come rasoi.
[musica] Anni di addestramento avevano insegnato a quegli uomini. Esattamente dove colpire il collo, le spalle, le braccia. Colpi rapidi, precisi, mortali. Un cavaliere al galoppo aveva una forza di impatto che nessun fante poteva eguagliare. I sovietici cercarono di reagire, alcuni alzarono i fucili per sparare, ma un fucile è inutile contro un cavallo che ti sta addosso.
Altri cercarono le baionette, ma una baionetta è lunga 60 cm, una sciabola è lunga 1 m. Il capitano Abba colpiva senza sosta, aveva lasciato cadere le redini. e guidava il cavallo solo con le gambe, come gli avevano insegnato nell’addestramento olimpico. Con una mano teneva la sciabola, con l’altra lanciava bombe a mano nelle buche, dove i sovietici cercavano riparo.
Le esplosioni si mescolavano alle urla. Il nitrito dei cavalli si confondeva con i colpi di pistola. I girasoli venivano calpestati, spezzati, ridotti in poltiglia sotto gli zoccoli. Ma la battaglia non era vinta. I sovietici erano 2500. Anche nel panico, anche nel caos, i numeri contavano. I mitraglieri delle posizioni più arretrate continuavano a sparare.
I fanti si riorganizzavano, cominciavano a contrattaccare. Fu in quel momento che arrivò il Doom Squadrone. Il capitano Francesco De Leone aveva condotto i suoi 150 uomini attraverso il burrone. erano rimasti nascosti, mentre il quattro squadrone assorbiva tutto il fuoco nemico. Avevano aspettato il momento giusto. Ora quel momento era arrivato.
Il dru squadrone emerse alle spalle delle posizioni sovietiche. I mitraglieri che stavano sparando contro Abba e i suoi uomini si trovarono improvvisamente attaccati da dietro. Non ebbero il tempo di girare le armi, non ebbero il tempo di reagire. De Leon caricò lungo la linea delle trincee. [musica] I suoi cavalieri colpivano tutto quello che si muoveva.
Le mitragliatrici vennero rovesciate, i serventi abbattuti, le munizioni disperse, i sovietici si trovarono presi tra due fuochi. Davanti il quattro squadrone che continuava ad avanzare, dietro il duasmo che seminava distruzione. I girasoli erano diventati una trappola mortale. Alcuni cominciarono ad arrendersi, gettavano i fucili, alzavano le mani, gridavano parole che gli italiani non capivano, ma la carica non si poteva fermare.
Un cavallo al galoppo non si ferma in un istante. Un uomo con l’adrenalina nelle vene non distingue chi si arrende da chi combatte. Altri cercarono di fuggire. Corsero verso il fiume, verso i boschi, verso qualunque direzione promettesse salvezza. Ma i cavalli erano più veloci, lesciabole raggiunsero le schiene in fuga. Nel mezzo del caos il maggiore Alberto Litta Modignani prese una decisione che non era nei piani.
Avrebbe dovuto restare con il comando regimentale, avrebbe dovuto coordinare le comunicazioni, ma quando vide il tresimo squadrone pronto a intervenire non resistette. estrasse la sciabola, spronò il cavallo, si lanciò nella battaglia con il personale del comando alle spalle. Non era il suo compito, non era il suo ordine, ma era il suo reggimento.
Il tredimo squadrone seguì il maggiore nella carica. Altri 150 cavalieri che si gettarono nella mischia. Le linee sovietiche già spezzate crlarono definitivamente. La battaglia durò meno di un’ora. 60 minuti che sembrarono un’eternità, 60 minuti di acciaio, sangue e polvere. Quando finì, [musica] il campo di girasoli era irriconoscibile.
Gli steli gialli erano coperti di rosso. I corpi dei cavalli giacevano accanto a quelli degli uomini. Le trincee sovietiche erano piene di cadaveri. I numeri raccontarono la storia. [musica] 150 sovietici morti, 300 feriti, 600 prigionieri. L’intero 812 dice in reggimento fucilieri siberiani era stato annientato.
Gli italiani avevano perso 32 uomini, 52 erano feriti, più di 100 cavalli erano stati abbattuti, 32 contro 150, in un’epoca di mitragliatrici e mortai, a cavallo con le sciabole. Impossibile. Eppure era successo. Ma c’era un prezzo che nessun numero poteva misurare. Il capitano Silvano Abba giaceva nel campo di girasoli.
L’atleta olimpico, il fotografo, l’eroe. Una raffica di mitragliatrice lo aveva colpito mentre guidava i suoi uomini all’assalto. era morto facendo quello che aveva fatto per tutta la vita, correndo verso l’impossibile. Accanto al suo corpo, intatta c’era la sua macchina fotografica. Le ultime foto che aveva scattato mostravano i suoi uomini prima della carica.
Volti giovani, determinati, inconsapevoli. L’ultimo sguardo di un mondo che stava per scomparire. Il sottotenente Carlo Compagnoni raccolse quella macchina fotografica, la tenne con sé per tutto il resto della guerra. Quando tornò in Italia, cercò la madre del capitano Abbà, le restituì le foto di suo figlio, ma questo viene dopo.
In quel momento, nel campo di girasole insanguinato c’era solo silenzio. Il silenzio che viene dopo la battaglia. Ogni battaglia [musica] ha i suoi eroi, ma la carica di Isbuchenski ne ebbe così tanti che raccontarli tutti richiederebbe un libro intero. Cominciamo da quelli che non tornarono. Il capitano Silvano Abba aveva 31 anni quando morì.
Era nato a Torino nel 1911 in una famiglia che respirava sport e disciplina. Fin da bambino aveva mostrato un talento naturale per qualunque attività fisica. Nuotava come un pesce, correva come il vento, tirava di scherma con una grazia che sembrava danza, ma la sua vera passione era il cavallo. Abba aveva iniziato a cavalcare a 6 anni, a 12 vinceva le sue prime gare.
A 20 era già considerato uno dei migliori cavalieri d’Italia. Quando il Comitato Olimpico cercò atleti per il pentaton moderno, [musica] il suo nome fu il primo sulla lista. Il pentathlon moderno era stato inventato dal barone de Cubertà per simulare le abilità di un ufficiale di cavalleria del X secolo. Scherma, tiro, nuoto, corsa e equitazione.
Cinque discipline che richiedevano un atleta completo, versatile, capace di eccellere in tutto. Abba era esattamente quell’atleta. Alle Olimpiadi di Berlino del 1936 competé contro i migliori del mondo, tedeschi, ungheresi, svedesi, atleti professionisti che si allenavano tutto l’anno. Abbà arrivò terzo.
Medaglia di bronzo. L’Italia intera celebrò quel ragazzo torinese che aveva portato il tricolore sul podio olimpico. Ma Abba non si montò la testa. tornò al suo reggimento, il Savoia Cavalleria, e riprese la vita di ufficiale. Si alzava all’alba per addestrare i cavalli, passava le sere [musica] a studiare tattiche militari e nel tempo libero fotografava.
La fotografia era diventata la sua seconda passione. Abba credeva che le immagini potessero catturare quello che le parole non riuscivano a esprimere. fotografava i suoi soldati, i paesaggi, i momenti di vita quotidiana del reggimento. Ogni foto era un frammento di storia salvato dall’oblio. Quando il Savoia partì per la Russia, Abba portò con sé la sua macchina fotografica.
documentò il viaggio in treno attraverso l’Europa, le pianure infinite dell’Ucraina, [musica] i villaggi russi con le loro chiese dalle cupole a cipolla, i volti dei contadini che guardavano passare quei soldati stranieri e documentò i suoi uomini. Le foto che scattò nelle settimane prima della battaglia mostrano giovani soldati che ridono, che giocano a carte, che scrivono lettere a casa, mostrano cavalli al pascolo e ufficiali che studiano mappe.
Mostrano la normalità della guerra, quei momenti di quiiete che precedono sempre la tempesta. L’ultima foto che Abba scattò la mattina del 24 agosto mostra il tuo squadrone che si muove verso il burrone. Cavalli ecavalieri ripresi di spalle che avanzano verso il loro destino. Un’immagine sfocata, mossa, scattata in fretta, ma proprio per questo straordinariamente potente.
Pochi minuti dopo quello scatto, Abba montò a cavallo e guidò il quattro squadrone alla carica. morì come aveva vissuto, in movimento, verso un obiettivo impossibile. Il suo corpo fu trovato nel campo di girasoli, a pochi metri dalle trincee sovietiche. aveva raggiunto la prima linea nemica, aveva combattuto fino all’ultimo respiro.
La sua sciabola era ancora stretta nella mano. Il sottotenente Carlo Compagnoni fu il primo a raggiungerlo. Compagnoni aveva 23 anni ed era uno degli ufficiali più giovani del reggimento. Quando vide il corpo del suo capitano, si inginocchiò accanto a lui, gli chiuse gli occhi e notò la macchina fotografica ancora appesa al collo.
Compagnoni prese quella macchina, la nascose nella sua giubba. Si promise che l’avrebbe riportata alla famiglia di Abbà. Mantenne quella promessa. 3 anni dopo, tornato in Italia, cercò la madre del capitano. Le consegnò la macchina fotografica con tutte le foto ancora intatte. le ultime immagini che suo figlio aveva visto.
Ma Abba non fu l’unico ufficiale a cadere quel giorno. Il maggiore Alberto Litta Modignani era un uomo diverso, più anziano, più riflessivo, meno atletico, ma condivideva con Abbà la stessa concezione del dovere. Litta Modignani veniva da una delle famiglie più antiche della nobiltà lombarda. I suoi antenati avevano combattuto nelle crociate, nelle guerre di indipendenza, nella grande guerra. Portava quel peso con serietà.
Sapeva che il suo cognome gli imponeva obblighi che altri non avevano. Il suo compito quella mattina era restare al comando regimentale, coordinare le comunicazioni, tenere informato il colonnello Bettoni sull’andamento della battaglia. Era un ruolo importante, essenziale, ma lontano dal combattimento. Litta Modignani non riuscì ad accettarlo.
Quando vide i primi due squadroni lanciarsi alla carica, qualcosa si spezzò dentro di lui. Non poteva restare a guardare mentre i suoi compagni rischiavano la vita. Non poteva nascondersi dietro un ruolo burocratico mentre altri morivano. Prese la sua decisione in un istante, [musica] si rivolse al personale del comando che lo circondava.
Porta ordini, furieri, attendenti, uomini che non avrebbero dovuto combattere e disse loro una sola frase: “Chi viene con me?” Non era un ordine, era un invito, ma nessuno rifiutò. Litta Modignani estrasse la sciabola e si lanciò al galoppo verso [musica] la battaglia. Dietro di lui una ventina di uomini, davanti a lui il caos della carica.
Si unì al trigmo squadrone proprio mentre questo entrava in azione. Combattè come un semplice cavaliere, senza badare al grado o alle responsabilità. Colpì, parò, avanzò, fece quello che qualunque soldato del Savoia avrebbe fatto. Morì come qualunque soldato del Savoia sarebbe stato orgoglioso di morire.
Una raffica di mitragliatrice lo colpì mentre guidava un gruppo di cavalieri contro una postazione nemica. Cadde da cavallo, ma si rialzò. cercò di continuare a piedi con la sciabola in mano. Una seconda raffica lo abbattè definitivamente. I soldati che erano con lui raccontarono che le sue ultime parole furono un incitamento a continuare.
Non pensò a se stesso neanche nell’ultimo istante. Sia Ba che Litta Modignani ricevettero la medaglia d’oro al valor militare. La massima onorificenza italiana. Entrambe alla memoria. Ma gli eroi di Isbuchuski non furono solo quelli che morirono. Il sottotenente Francesco Saverio Ferrante aveva 21 anni. Comandava un plotone del dugmo squadrone.
Durante la carica il suo cavallo fu abbattuto da una raffica. Ferrante cadde pesantemente, ma si rialzò illeso. Invece di cercare riparo, afferrò le redini di un cavallo senza cavaliere e rimontò in sella. continuò la carica come se nulla fosse successo. Il sergente maggiore Giuseppe Fantini guidava una squadra di mitraglieri a cavallo.
Quando la carica raggiunse le trincee sovietiche, smontò e piazzò la sua arma in una posizione conquistata. Da lì forn fuoco di copertura ai cavalieri che inseguivano i nemici in fuga. tenne quella posizione per 20 minuti, respingendo tre contrattacchi finché la battaglia non fu definitivamente vinta. Il cavaliere scelto Marco Briolini era un semplice soldato.
Durante la carica vide un ufficiale cadere da cavallo ferito. Senza esitare smontò sotto il fuoco nemico, caricò l’ufficiale sul proprio cavallo e lo portò in salvo. Poi tornò a piedi verso le linee amiche, raccogliendo lungo la strada altri due feriti che trascinò fino al posto di medicazione. E poi c’era Albino. Albino era un cavallo sauro di 10 anni.
Non era particolarmente bello né particolarmente veloce, ma aveva un carattere docile e un coraggio che nessuno sospettava. Durante la carica, Albino portò il suo cavaliere fino alle trincee sovietiche. Insieme attraversarono il campo di girasoli sotto le raffiche delle mitragliatrici.
Insieme superarono i reticolati improvvisati. Insieme piombarono sui fanti siberiani. Fu proprio sulle trincee che Albino venne colpito. Una scheggia di granata, o forse un frammento di proiettile lo colpì alla testa. Il cavallo barcollò, ma non cadde. Continuò a correre, continuò a obbedire agli ordini del suo cavaliere. Solo quando la battaglia finì, quando il cavaliere smontò e gli accarezzò il muso, si accorse che qualcosa non andava.
Albino era cieco. La scheggia gli aveva distrutto entrambi gli occhi. Quel cavallo aveva combattuto gli ultimi minuti della battaglia senza vedere nulla. Si era affidato completamente alla voce e alle gambe del suo cavaliere. Aveva continuato a fare il suo dovere. Anche quando il mondo era diventato buio. I veterinari del reggimento lo esaminarono e scossero la testa.
Un cavallo cieco era inutile per la cavalleria. La cosa più misericordiosa sarebbe stata abbatterlo. Ma il colonnello Bettoni rifiutò. Quel cavallo aveva combattuto con coraggio, aveva fatto il suo dovere fino in fondo, meritava di vivere. Albino fu rimandato in Italia, passò il resto della guerra in un pascolo tranquillo, accudito dai veterani del reggimento che tornavano dal fronte.
Quando l’armistizio del 1943 gettò l’Italia nel caos, Albino si perse. Per anni nessuno sephe fine avesse fatto, ma questa è una storia che appartiene a un’altra fase. In quel momento, nel campo di battaglia di Isbuchenski c’erano solo i vivi e i morti, [musica] gli eroi e i sopravvissuti. È una domanda che nessuno osava pronunciare, ne era valsa la pena.
Quando il fragore della battaglia si spense, rimase il silenzio. Un silenzio pesante, innaturale. Il silenzio che segue la morte. I cavalli sopravvissuti ansimavano, coperti di sudore e di sangue. Gli uomini restavano immobili, come se temessero che qualunque movimento potesse far ricominciare l’inferno. Il colonnello Alessandro Bettoni Cazzago attraversò il campo di battaglia a cavallo.
Lentamente, guardando tutto, vide i corpi dei suoi uomini. 32. li contò uno per uno. Conosceva i loro nomi, i loro volti, le loro storie. Sapeva chi aveva moglie a casa, chi aveva figli, chi era partito volontario [musica] e chi era stato chiamato. Li aveva mandati a morire, aveva dato l’ordine che li aveva uccisi. Questo è il peso del comando, un peso che nessuna medaglia può alleggerire, un peso che si porta per sempre.
Bettoni vide corpi dei sovietici, 150 sparsi tra i girasoli, nelle trincee lungo i sentieri di fuga. Alcuni erano giovanissimi, ragazzi di 18-1 anni. Avevano lo stesso sguardo vuoto dei morti italiani, la stessa assenza, la stessa fine. Il colonnello fermò il cavallo e smontò. si tolse il berretto. Restò in silenzio per un lungo momento, non stava pregando, o forse sì, nessuno lo sapeva con certezza, ma tutti capivano cosa stava facendo.
Stava rendendo onore ai caduti, a tutti i caduti, italiani e sovietici, perché dopo la battaglia il nemico non è più nemico, è solo un uomo che ha smesso di vivere, un uomo che aveva una madre, forse una moglie, forse dei figli. Un uomo che quella mattina si era alzato senza sapere che sarebbe stato il suo ultimo giorno.
Bettoni diede i primi ordini del dopoguerra. Raccogliete i nostri morti, trattateli con rispetto, preparateli per la sepoltura. Poi aggiunse qualcosa che sorprese molti. Raccogliete anche i morti sovietici. Seppelliteli con dignità. erano soldati anche loro. Non era un ordine comune. In quella guerra brutale, in quel fronte orientale, dove la pietà era considerata debolezza, molti comandanti avrebbero lasciato i nemici a marcire dove erano caduti, ma Bettoni non era quel tipo di comandante.
I cavalieri del Savoia obbedirono, scavarono fosse nel terreno russo, deposero i corpi con cura, piantarono croci di legno improvvisate, per gli italiani croci con i nomi, per i sovietici croci anonime, ma croci comunque. Un segno che lì riposavano uomini. Mentre i morti venivano sepulti, [musica] i vivi dovevano essere curati.
Il posto di medicazione del reggimento era stato allestito in una casa colonica abbandonata a 500 m dal campo di battaglia. I medici lavoravano senza sosta. 52 feriti italiani, alcuni gravi con ferite da arma da fuoco al torace e all’addome, altri più leggeri, con tagli di sciabola e contusioni.
Ma non c’erano solo italiani. 300 sovietici erano rimasti feriti nella battaglia. Molti giacevano ancora nel campo, incapaci di muoversi, gemevano, chiamavano aiuto in una lingua che nessuno capiva. Il capitano medico Alberto Ferraris si trovò di fronte a una scelta. Aveva medicine limitate, bende limitate, tempo limitato.
Ogni risorsa dedicata a un sovietico era una risorsa sottratta a un italiano. La logica militare era chiara. Prima i propri uomini, poi se avanza qualcosa, gli altri. Ferraris guardò quei corpi che soffrivano, vide il sangue che impregnava le uniformi grigioverdi, sentì i lamenti che non avevano bisogno di traduzione e prese la sua decisione.
Portateli qui, tutti quelli che possono essere salvati. I suoi infermieri lo guardarono increduli. Non c’era spazio, non c’erano risorse, era una follia. Ma Ferraris non cambiò idea. Siamo medici. Il nostro dovere è curare, non scegliere chi merita di vivere. I feriti sovietici furono trasportati al posto di medicazione. Vennero stesi accanto ai feriti italiani.
Ricevettero le stesse cure, le stesse bende, [musica] la stessa attenzione. Un soldato siberiano con una ferita al braccio fu medicato dallo stesso infermiere che un’ora prima aveva caricato contro di lui con la sciabola sguainata. La guerra crea nemici, ma la fine della battaglia può creare qualcos’altro. Alcuni dei prigionieri sovietici erano illesi.
600 uomini che avevano gettato le armi e alzato le mani. Stavano seduti in un campo vicino, sorvegliati da un plotone di cavalieri. Avevano lo sguardo di chi non riesce a credere di essere ancora vivo. Molti di loro erano convinti che sarebbero stati fucilati. Avevano sentito storie terribili su quello che succedeva ai prigionieri sul fronte orientale.
Storie di esecuzioni sommarie, di torture, di morte lenta. Aspettavano il loro destino con gli occhi vuoti. Il tenente Emanuele Ferro fu incaricato di gestire i prigionieri. Aveva 25 anni, parlava un po’ di russo imparato all’università e aveva un temperamento calmo che lo rendeva adatto al compito. ferro si avvicinò ai prigionieri e disse qualcosa in russo stentato.
Nessuno vi farà del male, avrete acqua e cibo. I feriti saranno curati. I sovietici lo guardarono con sospetto. Non poteva essere vero, doveva essere un trucco. Ma Ferro mantenne la parola, fece distribuire le razioni d’acqua del reggimento, divise il pane con i prigionieri, organizzò gruppi per aiutare i feriti a raggiungere il posto di medicazione.
Uno dei prigionieri, un sergente siberiano sulla quarantina, si avvicinò a ferro. Aveva il volto segnato dal sole e dal gelo, le mani callose di chi ha lavorato la terra. Disse qualcosa in russo che ferro non capì completamente, ma capì la parola spasio. Grazie. Il sergente si tolse un piccolo oggetto dal collo.
Era una croce ortodossa di legno, annerita dal tempo e dal sudore. La porse a ferro. Ferro scosse la testa. Non poteva accettare. Quell’oggetto era evidentemente importante per il sergente, forse l’unica cosa che possedeva. Ma il sergente insistette, premette la croce nella mano di ferro e la chiuse con le sue dita.
Era un gesto che non aveva bisogno di traduzione. Ferro conservò quella croce per tutto il resto della guerra. La portò con sé durante la ritirata dalla Russia. La tenne nel taschino durante gli anni difficili che seguirono, era diventata un simbolo, la prova che anche nel cuore dell’orrore l’umanità poteva sopravvivere, ma il momento di umanità più profondo doveva ancora arrivare.
Tra i morti italiani c’era il capitano Abba. [musica] Il suo corpo era stato recuperato e portato in una tenda separata insieme agli altri ufficiali caduti. Giaceva su una barella. ancora in uniforme con la sciabola accanto, il colonnello Bettoni entrò nella tenda, si fermò davanti al corpo di Abbà, restò a lungo in silenzio.
Bettoni conosceva Abba da anni, lo aveva visto crescere da sottotenente a capitano. Lo aveva accompagnato alle Olimpiadi di Berlino, orgoglioso di avere nel suo reggimento un atleta di quel calibro. Lo aveva guardato diventare uno degli ufficiali migliori del Savoia e ora lo guardava morto. La guerra ti porta via i migliori.
Sempre sono i coraggiosi che muoiono per primi. Quelli che si espongono, che guidano, che non si tirano indietro. I vigliacchi sopravvivono, gli eroi no. Bettoni si chinò sul corpo di Abbà, gli sistemò il colletto della divisa, gli tolse un filo d’erba dai capelli, piccoli gesti inutili, gesti di un padre che prepara il figlio per l’ultimo viaggio.
Poi vide la macchina fotografica, era ancora appesa al collo di Abbà, coperta di polvere ma intatta. Bettoni la prese delicatamente, la tenne tra le mani per un momento. Quella macchina conteneva gli ultimi sguardi di un uomo morto, le ultime immagini che i suoi occhi avevano visto, le ultime prove che Silvano Abba era esistito, aveva vissuto, aveva amato la bellezza abbastanza da volerla catturare.
Bettoni consegnò la macchina fotografica al sottotenente Compagnoni. riportala alla sua famiglia quando tutto questo sarà finito. Compagnoni annuì. Non disse nulla, non c’era nulla da dire. Fuori dalla tenda [musica] il sole del pomeriggio illuminava il campo di girasoli. I fiori che erano sopravvissuti alla battaglia continuavano a seguire la luce come se nulla fosse successo.
Come se la morte di 180 uomini non significasse niente per l’universo. che forse non significava niente per l’universo, ma per quegli uomini, per quei cavalieri che avevano combattuto [musica] e vinto e perso e sofferto significava tutto. Il colonnello Bettoni radunò gli ufficiali sopravvissuti, li guardò uno per uno, vide la stanchezzanei loro occhi, il dolore, ma anche qualcos’altro, orgoglio.
Oggi avete fatto qualcosa che nessuno credeva possibile. Avete caricato a cavallo contro mitragliatrici e avete vinto. Avete dimostrato che il coraggio vale più della tecnologia, che il cuore vale più dei numeri. Si fermò, deglutì. Ma non dimenticate mai il prezzo, non dimenticate i compagni che abbiamo perso.
Non dimenticate i nemici che abbiamo ucciso. Portateli con voi sempre. Gli ufficiali annuirono, nessuno parlò, non ce n’era bisogno. La notizia della carica si diffuse rapidamente. Prima raggiunse il comando della divisione, poi il corpo d’armata, poi l’ottava armata italiana. Ogni volta che veniva raccontata sembrava più incredibile della volta precedente.
700 cavalieri con le sciabole avevano sconfitto 2500 fanti trincerati con mitragliatrici. Nel 1942 sul fronte russo i generali italiani lessero i rapporti con incredulità, controllarono i numeri, verificarono le fonti, mandarono ufficiali di stato maggiore a interrogare i sopravvissuti. Tutto confermava la stessa storia impossibile, ma la reazione più significativa non venne dagli italiani.
Sul crinale che dominava il campo di battaglia, durante tutta la carica, c’era stato un gruppo di ufficiali tedeschi, osservatori di collegamento della Vermacht, assegnati al settore italiano per coordinare le operazioni tra i due eserciti alleati. Avevano visto tutto dall’inizio alla fine.
Il maggiore Hans Georg von Zebach era il più anziano del gruppo, 45 anni, veterano della Grande Guerra, decorato con la croce di ferro. Aveva combattuto in Polonia, in Francia, nei Balcani. Credeva di aver visto tutto quello che la guerra poteva offrire. Si sbagliava. Quando i cavalieri del Savoia erano emersi dal campo di girasoli, Fonse Bach aveva alzato il binocolo con curiosità professionale.
Cavalleria italiana. Interessante aveva pensato. Vediamo cosa sanno fare poi aveva visto la carica. Aveva visto i cavalli che galoppavano verso le mitragliatrici senza rallentare. Aveva visto gli uomini che cadevano e gli altri che continuavano. Aveva visto le sciabole alzarsi e abbattersi.
aveva visto l’impossibile diventare reale. Von Sibak [musica] aveva abbassato il binocolo, le mani gli trema in 30 anni di carriera militare non aveva mai visto niente di simile. I tedeschi avevano abbandonato la cavalleria montata negli anni 30. L’avevano considerata un anacronismo, un residuo romantico di un’epoca superata. I cavalli servivano per il trasporto, non per il combattimento, ma quegli italiani avevano appena dimostrato che si sbagliavano.
Quella sera von Sebach e i suoi ufficiali raggiunsero il campo base del Savoia. Volevano congratularsi con il colonnello Bettoni. Volevano capire come fosse stato possibile. Bettoni li ricevette nella sua tenda. era ancora in uniforme da combattimento, coperto di polvere. Non si era concesso il tempo di lavarsi o di riposare.
C’era troppo da fare, i feriti da evacuare, i morti da seppellire, i rapporti da scrivere. Von Sebach si mise sullattenti. Era un gesto di rispetto che un ufficiale tedesco raramente concedeva a un alleato italiano. I tedeschi consideravano gli italiani soldati di seconde. Poco affidabili, poco combattivi, buoni per presidiare le retrovie, non per le operazioni decisive.
Ma quel giorno von Sebach non pensava niente di tutto questo. Colonnello disse in tedesco, quello che i vostri uomini hanno fatto oggi noi non potremmo più farlo. Bettoni lo guardò senza capire. Il suo tedesco era rudimentale. L’interprete tradusse: “Eccolonnello, queste cose noi non siamo più capaci di farle”.

Bettoni [musica] annuì lentamente, non sapeva cosa rispondere, non cercava complimenti, non cercava riconoscimenti, aveva fatto quello che andava fatto. I suoi uomini erano morti e lui era ancora vivo. Non c’era niente da celebrare, ma Fon Sebach non aveva finito. “Le vostre divisioni corazzate”, continuò, “sono le migliori del mondo.
I vostri carri armati sono imbattibili”. Ma avete perso qualcosa che noi italiani abbiamo ancora. Cosa? Chiese Von Sebak. Bettoni ci pensò un momento, il coraggio di fare cose impossibili. Von Sibach scrisse un rapporto dettagliato per i suoi superiori. Quel rapporto attraversò la catena di comando tedesca fino a Berlino.
Fu letto da generali che non credevano ai loro occhi. Fu archiviato come curiosità, come anomalia, come eccezione che confermava la regola, ma alcuni lo presero sul serio. [musica] Il generale Hans Von Sect, uno dei padri della Vermacht moderna, aveva sempre sostenuto che la guerra era fatta di imponderabili, che la tecnologia poteva vincere battaglie, ma solo il coraggio poteva vincere guerre.
La carica del Savoia sembrava dargli ragione. Non furono solo i tedeschi a riconoscere l’impresa. I prigionieri sovietici, una volta superato lo shock della cattura, cominciarono a parlare. Raccontarono cosa avevano visto dalle loro trincee. Raccontarono il terrore di quei cavalli che non si fermavano. Raccontarono lesciabole che brillavano al sole.
raccontarono le urla, quel grido incomprensibile che sembrava venire dall’inferno. Savoia ripetevano cercando di pronunciare quella parola straniera. Savoia. Uno degli ufficiali sovietici catturati era il capitano Dimitri Volkov. comandava una compagnia dell’800 Odudo di Pinoma reggimento fucilieri siberiani.
Aveva 40 anni, era comunista convinto, aveva combattuto contro i giapponesi in Manciuria e contro i finlandesi nella guerra d’inverno. Era un soldato esperto, indurito, cinico, ma quello che aveva visto quel giorno lo aveva scosso. Durante l’interrogatorio Volkov parlò con rispetto insolito. Non era abituato a rispettare i nemici. Per lui i fascisti italiani erano invasori da distruggere, non avversari da onorare.
Ma quegli uomini a cavallo avevano cambiato qualcosa. Noi avevamo le mitragliatrici disse attraverso l’interprete. Avevamo i mortai, avevamo la posizione, avevamo i numeri e loro sono venuti comunque. Fece una pausa. In Russia abbiamo un detto: “Il coraggio del lupo vale più delle zanne.” Oggi ho capito cosa significa. Le parole di Volkov furono registrate nei documenti del reggimento, diventarono parte della leggenda, ma il riconoscimento più importante arrivò dall’alto.
Il re d’Italia, [musica] Vittorio Emanuele Tersero, firmò personalmente il decreto che assegnava la medaglia d’oro al valor militare, allo stendardo del reggimento. Era la massima onorificenza che un’unità militare potesse ricevere. Solo pochi reggimenti nella storia d’Italia l’avevano ottenuta. La motivazione ufficiale recitava: “Reggimento di salde virtù militari e di purissima fede, erede delle glorie di una cavalleria tre volte secolare in terra di Russia, affrontava situazione disperata con l’impeto travolgente dei suoi squadroni,
confermando le più belle tradizioni dell’arma con eroico ed irresistibile slancio, attaccava preponderanti forze nemiche trinceratesi. a difesa di un importante caposaldo, sgominandole e volgendole in fuga, catturandone in parte e facendo bottino di armi e materiali. [musica] Ima pari sprezzo del pericolo e in una stessa volontà di vittoria [musica] si fondevano tutti, dal comandante all’ultimo gregario.
54 medaglie d’argento al valor militare furono distribuite ai sopravvissuti. 49 croci di guerra. Due medaglie d’oro alla memoria per Abbà e Litta Modignani. Ma per i cavalieri del Savoia il riconoscimento più prezioso non veniva dalle medaglie, veniva dai loro stessi compagni d’arme. Gli altri reggimenti italiani in Russia guardavano il Savoia con un rispetto nuovo.
Unità che prima li consideravano reliquie del passato, ora li trattavano come eroi. la fanteria, l’artiglieria, [musica] persino i bersaglieri e gli alpini. Tutti sapevano cosa era successo a Isbuchenski. I cavalieri del Savoia avevano dimostrato che l’Italia sapeva ancora combattere. Nelle settimane successive il reggimento ricevette centinaia di lettere.
arrivavano da tutta Italia, da famiglie che avevano letto i giornali, da veterani della Grande Guerra che riconoscevano nei giovani cavalieri lo spirito dei loro tempi, da sconosciuti che volevano semplicemente dire grazie. Una lettera veniva dalla madre del capitano Abba. Ringrazio il reggimento per aver dato a mio figlio l’onore di morire da eroe.
So che Silvano è caduto facendo quello che amava. So che i suoi compagni lo ricorderanno. Questo è tutto quello che una madre può chiedere. Il colonnello Bettoni lesse quella lettera da solo nella sua tenda. Nessuno lo vide piangere, ma quando uscì i suoi occhi erano rossi. Anche i giornali italiani celebrarono l’impresa. Il Corriere della Sera dedicò una pagina intera alla carica.
La stampa pubblicò interviste con i sopravvissuti. I cinegiornali luce mostrarono immagini del reggimento accompagnate da musica trionfale. Per qualche settimana, in un’Italia approvata dalla guerra, il Savoia Cavalleria diventò un simbolo di speranza, ma la guerra non si fermò per celebrare gli eroi. Due mesi dopo Isbusenski, l’ottava armata italiana fu travolta dall’offensiva sovietica del Don.
Migliaia di soldati morirono nella ritirata. Il Savoia Cavalleria combattè per proteggere la fuga, perdendo altri uomini e altri cavalli. La vittoria di agosto diventò un ricordo lontano, oscurato dalla catastrofe di dicembre. Ma il ricordo non morì. I sopravvissuti portarono con sé la storia, la raccontarono ai figli, ai nipoti, a chiunque volesse ascoltare.
La carica di Isbusenski entrò nei libri di storia, nei manuali militari, nella memoria collettiva di un’Italia che aveva bisogno di eroi e la frase del maggiore Von Sebach diventò il sigillo finale. Queste cose noi non siamo più capaci di farle. l’ammissione di un alleato, il riconoscimento di un nemico, la prova che quel giorno in un campo di girasoli sul fiume Don 700 italiani avevano fatto qualcosa di straordinario, qualcosa che il mondo non avrebbe dimenticato.
La guerra finì, ma la storia no. Il Savoia Cavalleria sopravvisse allacatastrofe russa, sopravvisse alla ritirata del Don, dove migliaia di italiani morirono di freddo e di fame. Sopravvisse all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando l’Italia si spaccò in due e nessuno sapeva più chi fosse amico e chi nemico.
Il colonnello Bettoni si trovò di fronte a una scelta impossibile. I tedeschi, ex alleati diventati occupanti, chiedevano la resa del reggimento. I partigiani chiedevano di unirsi alla resistenza. Il nuovo governo italiano chiedeva obbedienza. Il re, fuggito a Brindisi, sembrava aver abbandonato il suo esercito. Bettoni scelse la fedeltà non al governo, non ai tedeschi, non ai partigiani, al re.
Per un uomo come Bettoni, il giuramento prestato alla corona non era una formalità, era un vincolo sacro. Aveva giurato fedeltà a Vittorio Emanuele Teterso e a quella fedeltà sarebbe rimasto legato. Qualunque cosa accadesse. Riuscì a salvare lo stendardo del reggimento, quel drappo di seta che portava la medaglia d’oro conquistata a Isbuchuscenski.
lo nascose, lo protesse, lo tenne al sicuro durante i mesi terribili dell’occupazione tedesca e della guerra civile. Quando la guerra finì, l’Italia era irriconoscibile. Il referendum del 1946 abolì la monarchia. I Savoia furono esiliati. Il re Umberto II, che aveva regnato solo 33 giorni, partì per il Portogallo senza sapere se avrebbe mai rivisto la sua patria.
Bettoni avrebbe potuto adattarsi, avrebbe potuto giurare fedeltà alla Repubblica, come fecero molti ufficiali monarchici, avrebbe potuto continuare la sua carriera, ottenere promozioni, vivere una vecchiaia tranquilla. Non lo fece. Nel 1948 Alessandro Bettoni Cazzago viaggiò fino a Caskais in Portogallo. Portava con sé lo stendardo del Savoia Cavalleria, lo stesso stendardo che aveva sventolato a Isbuchenski, lo stesso stendardo decorato con la medaglia d’oro.
Si presentò alla residenza dell’ex re Umberto II. chiese udienza, fu ricevuto. Quello che si dissero i due uomini rimase privato, ma alla fine dell’incontro [musica] Bettoni consegnò lo stendardo nelle mani del suo sovrano. Un gesto simbolico fuori dal tempo, l’ultimo atto di fedeltà di un soldato al suo re.
Umberto II conservò quello stendardo fino alla morte. è ancora oggi nella collezione privata della famiglia reale in esilio. Ma il reggimento non morì con la monarchia. La Repubblica Italiana mantenne il Savoia Cavalleria nell’esercito. Cambiò nome, cambiò funzione, si adattò ai tempi nuovi. I cavalli furono sostituiti dai veicoli blindati.
Le sciabole furono appese nei musei, ma lo spirito rimase. Oggi il reggimento esiste ancora. Si chiama reggimento Savoia Cavalleria Io ed è inquadrato nella brigata parautisti Folgore a sede a Grosseto in Toscana. I suoi soldati non cavalcano più, ma portano ancora la cravatta rossa. Ogni anno, il 24 agosto, commemorano la carica di Isbusenski e nella caserma di Grosseto, in una teca di vetro, c’è qualcosa di speciale.
C’è Albino, il cavallo cieco, sopravvisse alla battaglia, sopravvisse alla ritirata. Fu rimandato in Italia nel 1943, prima che il fronte crollasse. Arrivò in un pascolo della Maremma, la sua terra natale, dove avrebbe dovuto trascorrere in pace gli ultimi anni. Ma l’armistizio portò il caos. Nel settembre 1943, mentre l’Italia sprofondava nella guerra civile, Albino scomparve.
[musica] Il pascolo fu abbandonato, gli animali dispersi. Nessuno sapeva che fine avesse fatto quel cavallo cieco con una storia incredibile. Per anni i veterani del Savoia lo cercarono. Ogni volta che sentivano parlare di un cavallo cieco in qualche fattoria andavano a controllare. Ogni volta tornavano delusi.
Poi, nel 1949 un ufficiale in pensione passò per caso davanti a una masseria vicino a Grosseto. vide un cavallo vecchio, malconcio, che pascolava in un recinto, un cavallo cieco. Si fermò, scese dalla macchina, si avvicinò al recinto. Il cavallo alzò la testa, non poteva vedere, ma poteva sentire. Sentiva l’odore di quell’uomo, un odore che conosceva, un odore che apparteneva a un altro tempo, a un’altra vita.
L’ufficiale chiamò piano. Albino, il cavallo nitrì. Dopo 6 anni Albino era stato ritrovato. Il reggimento lo reclamò immediatamente. Fu portato nella caserma di Grosseto, dove ricevette le cure di cui aveva bisogno. I veterinari lo esaminarono e scossero la testa meravigliati. Quel cavallo aveva quasi 20 anni, era cieco [musica] da sette, aveva vissuto anni di abbandono e privazioni, eppure era ancora vivo.
Albino trascorse gli ultimi 11 anni della sua vita come mascotte del reggimento. I soldati lo accudivano con devozione. I bambini delle scuole venivano a visitarlo. I giornali scrivevano articoli su di lui. [musica] Diventò una piccola celebrità. Morì nel 1960 a 28 anni, un’età straordinaria per un cavallo, come se avesse voluto aspettare, resistere, durare abbastanza a lungo da vedere il suo reggimento rinascere.
Il comandante del reggimento decise che Albino non sarebbe stato dimenticato. Il corpo del cavallo fu imbalsamato da unodei migliori tassidermisti d’Italia. Fu posto in una teca di vetro nella sala d’onore della caserma di Grosseto. Accanto alla teca, una targa racconta la sua storia, la carica, la ferita, la cecità, il ritrovamento, la vita lunga e ostinata di un cavallo che non si era arreso.
Ancora oggi i soldati del Savoia Cavalleria passano davanti a quella teca. Ogni giorno i nuovi arrivati imparano la storia di Albino [musica] come parte del loro addestramento. È un promemoria, un simbolo, la prova che il coraggio non ha bisogno di vedere per esistere. Ma Albino non è l’unico ricordo di Sbusenski. Nel 1952 il regista Francesco De Robertis girò un film sulla carica.
Si intitolava Carica eroica. era interpretato da attori professionisti, ma anche da veri veterani del reggimento. Alcune scene furono girate con i sopravvissuti che interpretavano se stessi. Il film ebbe successo, vinse premi, fece conoscere la storia della carica a milioni di italiani che non ne avevano mai sentito parlare.
Per una generazione Isbusenski diventò sinonimo di coraggio disperato, di sacrificio, di onore militare. I libri seguirono. Nel 1970 Lucio Lami pubblicò Isbuchenski, l’ultima carica. Nel 1985 Giorgio Vitali scrisse Trotto, galoppo, Caricat. erano opere di storia militare basate su documenti e testimonianze, ma scritte con passione. Volevano preservare la memoria di quegli uomini e di quei cavalli e la memoria fu preservata.
Ogni anno, il 24 agosto, il reggimento organizza una cerimonia commemorativa. I soldati si schierano in uniforme. Viene letto l’elenco dei caduti, viene suonato il silenzio, vengono deposte corone di fiori. A volte partecipano i discendenti dei cavalieri di Isbuchenski, figli, nipoti, pronipoti. Portano le medaglie dei loro antenati, ascoltano i nomi dei loro nonni pronunciati ad alta voce.
sentono di appartenere a qualcosa di più grande di loro stessi. Nel 2022, 80 anni dopo la carica, la cerimonia fu particolarmente solenne. Il presidente della Repubblica inviò un messaggio. [musica] I giornali pubblicarono articoli commemorativi. La televisione trasmise servizi speciali, 80 anni, una vita intera.
Pure il ricordo era ancora vivo perché alcune storie non muoiono. La carica di Isbuchenski fu l’ultima grande carica di cavalleria della storia moderna. Dopo di essa nessun esercito mandò più cavalieri con le sciabole contro posizioni fortificate. Il mondo era cambiato per sempre. I carri armati, gli aerei, i missili avevano reso obsoleto quel modo di combattere.
Ma proprio per questo Isbuchenski resta unica. Fu l’ultimo momento in cui il coraggio individuale potè trionfare sulla tecnologia. L’ultimo istante in cui un uomo a cavallo potè fare la differenza. L’ultimo grido di un mondo che stava scomparendo. 700 uomini caricarono quel giorno, 32 non tornarono, ma tutti loro, vivi e morti, entrarono nella leggenda.
Non perché fossero speciali, erano uomini normali, con paure normali e debolezze normali. Avevano famiglie che li aspettavano, avevano sogni che non avrebbero mai realizzato, avevano tutto da perdere. >> [musica] >> Eppure caricarono. Caricarono perché era il loro dovere. Caricarono perché i loro compagni stavano caricando.
Caricarono perché qualcuno doveva farlo e loro erano lì. Questo è quello che significa essere soldati. Non l’assenza di paura, ma la scelta di andare avanti nonostante la paura. Non l’amore per la guerra, ma l’amore per i compagni che combattono accanto a te. Il capitano Abba morì con la macchina fotografica al collo, cercando di catturare la bellezza anche nell’orrore.
Il maggiore Litta Modignani morì guidando uomini che non era obbligato a guidare. Albino continuò a combattere anche quando non poteva più vedere. Ognuno di loro, a modo suo, dimostrò cosa significa non arrendersi. E questa è la lezione di Isbusenski. Non importa quanto siano schiaccianti le probabilità, non importa quanto sia obsoleto il tuo equipaggiamento, non importa quanto il mondo ti consideri superato, quello che conta è il cuore.
Quello che conta è il coraggio di caricare quando tutti dicono che è impossibile. Quello che conta è il grido che attraversa i secoli. I.
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