Le luci di quella mattina a Garlasco sembravano presagire il gelo che avrebbe avvolto per quasi due decenni una delle vicende più oscure della cronaca italiana. Oggi, però, quel gelo si sta sciogliendo sotto il calore di una rivelazione che ha la potenza di un’esplosione controllata, ma devastante. Non siamo di fronte all’ennesima chiacchiera da salotto televisivo, né a una semplice ipotesi difensiva: quello che sta accadendo intorno all’omicidio di Chiara Poggi è un vero e proprio terremoto strutturale che minaccia di far crollare le certezze su cui si è basata la condanna definitiva di Alberto Stasi.
Al centro di questo nuovo capitolo c’è un atto formale, preciso e chirurgico: una querela depositata da Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio. Per anni, il nome di Sempio è rimasto ai margini, un “piano B” investigativo mai decollato del tutto, ma oggi quella famiglia torna al centro della scena con una forza inaudita. La denuncia non è un grido di rabbia disordinato, ma un dito puntato contro presunte irregolarità che, se confermate, getterebbero un’ombra indelebile sulla gestione della giustizia in quegli anni cruciali. L’accusa è pesante come un macigno: si parla di accessi privilegiati e opachi agli atti giudiziari da parte dell’avvocato della famiglia Poggi, Gianluigi Tizzoni. Secondo la ricostruzione, questi documenti sarebbero stati ottenuti non attraverso i canali ufficiali, ma tramite percorsi ambigui, sollevando il dubbio che in questa storia ci siano stati favoritismi capaci di inquinare la parità delle parti.

La reazione dell’avvocato Tizzoni è stata glaciale e misurata, confermando l’acquisizione di atti ma giustificandola come necessaria per la tutela della propria immagine. Tuttavia, in un caso dove ogni virgola è stata analizzata per anni, questa giustificazione non basta a placare i sospetti. Si apre così uno scenario inquietante che va oltre il singolo omicidio e tocca il “sistema”. Non è un caso che, parallelamente alla querela, si stiano rincorrendo voci su possibili connessioni con le inchieste “Clean One” e “Clean Two”, indagini che hanno scoperchiato verminai di corruzione e scambi di favori all’interno della magistratura italiana. Se il caso Garlasco fosse stato, anche solo marginalmente, sfiorato da queste dinamiche, ogni atto, ogni perizia e ogni sentenza andrebbe riletta sotto una lente deformante completamente nuova.
Ma c’è di più. E questo “di più” è forse l’elemento più scioccante emerso nelle ultime ore. Gli investigatori, scavando nel passato digitale dell’inchiesta, hanno individuato una traccia. Non un’ipotesi, ma un dato tecnico: un metadato risalente a oltre dodici anni fa che testimonia un accesso remoto e non autorizzato ai fascicoli dell’inchiesta. Qualcuno, tra il 2007 e il 2009, ha guardato ciò che non doveva vedere. Non un hacker esterno, ma una figura interna, un “custode” del sistema che ha agito nell’ombra. Ancora più specifico è il dettaglio di un accesso registrato nella notte tra il 29 e il 30 agosto 2007, una consultazione avvenuta da un terminale interno, silenziosa e priva di giustificazioni ufficiali. Chi era? E cosa cercava con tanta urgenza in quelle ore frenetiche post-delitto?

Questa “crepa digitale” è potenzialmente in grado di riscrivere la narrazione processuale. Se le indagini furono monitorate o influenzate da occhi indiscreti e non autorizzati, la genuinità dell’intero impianto accusatorio potrebbe essere compromessa. Giuseppe Sempio, padre di Andrea, ha rotto il silenzio con parole cariche di dolore e stanchezza: “Siamo perseguitati, viviamo da carcerati dal 2017. Mio figlio è innocente”. Il suo non è solo lo sfogo di un genitore, ma la testimonianza di chi si sente stritolato da un ingranaggio che non smette di girare.
A complicare ulteriormente il quadro ci pensa Roberto Freddy, figura storica e ambigua che ha attraversato la vicenda conoscendo sia Stasi che i Poggi. Le sue recenti dichiarazioni suonano come sentenze: “Lo scontrino non è un alibi, è un indizio”. Riferendosi al famoso ticket del parcheggio di Andrea Sempio, Freddy ribalta la prospettiva, trasformando quello che sembrava un elemento a discarico in un nuovo punto interrogativo. E aggiunge, con una freddezza che gela il sangue, che l’indagine su Alberto Stasi è partita “per colpa dello stesso Stasi”, suggerendo che errori comportamentali e strategie difensive errate abbiano pesato più delle prove reali.

Siamo dunque di fronte a una svolta? Il Consiglio Superiore della Magistratura sembra aver preso la questione maledettamente sul serio, valutando l’attivazione di una commissione interna per verificare il contesto delle indagini svolte tra il 2007 e il 2015. Non si tratta (ancora) di revisione del processo, che rimane un percorso impervio e difficilissimo, ma di una verifica istituzionale che certifica quanto le fondamenta del caso Garlasco siano oggi meno solide di ieri.
La verità su Garlasco, che credevamo scritta nel marmo delle sentenze di Cassazione, appare oggi liquida, sfuggente. Le crepe si allargano e da esse fuoriesce il sospetto che la giustizia, in quegli anni, abbia seguito percorsi non lineari. Che si tratti di malafede, di un sistema disorganizzato che costringeva a scorciatoie irregolari, o di vere e proprie manipolazioni, il risultato non cambia: l’Italia si trova nuovamente col fiato sospeso, costretta a guardare dentro l’abisso di un caso che rifiuta di essere archiviato. E mentre i tecnici analizzano quel metadato di dodici anni fa, resta la domanda più inquietante di tutte: se quello che sapevamo era solo una parte della storia, qual è la verità che ci è stata nascosta?
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