Gennaio 1943. Quando gli alpini italiani si ritrovarono intrappolati nella morsa russa, pochi nel mondo cosa stava realmente accadendo nelle steppe ghiacciate. Mentre i bollettini ufficiali parlavano di riposizionamenti strategici, la verità era ben diversa. 40.000 uomini stavano per essere annientati e qualcuno aveva deciso che il loro destino era già segnato. 40° sotto zero.
Le divisioni alpine tridentina, Giulia e Cuneense, insieme alla Vicenza, erano circondate. Ma perché proprio loro? Perché i migliori soldati d’Italia, truppe d’elite addestrate per combattere in montagna, erano stati mandati a morire nelle pianure infinite della Russia? Questa domanda nessuno osava porla ad alta voce, ma la risposta era scritta nelle decisioni prese mesi prima, quando qualcuno ai vertici aveva deciso che gli alpini potevano essere sacrificati.
Il generale Luigi Reverberi, comandante della Tridentina, quella mattina del 26 gennaio si trovava davanti a una carta geografica che mostrava l’impossibile. Tutte le vie di fuga erano tagliate. I sovietici avevano preparato la trappola con una precisione chirurgica. come se conoscessero ogni mossa che le truppe italiane avrebbero fatto e forse la conoscevano davvero.
Sul tavolo, davanti a lui c’era un unico nome, Nicolaevka, un villaggio che nessuno aveva mai sentito nominare, diventato improvvisamente l’unica possibilità di sopravvivenza per migliaia di uomini. Ma era davvero l’unica via o era stata lasciata aperta appositamente come un imbuto che avrebbe concentrato tutte le forze italiane in un unico punto, facilitando il massacro finale.
Le domande si accumulavano, ma il tempo per le risposte era finito. La divisione Julia era praticamente distrutta, la cuneense decimata. Solo la tridentina manteneva ancora una parvenza di capacità operativa, ma anche questa stava per essere messa alla prova più dura. Dietro di loro 10.000, 20.000, 30.

000 sbandati, soldati italiani di altre divisioni, ungheresi senza più comandanti, tedeschi separati dalle loro unità, tutti mescolati in una massa disperata che seguiva gli alpini come l’ultima speranza. Ma nessuno spiegava perché l’ordine di ritirata era arrivato così tardi. Il 17 gennaio, quando già i carri armati sovietici avevano sfondato e occupato il quartier generale del corpo alpino a Rossosch.
5 giorni di ritardo, cinque giorni che avevano fatto la differenza tra una ritirata ordinata e una catastrofe. Chi aveva dato quell’ordine e soprattutto chi aveva deciso di ritardarlo? Le provviste erano finite da giorni. Gli alpini masticavano neve per ingannare la fame. Le munizioni stavano per esaurirsi.
Le armi si inceppavano per il freddo estremo. I fucili dovevano essere scaldati sul fuoco prima di poter sparare. Le bombe a mano spesso non esplodevano. Le mitragliatrici si bloccavano dopo poche raffiche. Eppure le divisioni tedesche, che pure combattevano sullo stesso fronte, avevano equipaggiamento migliore, più munizioni, più viveri.
Come mai? Forse perché per qualcuno a Berlino e a Roma gli italiani erano truppe di seconda categoria, carne da cannone da usare per tamponare le falle del fronte, mentre i reparti tedeschi si ritiravano in ordine. La verità non scritta nei rapporti ufficiali era che gli alpini erano stati lasciati indietro apposta con il compito implicito di rallentare l’avanzata sovietica con i loro corpi.
Nikolaevka. Il nome rimbombava nella mente di ogni ufficiale come una sentenza. Il servizio informazioni riportava che nel villaggio c’era almeno un reggimento sovietico, forse un’intera divisione della 48ª guardie. Posizioni fortificate, artiglieria sui pendi, mitragliatrici in ogni casa, un terrapieno ferroviario che circondava l’abitato trasformandolo in una fortezza naturale.
6000 soldati russi, ben armati, riposati, nutriti, contro 4.000 alpini allo stremo, affamati, congelati, con poche cartucce rimaste. Era matematica, gli italiani sarebbero stati spazzati via, ma c’era qualcosa che non tornava, perché i sovietici avevano concentrato così tante forze proprio lì, come se sapessero che proprio lì gli italiani sarebbero passati, come se qualcuno avesse informato Mosca delle intenzioni italiane.
I soldati non sapevano che nei mesi precedenti, mentre loro combattevano sul Don, nei salotti di Roma si discuteva già di sganciamento dall’alleanza tedesca. Contatti segreti, sondaggi diplomatici, messaggi cifrati che attraversavano linee nemiche. L’Italia cercava una via d’uscita dalla guerra, ma per ottenerla serviva mostrare agli alleati una volontà di rottura con Hitler.
E quale modo migliore se non lasciare che le truppe italiane venissero massacrate in Russia, dimostrando che Roma non era più disposta a sacrificare i suoi uomini per i sogni di conquista nazisti? Era una teoria che girava sottovoce tra gli ufficiali più cinici, ma nessuno osava dirla ad alta voce. Troppo mostruosa per essere vera o forse troppo vera per essere detta.
Sul fronte, intanto, la situazioneprecipitava. L’operazione Piccolo Saturno aveva sbaragliato le divisioni italiane a sud. L’operazione Ostrogogesk Rossos aveva travolto gli ungheresi a nord. Le truppe tedesche del 2quo corpo corazzato si erano ritirate lasciando scoperto il fianco sinistro degli alpini.
In tre giorni i sovietici avevano aperto un varco di 150 km nel fronte dell’asse ed ora quella breccia si stava chiudendo con dentro intrappolate le divisioni alpine italiane. Era un capolavoro di strategia militare sovietica, ma era anche il risultato di errori o forse di scelte deliberate dal lato italo-tedesco. Perché nessuno aveva rinforzato quel settore? Perché le richieste di supporto erano rimaste inevase, le domande si moltiplicavano mentre la temperatura scendeva e i morti si accumulavano lungo la via della ritirata. Gli alpini
marciavano da 9 giorni, 200 km a piedi nella neve, combattendo ogni giorno contro le retroguardie sovietiche che cercavano di bloccarli. Shelia era caduta dopo una battaglia feroce. Novo Carcovo, conquistata a colpi di baionetta. Varvara Oliiciovatka espugnata corpo a corpo. Ogni villaggio conquistato costava centinaia di vite e dietro la colonna, come un’ombra nera, seguivano le perdite.
I congelati che non ce la facevano più a camminare e restavano seduti nella neve ad aspettare la morte. I feriti che venivano lasciati indietro perché non c’erano slitte per trasportarli. I dispersi che si perdevano nelle bufere. e non venivano più ritrovati. Il battaglione tirano aveva combattuto ad Arnautovo la mattina del 26 gennaio, perdendo centinaia di uomini prima ancora di arrivare a Nicolaevka.
Il battaglione morbegno era stato quasi annientato a Varvarovka, senza armi anticarro, per difendersi dai T34 sovietici. E ora, quella mattina fredda e cristallina, con il sole che illuminava i campi di neve rendendoli accecanti, gli alpini si trovavano sulla cresta che dominava Nicolaevka. Giù nella valle il villaggio sembrava tranquillo, troppo tranquillo, come se stesse aspettando.
Le isbe, le case di legno russe, erano disposte lungo la strada principale. La ferrovia correva attorno all’abitato con il suo terrapieno rialzato, un muro naturale, una difesa perfetta. E sopra quel muro nascosti c’erano i sovietici. Migliaia di soldati che aspettavano solo che gli italiani scendessero dalla cresta per aprire il fuoco.
Era una trappola perfetta, un mattatoio preparato con cura e l’unica domanda che rimaneva era quanti alpini sarebbero sopravvissuti per raccontare cosa era successo davvero a Nicolaevka. Ma tra quel caos e quella disperazione, nella mente del generale Reverberi stava nascendo un piano, un piano così folle da sembrare il delirio di un uomo che aveva perso la ragione per il freddo e la stanchezza.
Un piano che nessun manuale militare avrebbe mai approvato, nessun stratega avrebbe mai considerato. Eppure era l’unico piano possibile, l’unico modo per strappare 40.000 uomini dalle fauci della morte. E mentre il sole saliva nel cielo gelido di quella mattina maledetta, Reverbe riguardava i suoi ufficiali e sapeva che stava per chiedere loro l’impossibile.
La tenda del comando era illuminata da una lampada a kerosen che proiettava ombre danzanti sui volti degli ufficiali. Erano le prime ore del 26 gennaio 1943 e attorno a quel tavolo improvvisato si decideva il destino di 40.000 uomini. Il generale Reverberi guardava la mappa con occhi che non dormivano da giorni. Accanto a lui il colonnello Paolo Signorini, comandante del sesto reggimento Alpini, il tenente colonnello Policarpo Chierici del Val Chiese e il generale Giulio Martinat, capo di stato maggiore del corpo alpino. Tutti
sapevano che quella non era una riunione strategica normale, era una veglia funebre in cui si discuteva come morire nel modo meno inutile possibile. o almeno così sembrava, perché il piano che Reverbery stava per proporre sfidava ogni logica militare appresa nelle accademie, nei manuali, nelle centinaia di battaglie studiate nei libri di storia.
Non abbiamo artiglieria”, disse qualcuno a voce bassa. “le poche bocche da fuoco del gruppo d’artiglieria da Montagna Bergamo avevano al massimo una ventina di colpi per pezzo, forse 30, non abbastanza per preparare un assalto contro posizioni fortificate. I sovietici, invece, avevano cannoni in abbondanza ben piazzati sulle alture che dominavano Nikolaevka.
avrebbero potuto martellare gli alpini per ore prima ancora che raggiungessero il villaggio. “Non abbiamo carri armati”, aggiunse un altro ufficiale. I tedeschi del 2quo corpo corazzato avevano portato con sé tre Sturmghuts, tre cannoni d’assalto semoventi, solo tre, e uno era già guasto, bloccato dal freddo e dalla mancanza di carburante.
Due mezzi corazzati contro un’intera divisione sovietica. Era come portare un coltello a una battaglia con i cannoni. La matematica era impietosa e tutti nella tenda la conoscevano fin troppo bene. “Non abbiamo nemmeno munizioni sufficienti”, continuò Martinat con voceferma ma stanca. Le scorte erano al limite.
Molti alpini avevano meno di 20 cartucce a testa. Alcuni battaglioni avevano esaurito le bombe a mano. Le mitragliatrici Breda avevano pochi nastri rimasti e per di più si inceppavano continuamente per il freddo. Dovevano essere scaldate sul fuoco per funzionare, ma in battaglia non c’è tempo di accendere fuochi. Era un circolo vizioso, le armi non funzionavano per il freddo, ma gli alpini non potevano fermarsi a scaldarle senza essere massacrati dal fuoco nemico.
E poi c’era il problema del cibo. L’ultimo pasto vero risaliva a tre giorni prima. Gli uomini masticavano neve e corteccia d’albero. La fame era diventata una presenza costante, un nemico silenzioso che minava le forze più di qualsiasi battaglia. Reverberi ascoltava in silenzio. Conosceva tutti questi problemi meglio di chiunque altro.
Era lui che vedeva i suoi alpini crollare nella neve per sfinimento. Era lui che ordinava di lasciare indietro i feriti perché non c’erano mezzi per trasportarli. Era lui che guardava negli occhi uomini ridotti a spettri viventi e doveva trovare le parole per convincerli a combattere ancora. Ma aveva capito una cosa che gli altri ufficiali, formati alla scuola di guerra tradizionale faticavano ad accettare.
In quella situazione la logica militare classica non aveva più senso. Serviva a qualcosa di diverso, qualcosa che nessun generale sovietico si sarebbe aspettato perché era troppo folle per essere preso in considerazione e proprio in quella follia risiedeva l’unica possibilità di successo. Attaccheremo frontalmente”, disse alla fine Reverberi.
Alle 9:30 del mattino il silenzio nella tenda divenne pesante come piombo. Un attacco frontale, niente manovre di aggiramento, niente finte, niente tattiche elaborate, solo un colpo diretto al cuore della difesa sovietica. Era come lanciare un pugno contro un muro di cemento, sperando che il muro cedesse prima delle ossa. È un suicidio”, mormorò qualcuno.
Ma Reverberi scosse la testa. “No, è l’unica cosa che i russi non si aspettano. Hanno visto le nostre condizioni, sanno che siamo allo stremo. Si aspettano che tentiamo di infiltrarci, di aggirare le loro posizioni, di cercare un punto debole. Non si aspettano che un esercito di fantasmi congelati si lanci contro le loro fortificazioni in pieno giorno, sotto il fuoco dell’artiglieria”.
come se fossimo ancora freschi e pieni di forze. E in quella sorpresa, in quella frazione di secondo in cui esiteranno increduli, noi passeremo. Era una logica della disperazione, ma aveva un senso perverso. Il piano prendeva forma mentre Reverberi parlava. Il battaglione Valchiese avrebbe guidato l’attacco insieme al Verona e al Vestone.
3000 uomini della Tridentina, i migliori che rimanevano, quelli che ancora riuscivano a tenere in mano un fucile senza tremare per il freddo. Sarebbero andati per primi, come un ariete umano lanciato contro la porta di Nicolaevka. Dietro di loro il resto della divisione, il battaglione edolo, il morbegno, il tirano, o meglio quello che ne rimaneva dopo la battaglia di Arnautovo.
E dietro ancora la massa degli sbandati, 10.000, 20.000 uomini senza più unità, senza più comandanti, italiani, tedeschi, ungheresi mescolati insieme che seguivano gli alpini perché non avevano altra scelta. Anche loro sarebbero stati lanciati nell’attacco tutti. Non ci sarebbero state riserve. O Nicolaevka cadeva o tutti morivano lì.
Ma c’era un problema che nessuno osava menzionare apertamente, la ricognizione, o meglio, la mancanza di ricognizione adeguata. Gli alpini sapevano che a Nicolaevka c’erano i sovietici. Ma quanti esattamente? una brigata, una divisione, due divisioni. I rapporti erano contraddittori. Alcuni parlavano di 3000 nemici, altri di 6.
000, altri ancora di 10.000. La verità era che nessuno lo sapeva con certezza. Gli aerei da ricognizione tedeschi non volavano più su quel settore. Le pattuglie inviate in avanscoperta spesso non tornavano e quelle che tornavano riferivano solo quello che riuscivano a vedere: case, fortificazioni, mitragliatrici.
Ma quante? Dove esattamente? Quali erano i punti deboli? Nessuno lo sapeva. Stavano per lanciare un attacco alla cieca, sperando che la fortuna fosse dalla loro parte. era militarmente folle, ma non avevano alternative. Il generale Martinat studiava la mappa con attenzione maniacale. Lui era il pianificatore, l’uomo che traduceva le visioni audaci di reverberi in ordini concreti e vedeva tutti i problemi.
Il terrapieno ferroviario che circondava Nicolaevka era alto 3 m in alcuni punti. Una barriera quasi insormontabile per truppe appiedate, soprattutto nella neve profonda. I sovietici avrebbero piazzato le mitragliatrici proprio lì, con un campo di tiro perfetto su chiunque cercasse di scalare il pendio. E anche se gli alpini fossero riusciti a superare il terrapieno, c’era ancora il villaggio da conquistare.
Casa per casa, stanza per stanza. Combattimenti urbani, i più sanguinosiche esistano, con nemici che conoscevano ogni angolo, ogni finestra, ogni sottotetto da cui sparare. Martinat calcolava mentalmente le perdite, 50% nel primo assalto, forse 60, altri 20% nei combattimenti per il villaggio.
Significava che su 4000 alpini, forse 1000, sarebbero arrivati vivi dall’altra parte. E se falliamo?” chiese il colonnello Signorini. Era la domanda che tutti pensavano, ma nessuno voleva pronunciare. Reverberi lo guardò negli occhi. “Se falliamo, tra 24 ore saremo tutti morti o prigionieri. I russi chiuderanno il cerchio. 40.
000 uomini moriranno congelati nella steppa o nelle mani del NKVD.” Quindi non possiamo fallire, non è un’opzione. Era semplice e terrificante allo stesso tempo. Non c’era piano B, non c’era via di fuga alternativa. Ogni strada che portava verso ovest passava per Nicolaevka. I sovietici lo sapevano ed era per questo che avevano concentrato lì le loro forze.
Avevano preparato l’imbuto perfetto e ora aspettavano solo che gli italiani ci entrassero. La domanda era chi aveva progettato quella trappola con tale precisione? I generali sovietici erano bravi, ma questa era una manovra che richiedeva una conoscenza dettagliata dei movimenti italiani. Troppo dettagliata. Nella tenda, mentre gli ufficiali discutevano i dettagli tecnici dell’attacco, nessuno menzionava il sospetto che alleggiava nell’aria, ma tutti lo pensavano.
Come facevano i sovietici a sapere esattamente dove e quando gli italiani si sarebbero mossi? Come facevano ad avere sempre le forze nel posto giusto al momento giusto? Le comunicazioni radio italiane erano compromesse, c’erano spie nei comandi? O forse, e questa era l’ipotesi più inquietante, qualcuno ai vertici italotedeschi aveva deliberatamente fatto trapelare informazioni a Mosca.
Era impensabile. Eppure troppi coincidenze stavano accumulandosi. L’ordine di ritirata arrivato in ritardo, le richieste di supporto ignorate, le linee di rifornimento tagliate proprio nei momenti cruciali. era incompetenza o sabotaggio. Gli ufficiali in quella tenda non avevano le risposte, avevano solo l’ordine di attaccare all’alba.
Fuori dalla tenda, nelle posizioni alpine sulla cresta, i soldati aspettavano, nessuno dormiva. Come si può dormire quando si sa che all’alba si andrà a morire? Alcuni scrivevano lettere alle famiglie, anche se sapevano che quelle lettere probabilmente non sarebbero mai arrivate. Altri pregavano. I cappellani militari, come don Carlo Gnocchi che accompagnava la Tridentina, giravano tra i reparti distribuendo benedizioni e parole di conforto.
Ma che conforto si può dare a uomini che sanno di essere stati abbandonati? che il loro governo li ha mandati a combattere una guerra che non era la loro, con equipaggiamento inadeguato, senza supporto, senza speranza. Eppure, stranamente c’era ancora qualcosa negli occhi di quegli alpini. Non era solo disperazione, era una determinazione feroce, primordiale, la determinazione di chi non ha più nulla da perdere e quindi diventa pericoloso oltre ogni immaginazione.
Il battaglione Valchiese si preparava in silenzio. Erano 700 uomini ridotti da un’unità che ne contava quasi 12 settimane prima. i migliori tiratori, i più resistenti, quelli che non si erano ancora arresi al freddo e alla fame. Il tenente colonnello Chierici passava tra le file controllando le armi.
Sapeva che almeno un terzo dei fucili si sarebbe inceppato al primo colpo per il freddo. Sapeva che le bombe a mano avevano una probabilità del 50% di non esplodere. sapeva che stavano andando a combattere con equipaggiamento che in qualsiasi esercito normale sarebbe stato considerato inutilizzabile. Ma sapeva anche un’altra cosa, quegli uomini avrebbero combattuto comunque perché erano alpini e gli alpini non si arrendono.
È scritto nel loro codice non scritto, quello che si tramanda dalle montagne del nord Italia da generazioni. Morire sì, arrendersi mai. Alle 6:00 del mattino, 2 ore prima dell’attacco, arrivò un ultimo messaggio radio dal comando tedesco. Chiedevano agli italiani di aspettare, di ritardare l’assalto. Stavano cercando di organizzare un supporto aereo, dicevano, poche ore, al massimo un giorno.
Reverberesse il messaggio e lo stracciò. Sapeva che era una menzogna. Non sarebbe arrivato nessun aereo. I tedeschi avevano già scritto gli italiani come perdita totale. Forse speravano che ritardando i sovietici completassero il massacro risparmiando ai tedeschi la responsabilità. O forse era solo l’ennesimo ordine contraddittorio di una catena di comando che era crollata insieme al fronte. Non importava.
Reverbery aveva deciso, l’attacco sarebbe iniziato alle 9:30 come pianificato, nemmeno un minuto dopo, perché ogni minuto di ritardo significava altri uomini morti di freddo, altri feriti, che non ce la facevano più. Il tempo era l’unico nemico che potevano ancora sconfiggere agendo rapidamente. Quando l’alba del 26 gennaio illuminò i campi innevati davanti a Nicolaevka, migliaia di soldati italiani capironoche quel giorno si sarebbe deciso tutto.
Guardavano giù dalla cresta il villaggio che sembrava così tranquillo, così innocente nella luce rosa dell’alba, ma sapevano cosa si nascondeva dietro quelle mura di legno. sapevano che tra poche ore quella neve candida sarebbe stata tinta di rosso e sapevano che molti di loro non avrebbero mai più rivisto le montagne di casa.
Eppure, stranamente nessuno fuggiva, nessuno cercava di nascondersi. Stavano tutti lì in fila ad aspettare l’ordine di avanzare come se avessero fatto pace con il loro destino, come se avessero capito che alcune battaglie vanno combattute anche quando sono impossibili da vincere, perché è l’unico modo per rimanere umani.
Alle 9:30 precise il silenzio della steppa venne squarciato da un urlo. Non era un comando militare formale, era qualcosa di più primitivo, più viscerale. Avanti. Il grido rimbalzò lungo la linea degli alpini schierati sulla cresta e poi, come un’onda, migliaia di uomini si alzarono dalla neve dove erano stati acquattati e cominciarono a scendere verso Nicolaevka.
Non correvano, camminavano un passo dopo l’altro, metodico, implacabile, attraverso la neve che arrivava alle ginocchia, come se non fossero soldati che andavano in battaglia, ma pellegrini che compivano un rito antico, un rito di sangue e di morte. I sovietici sulle fortificazioni di Nikolaevka videro quella scena e per un momento esitarono.
Non potevano credere a quello che stavano vedendo. Un’armata di spettri che avanzava alla luce del giorno, senza copertura, senza supporto, semplicemente camminando verso le loro mitragliatrici, come se il fuoco nemico non esistesse. Gli osservatori sovietici delle batterie d’artiglieria reagirono per primi.
I mortai cominciarono a tuonare dalle alture attorno al villaggio. I primi proiettili caddero in mezzo alla formazione italiana quando gli alpini erano ancora a 500 m dalle prime case. Le esplosioni sollevarono fontane di neve nera e terra ghiacciata. Corpi venivano scaraventati in aria come pupazzi di pezza.
Un soldato del Valchiese sparì letteralmente in una nuvola rossa quando un colpo di mortaio lo colpì direttamente, ma la linea continuava ad avanzare. Gli uomini passavano accanto ai compagni caduti senza fermarsi, senza voltarsi. Avevano tutti capito che fermarsi significava morire. L’unica salvezza era andare avanti, sempre avanti, fino a raggiungere le case dove almeno avrebbero avuto qualche riparo dal fuoco dell’artiglieria.
Era una logica semplice e terribile che aveva preso possesso delle loro menti. Quando gli alpini arrivarono a 300 m, le mitragliatrici sovietiche aprirono il fuoco. Il suono era assordante, un fracasso continuo che sovrastava tutto. Le Maxim e le degiariov sovietiche sparavano a raffiche continue. I traccianti disegnavano linee rosse nell’aria fredda del mattino.
Gli alpini in prima fila caddero a dozzine. Un intero plotone del Verona venne falciato in pochi secondi, ma dietro di loro ce n’erano altri e altri ancora. La massa avanzava come una marea umana che nessun fuoco poteva fermare completamente. Alcuni alpini sparavano mentre camminavano, ma era più un gesto simbolico che altro.
A quella distanza, con fucili congelati e mani tremanti, era impossibile colpire con precisione. Ma l’importante non era colpire, l’importante era continuare ad avanzare, sempre avanti, un passo dopo l’altro, nella neve intrisa di sangue. Il battaglione Valchiese raggiunse per primo il terrapieno ferroviario. era il momento più critico.
3 m di pendio ripido da scalare, completamente esposti al fuoco delle mitragliatrici piazzate sulla sommità. Il tenente colonnello Chierici guidava personalmente l’assalto. Lo videro in piedi sulla neve con la pistola in una mano e il frustino nell’altra, quel frustino che era diventato il suo simbolo, che urlava ordini e incitamenti.
Avanti, Valchiese, avanti! Decine di alpini caddero mentre cercavano di arrampicarsi sul terrapieno. I sovietici lanciavano bombe a mano dall’alto che esplodevano in mezzo ai corpi ammassati. Era un massacro, ma qualcosa di incredibile stava accadendo. Alcuni alpini riuscivano a raggiungere la sommità, non molti, forse una ventina su 100.
Ma bastavano, perché quegli uomini, una volta arrivati in cima, si lanciavano con le baionette contro le postazioni nemiche. E nella furia di quella carica disperata riuscivano a mettere a tacere le mitragliatrici. La breccia era aperta, era piccola, precaria, costata centinaia di vite, ma era una breccia. E attraverso quella breccia, come acqua da una diga rotta, cominciò a fluire la massa degli alpini.
Il battaglione Verona seguì il Valchiese, poi il vestone e dietro di loro la marea degli sbandati, soldati senza più unità. tedeschi, ungheresi, italiani di altre divisioni, tutti mescolati insieme, tutti spinti dallo stesso istinto primordiale di sopravvivenza, superarono il terrapieno calpestando i caduti, scivolando nel sangue che già congelava sulla neve.
E quando raggiunsero leprime case di Nicolaevka, la battaglia cambiò natura. Non era più un assalto frontale, era diventata una guerra casa per casa, stanza per stanza, un inferno urbano dove ogni angolo nascondeva la morte. I sovietici avevano trasformato ogni isba in una fortezza. Le finestre erano state barricate, lasciando solo feritoie per sparare.
Le porte erano bloccate da dentro, le cantine erano piene di munizioni e rifornimenti e in ogni casa c’erano soldati determinati a vendere cara la pelle. Gli alpini dovevano conquistare ogni edificio con la forza. Sfondavano le porte a colpi di calcio di fucile, lanciavano bombe a mano attraverso le finestre, quelle poche bombe che ancora funzionavano nonostante il freddo.
Poi si buttavano dentro e cominciava il corpo a corpo, baionette contro baionette, coltelli contro coltelli, mani nude contro mani nude, combattimenti di una ferocia primordiale dove non c’era più spazio per la tattica o la strategia, solo l’istinto brutale di uccidere o essere uccisi. Le urla in italiano, tedesco, russo e ungherese si mescolavano in un coro infernale.
Un capitano del battaglione Edolo, che era arrivato a Nicolaevka verso mezzogiorno dopo la battaglia di Arnautovo, guidava un gruppo di alpini verso la chiesa nel centro del villaggio. Avevano capito che quella era la posizione chiave. Dal campanile gli osservatori sovietici dirigevano il fuoco dell’artiglieria.
Finché quella chiesa fosse rimasta in mani nemiche, i mortai avrebbero continuato a martellare gli alpini con precisione mortale. La chiesa era difesa da almeno un plotone di soldati sovietici, forse di più. Le mitragliatrici erano piazzate alle finestre del campanile con un campo di tiro perfetto sulla piazza antistante.
Avvicinarsi era quasi impossibile. Il capitano guardò i suoi uomini. Ne rimanevano forse 20 del centinaio che erano partiti quella mattina da Arnautovo e vide nei loro occhi la stessa determinazione disperata. Non servivano ordini, sapevano tutti cosa doveva essere fatto. L’assalto alla chiesa fu probabilmente l’episodio più feroce di quella giornata già saturata di violenza.
Gli alpini attraversarono la piazza correndo a zigzag tra i cadaveri che già la riempivano. Le mitragliatrici del campanile li falciarono, uno cadde, poi un altro, poi altri tre. Ma i superstiti raggiunsero il portale della chiesa e lo sfondarono con cariche esplosive improvvisate. Dentro, nella penombra, i sovietici aspettavano.
Ci fu uno scontro ravvicinato, brutale, senza quartiere. Le icone sacre alle pareti assistevano mute a quella profanazione. Il sangue schizzò sulle immagini dei santi. Cadaveri si ammucchiarono tra i banchi, ma alla fine, dopo minuti che sembrarono ore, gli alpini controllavano la chiesa, o meglio quello che ne rimaneva. Il capitano che aveva guidato l’assalto era morto sul gradino dell’altare con ancora la pistola stretta in pugno.
Ma la missione era compiuta. Il campanile era preso e gli osservatori sovietici eliminati. Eppure, nonostante questi successi tattici, la battaglia era ben lungi dall’essere vinta. I sovietici non si ritiravano, contrattaccavano con una determinazione che sorprendeva anche gli alpini veterani.
Ogni casa riconquistata dagli italiani diventava immediatamente obiettivo di una controffensiva. Plotoni sovietici si lanciavano all’assalto urlando, cercando di riprendere il terreno perduto e spesso ci riuscivano. Una casa cambiava mano tre volte, quattro volte in un’ora. I cadaveri si accumulavano nelle strade. La neve era talmente intrisa di sangue che in alcuni punti non si vedeva più il bianco, solo il rosso scuro che congelava rapidamente.
Gli alpini combattevano con rabbia crescente. Non era più solo una battaglia per sopravvivere, era diventata qualcosa di personale. Troppi compagni erano morti, troppo sangue era stato versato. Dovevano vincere, non per la strategia, non per l’Italia o per la guerra. Ma per dare un senso a tutto quel sacrificio. Un soldato del battaglione tirano ridotto a Brandelli dopo Arnautovo, si trovò faccia a faccia con un soldato sovietico in una stanza buia di unisba.
Entrambi avevano finito le munizioni, si guardarono per un secondo che sembrò eterno, poi si lanciarono l’uno contro l’altro con i coltelli. Quando la lotta finì, entrambi giacevano sul pavimento di legno. Il sovietico era morto. L’alpino stava morendo con una ferita all’addome che sapeva essere mortale, ma aveva vinto e mentre la vita gli sfuggiva sorrideva.
un sorriso strano, quasi delirante, perché aveva fatto quello per cui era stato addestrato, aveva combattuto, aveva vinto il suo duello personale e ora poteva morire sapendo di aver fatto il suo dovere. I compagni lo trovarono un’ora dopo, ancora con quel sorriso congelato sul volto pallido. Nessuno sapeva il suo nome.
Era solo uno dei tanti che morirono quel giorno nelle strade di Nicolaevka. Il generale Martinat, capo di stato maggiore del corpo alpino, era sceso personalmente nel caos della battaglia per portare rinforzi. Erainsolito per un generale di quel grado esporsi così, ma Martinat aveva capito che questa non era una battaglia normale. Serviva l’esempio personale.
Serviva che gli uomini vedessero i loro comandanti combattere accanto a loro. Guidò il battaglione Edolo in un attacco contro una serie di case fortificate sul lato orientale del villaggio. Edolo, avanti! gridò e, secondo le testimonianze prese lui stesso un fucile da un caduto e cominciò a sparare. Fu colpito a metà della carica, una pallottola alla testa, morte istantanea.
Il generale si accasciò nella neve e non si rialzò più. Gli alpini dell’Eolo, vedendo cadere il loro generale, furono presi da una furia cieca. si lanciarono contro le posizioni sovietiche come ossessi, urlando e sparando. Conquistarono quelle case in pochi minuti, ma il prezzo fu terribile. Dell’edolo rimaneva poco più di un terzo degli uomini che erano partiti all’attacco.
Eppure i sovietici continuavano ad arrivare. Da dove venivano tutti quei soldati? Il servizio informazioni italiano aveva parlato di un reggimento, al massimo una divisione, ma sembravano molti di più. Ogni volta che gli alpini pensavano di aver eliminato una posizione, altri sovietici spuntavano da qualche cantina, da qualche sottotetto, da qualche trincea nascosta.
Era come combattere un nemico che si moltiplicava e forse era esattamente quello che stava accadendo. Forse i sovietici stavano portando rinforzi da altri settori, vedendo che a Nicolaevka si stava decidendo qualcosa di importante. Se avessero bloccato gli italiani lì, 40.000 uomini dell’asse sarebbero stati annientati. Era un premio che valeva il sacrificio di migliaia di soldati sovietici.
E così i rinforzi continuavano ad arrivare, mentre gli alpini continuavano a combattere con forze che diminuivano ora dopo ora. Verso mezzogiorno la situazione tattica era confusa al limite del caos. Gli italiani controllavano forse metà del villaggio, ma era un controllo precario. Sacche di resistenza sovietica rimanevano sparse ovunque.
Cecchini sui tetti sparavano contro chiunque si muovesse nelle strade. Mitragliatrici nascoste continuavano a mietere vittime e soprattutto il terrapieno ferroviario sul lato occidentale del villaggio, quello che portava verso la salvezza, verso ovest, verso le linee tedesche, era ancora saldamente in mani sovietiche.
Finché quel terrapieno non fosse stato conquistato, Nicolaevka rimaneva una trappola. Potevano anche conquistare tutto il villaggio, ma se non riuscivano ad aprire quella via d’uscita sarebbero morti lì. Il generale Reverbery, dalla sua posizione di comando improvvisata in una casa semidistrutta, guardava la mappa e calcolava. Le perdite erano enormi.
Il Valchiese aveva perso metà dei suoi effettivi. Il Verona era ridotto a pochi plotoni. Il vestone combatteva ancora, ma era decimato. E dietro la massa degli sbandati aspettava, terrorizzata e speranzosa. Ma c’era qualcosa di strano in quella battaglia, qualcosa che gli ufficiali più attenti cominciavano a notare.
I sovietici combattevano ferocemente, questo era in dubbio, ma non con la coordinazione che ci si sarebbe aspettata da truppe ben comandate. Le controffoffensive erano impulsive, scoordinate. Non c’era un vero piano di difesa elastica che avrebbe potuto macinare gli alpini in una guerra di attrito. Era come se il comando sovietico non si fosse aspettato davvero un attacco così determinato e ora stesse improvvisando.
O forse, e questo pensiero attraversò la mente di più di un ufficiale italiano. Forse qualcuno aveva detto ai sovietici che gli italiani erano finiti, demoralizzati, incapaci di combattere. E ora i comandanti sovietici si trovavano di fronte a una realtà completamente diversa, un nemico che doveva essere distrutto, ma che invece stava combattendo come un animale ferito con la ferocia della disperazione.
Avevano sottovalutato gli alpini e quella sottovalutazione stava costando loro cara, ma anche gli italiani stavano pagando un prezzo spaventoso. Le munizioni erano quasi finite. Molti alpini combattevano ormai solo con la baionetta e con le armi prese ai sovietici caduti. I feriti erano centinaia, ammassati nelle cantine delle case conquistate senza cure mediche adeguate.
I medici militari facevano quello che potevano, ma non avevano morfina, non avevano bende sufficienti, non avevano nulla. Amputavano arti congelati con seghe da falegname, suturavano ferite con ago e filo preso dalle case russe. Era una medicina da campo di battaglia medievale, non del XXo secolo. E i feriti continuavano ad arrivare uno dopo l’altro, trascinati dai compagni o strisciando da soli.
Alcuni morivano prima ancora di ricevere qualsiasi cura, altri morivano dopo per infezioni che in un ospedale normale sarebbero state banali da curare, ma che lì, in quelle condizioni, erano sentenze di morte. A mezzogiorno, quando il sole era al suo punto più alto nel cielo gelido, sembrò per un momento che l’attacco si fosse fermato.
Gli alpini avevano conquistatometà di Nicolaevka, ma l’altra metà resisteva e i sovietici stavano portando rinforzi. Si vedevano colonne di soldati freschi arrivare da nord, truppe che non avevano ancora combattuto quel giorno. Mentre gli italiani erano esausti, affamati, quasi senza munizioni, la matematica della battaglia stava girando contro di loro. Reverbery lo vedeva.
Martinat, prima di cadere, lo aveva visto. Tutti gli ufficiali lo vedevano, ma nessuno osava dirlo ad alta voce, perché dirlo significava ammettere la sconfitta e la sconfitta significava la morte. Quindi continuavano a combattere anche quando sembrava inutile, anche quando ogni metro conquistato diventava immediatamente un nuovo campo di battaglia.
Mezzogiorno era passato da un’ora, forse due. Difficile tenere il conto del tempo quando ogni minuto sembra durare un’eternità e ogni ora scivola via in un battito di ciglia. Nicolaevka era diventata un mattatoio. Non c’è altro modo per descriverlo. Le strade del villaggio erano piene di cadaveri ammucchiati uno sull’altro. Italiani e sovietici mescolati insieme nella democrazia della morte.
La neve era scomparsa sotto uno strato di sangue congelato e fango rossiccio. L’aria era densa del fumo degli incendi. Diverse case bruciavano dopo essere state colpite dall’artiglieria o incendiate deliberatamente durante i combattimenti e ovunque continuamente il rumore assordante della battaglia. Spari, esplosioni, urla, il tintinnio del metallo contro metallo quando le baionette si incrociavano.
Era l’inferno sceso sulla terra e gli alpini erano intrappolati nel suo centro. Gli uomini del battaglione Valchiese, quelli che erano sopravvissuti all’assalto iniziale, si erano barricati in un gruppo di case sul lato orientale del villaggio. Erano ridotti a meno di 300, un terzo della forza originale. Controllavano forse cinque o sei edifici, ma i sovietici li attaccavano continuamente da ogni direzione.
Il tenente colonnello Chierici coordinava la difesa passando da una casa all’altra incurante del fuoco nemico. I cecchini sovietici sui tetti gli sparavano contro ogni volta che attraversava una strada, ma sembrava avere una vita incantata. O forse era semplicemente troppo veloce, troppo imprevedibile nei suoi movimenti.
I suoi uomini dicevano che il diavolo stesso proteggeva il colonnello col frustino, ma anche Chierici sapeva che la fortuna non dura per sempre. Era solo questione di tempo prima che una pallottola trovasse il suo bersaglio. Le munizioni erano il problema più critico. Ogni alpino aveva ormai al massimo 10-15 cartucce, alcuni ne avevano meno di cinque.
Le mitragliatrici Breda avevano sparato gli ultimi nastri. I mortai erano muti per mancanza di proiettili. Perfino le bombe a mano erano finite e quelle poche rimaste avevano il 50% di probabilità di non esplodere per il freddo. Gli alpini erano ridotti a combattere con quello che trovavano.
Fucili strappati dalle mani dei sovietici caduti, pistole tedesche raccolte dai compagni morti, coltelli, baionette, persino bastoni e pietre. Era una guerra primitiva, regredita ai metodi di 1000 anni prima. E stranamente in quella primitività gli italiani trovavano una ferocia che li rendeva pericolosi oltre ogni aspettativa.
Quando un uomo combatte con un coltello, guarda negli occhi il suo nemico e quello sguardo cambia qualcosa dentro di lui. I feriti erano ovunque. Ogni cantina di ogni casa controllata dagli italiani era piena di uomini mutilati che aspettavano cure che non sarebbero mai arrivate. I medici militari si muovevano come sonnambuli, operando senza sosta, senza dormire, senza mangiare.
Le loro mani erano coperte di sangue fino ai gomiti. I loro grembiuli non erano più bianchi da ore. Amputavano arti congelati con seghe arrugginite trovate nelle case dei contadini russi. estraevano proiettili con pinze da fabbro, suturavano ferite profonde con ago e filo da cucito, non avevano morfina da almeno due giorni.
I feriti urlavano durante le operazioni mordendo pezzi di legno per non svenire dal dolore. Alcuni morivano sul tavolo improvvisato, altri morivano dopo, dissanguati o per shock. I cadaveri venivano ammucchiati fuori nella neve perché non c’era spazio nelle cantine e la pila continuava a crescere ora dopo ora, minuto dopo minuto.
Ma il comando sovietico aveva capito che Nicolaevka non poteva cadere, non a quel prezzo. Se gli italiani fossero sfondati lì, 40.000 soldati dell’asse sarebbero sfuggiti all’accerchiamento e dietro di loro forse altre forze tedesche avrebbero trovato una via di fuga. L’intero fronte meridionale della sacca avrebbe potuto collassare, no? Nicolaevka doveva essere tenuta a tutti i costi e così arrivarono i rinforzi.
Prima un battaglione fresco della 48ª divisione guardie, poi un altro, poi reparti di altre divisioni rastrellati da altri settori. I sovietici stavano concentrando lì tutte le forze disponibili e con i rinforzi arrivarono anche i carri armati, i T34, i leggendari carri sovietici che avevanodimostrato la loro superiorità contro i panzer tedeschi, ora puntavano verso il cuore di Nicolaevka, dove gli alpini resistevano disperatamente.
Il rumore dei cingoli sui sampietrini ghiacciati era inconfondibile. Gli alpini nelle case ascoltavano quel rombo meccanico avvicinarsi e sentivano il terrore attanagliargli lo stomaco. Non avevano armi anticarro. I pochi cannoni da 47 mm erano stati persi durante la ritirata. Le bombe a mano erano troppo deboli per danneggiare seriamente un T34 e i fucili erano completamente inutili contro l’armatura.
Quando il primo carro svoltò l’angolo di una strada e apparve davanti a una posizione italiana, sembrò la fine. La sua mitragliatrice coassiale cominciò a sparare contro le finestre dove gli alpini si erano barricati. Il cannone da 76 mm puntò contro una casa e sparò. L’intero edificio tremò. Una parete crollò in una nuvola di polvere e detriti.
I soldati dentro furono sepolti vivi o fatti a pezzi dalle schegge. Il carro avanzò lentamente, inesorabile, distruggendo ogni cosa sul suo cammino. Ma poi accadde qualcosa che i sovietici non si aspettavano. Un alpino, nessuno seppe il suo nome, uscì correndo da una casa laterale. aveva il corpo coperto di bombe a mano.
Le aveva legate con corde e cinghie intorno al petto, alle braccia, alla vita. Sembrava un albero di Natale esplosivo. Corse verso il carro armato urlando qualcosa che si perse nel fracasso della battaglia. Forse era un nome, forse una preghiera, forse solo un urlo di rabbia. I soldati sovietici sul carro lo videro e la mitragliatrice girò verso di lui.
Ma era troppo tardi. L’alpino si gettò sotto i cingoli del carro. Le bombe esplosero tutte insieme. L’esplosione fu così potente che sollevò il carro di diversi centimetri da terra. Quando la nuvola di fumo si dissipò, il T34 giaceva rovesciato su un fianco in fiamme. Dell’alpino non rimaneva nulla, ma il carro era distrutto e gli altri carri che seguivano esitarono, rallentarono.
Quel sacrificio folle aveva dato agli italiani qualche minuto prezioso, ma i minuti si trasformavano in ore e le ore si trasformavano in un’eternità di sofferenza. Alle 3:00 del pomeriggio la situazione era critica al di là di ogni immaginazione. Gli alpini controllavano ancora parti del villaggio, ma erano ormai ridotti a combattere con armi prese ai nemici caduti.
I fucili Mosin Gant sovietici nelle mani degli italiani, le mitragliatrici Degtiariov usate da alpini che non avevano mai visto quelle armi prima. era surreale. Soldati italiani che sparavano con armi russe contro soldati russi in un villaggio russo, in una guerra che nessuno dei due schieramenti capiva più veramente perché stava combattendo.
La follia della guerra era arrivata al suo apice. Non c’erano più ragioni ideologiche, non c’erano più grandi strategie. C’era solo la volontà bruta di sopravvivere, contrapposta alla volontà altrettanto bruta di uccidere. Il comandante del battaglione tirano era stato ferito gravemente a mezzogiorno. Una scheggia di granata gli aveva aperto il fianco esponendo le costole e parte dei polmoni.
Avrebbe dovuto essere evacuato immediatamente, operato d’urgenza, ma non c’era nessun posto dove evaccuarlo. E così i suoi uomini lo legarono a una sedia in una cantina, lo imbottirono di bende strappate dalle lenzuola delle case russe e lui continuò a comandare. Pallido come un cadavere, con gli occhi febrili, dava ordini con voce sempre più debole.
Tenete quella casa, non fate passare nessuno, razionate le munizioni. I suoi alpini lo guardavano con un misto di ammirazione e orrore. Sapevano che stava morendo, lui lo sapeva, ma continuava comunque, perché arrendersi non era un’opzione. Morire al proprio posto, quello sì era accettabile, ma arrendersi, ritirarsi, abbandonare i propri uomini, questo no mai.
Eppure, nonostante tutto questo eroismo, nonostante tutti questi sacrifici, la realtà matematica della battaglia era impietosa. I sovietici continuavano ad arrivare, gli italiani continuavano a morire. Era semplice aritmetica. Prima o poi i numeri avrebbero fatto la differenza. E quel momento sembrava arrivato quando, verso le 4:00 del pomeriggio i sovietici lanciarono quella che doveva essere l’offensiva finale.
Un intero reggimento, forse 1500 uomini freschi, si lanciò all’attacco delle posizioni italiane da tre direzioni diverse. Era una manovra coordinata, professionale, esattamente il tipo di operazione militare che gli alpini non potevano più contrastare. Non avevano più la forza, non avevano più le munizioni, non avevano più nulla se non la determinazione.
E la determinazione da sola non ferma le pallottole. Le case italiane cominciarono a cadere una dopo l’altra. Il Val Chiese fu costretto ad abbandonare due edifici che aveva difeso per ore. Il Verona perse una posizione chiave sulla piazza centrale. Il vestone si ritirò combattendo da una strada che non poteva più tenere.
Gli alpini retrocedevano passo dopo passo, combattendo per ogni metro,lasciando dietro di sé i compagni morti e feriti. Era l’inizio della fine, tutti lo sentivano e fuori dal villaggio, sulla cresta dove attendevano i 40.000 sbandati. Migliaia di occhi guardavano la battaglia con terrore crescente. Vedevano il fumo, sentivano gli spari, capivano che qualcosa stava andando male.
Se Nicolaevka non fosse caduta, sarebbero tutti morti. Era semplice, terribile, inevitabile. La loro vita dipendeva da quei pochi alpini che combattevano tra le case in fiamme del villaggio e quegli alpini stavano perdendo. Ma c’era qualcosa che i sovietici non avevano considerato, qualcosa che nessun calcolo militare poteva prevedere.
Gli alpini stavano combattendo con la consapevolezza che dietro di loro c’erano 40.000 uomini che dipendevano da loro. Non erano solo soldati che eseguivano ordini, erano l’ultima linea di difesa tra la vita e la morte per un’intera armata. E questo peso, invece di schiacciarli, li rendeva più forti. Quando un uomo sa che il suo sacrificio ha un significato, che la sua morte salverà altri, trova dentro di sé riserve di forza che non sapeva di avere.
È questo che distingue gli eroi dai soldati ordinari. non l’assenza di paura, ma la capacità di andare avanti, nonostante la paura, nonostante l’impossibilità, nonostante tutto. E così, quando sembrava che tutto fosse perduto, quando i sovietici stavano per travolgere le ultime posizioni italiane, accadde qualcosa. Non fu un miracolo nel senso religioso, fu qualcosa di più concreto, più umano.
Gli alpini smisero di ritirarsi, semplicemente si fermarono, si voltarono e ricominciarono a combattere. Non perché avessero ricevuto rinforzi, non ce n’erano. Non perché avessero trovato munizioni, non ce n’erano, ma perché avevano deciso che lì, in quel preciso punto, in quelle precise case di Nicolaevka, non avrebbero fatto un passo indietro.
Potevano morire, probabilmente sarebbero morti, ma non si sarebbero ritirati. E questa decisione, presa non da un generale, ma da centinaia di soldati semplici, simultaneamente cambiò l’intera dinamica della battaglia. I sovietici si scontrarono contro un muro di disperazione umana che non si aspettavano.
Gli alpini combattevano ora con una ferocia che rasentava la follia. Usavano le ultime cartucce come se ogni proiettile dovesse contare per 10. Quando le cartucce finivano, usavano le baionette. Quando le baionette si rompevano usavano i coltelli. Quando i coltelli si perdevano usavano le mani nude. Era violenza primordiale, era follia, era terribile e splendida allo stesso tempo.
E i sovietici, che avevano combattuto bene e con coraggio per tutto il giorno, cominciarono a vacillare, non perché fossero codardi, non lo erano, ma perché nessun addestramento militare prepara gli uomini ad affrontare nemici che hanno smesso di temere la morte. E gli alpini, in quelle ore del tardo pomeriggio avevano davvero smesso di temerla.
Poi arrivò il battaglione edolo, o meglio quello che ne rimaneva. Erano partiti in 800 da Arnautovo quella mattina ne erano rimasti forse 200. Avevano combattuto tutto il giorno, avevano perso il loro generale Martinat, avevano lasciato metà dei loro compagni morti nella neve, ma non si erano fermati.
Erano arrivati a Nicolaevka nel tardo pomeriggio, quando la battaglia sembrava persa, quando tutti pensavano che fosse finita. e si erano buttati nella mischia senza esitare. 200 uomini esausti, affamati, quasi senza munizioni, che si lanciavano contro un nemico 10 volte superiore. Era follia militare, era suicidio tattico, ma cambiò tutto, perché quei 200 uomini portarono con sé qualcosa di più prezioso delle munizioni, portarono speranza.
Gli alpini che combattevano a Nicolaevka da ore videro arrivare l’edolo e capirono che non erano soli, che qualcuno stava ancora combattendo, ancora credendo nella possibilità di vittoria e quella speranza valeva più di un’intera divisione di rinforzi. Ma il sole stava calando, le ombre si allungavano sulle strade di Nicolaevka e tutti sapevano cosa significava.
Con il buio sarebbero arrivati i-30°, i -40° della notte russa. Gli alpini non avevano rifugi adeguati, non avevano fuoco, non avevano nulla per proteggersi dal gelo. Se la battaglia fosse continuata nella notte, il freddo avrebbe fatto più vittime del fuoco nemico. Dovevano sfondare prima del tramonto.
Era questione di un’ora, forse meno. Un’ora per decidere se 40.000 uomini sarebbero vissuti o morti. E mentre il sole toccava l’orizzonte, tingendo la neve di rosso sangue, nessuno sapeva ancora quale sarebbe stata la risposta. Le ombre si allungavano sulle rovine fumanti di Nicolaevka quando accadde qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere.
Non fu un momento preciso, non ci fu un’esplosione drammatica o una carica decisiva, fu qualcosa di più sottile, di più psicologico. Verso le 5 del pomeriggio, dopo 7 ore e mezza di combattimenti ininterrotti, la difesa sovietica semplicemente cominciò a sgretolarsi. Non perché fossero finiti gli uomini, cen’erano ancora migliaia.
Non perché fossero finite le munizioni, i depositi erano pieni, ma perché 7 ore e mezza di combattimento contro un nemico che rifiutava di morire, che rifiutava di ritirarsi, che continuava ad avanzare anche quando matematicamente avrebbe dovuto essere distrutto. Avevano spezzato qualcosa dentro i difensori. la volontà, quella cosa intangibile che nessun manuale militare può quantificare, ma che decide l’esito delle battaglie più di qualsiasi altro fattore.
I primi a cedere furono i reparti che avevano combattuto dall’inizio, uomini che avevano sparato migliaia di colpi, che avevano respinto decine di assalti, che avevano visto morire tutti i loro compagni. A un certo punto semplicemente smisero di sparare. Abbandonarono le posizioni e si ritirarono verso il lato occidentale del villaggio.
All’inizio fu ordinato, controllato. Gli ufficiali sovietici cercavano di mantenere la coesione, di organizzare nuove linee difensive, ma quando gli alpini videro quella esitazione, quell’attimo di debolezza, si lanciarono avanti con un’ultima riserva di energia che non sapevano nemmeno di avere. Il battaglione edolo sfondò una posizione chiave vicino alla ferrovia.
Il Valchiese conquistò un gruppo di case che dominava la strada principale e improvvisamente, come un castello di carte che crolla, l’intera difesa sovietica cominciò a disintegrarsi. Fu allora che il generale Reverbery compì il gesto che sarebbe rimasto nella leggenda. vide il momento, capì che era arrivato l’istante decisivo, quello che non si ripete.
Uscì dal suo posto di comando e si diresse verso l’ultimo carro armato tedesco ancora funzionante, uno Sturmghut che era miracolosamente sopravvissuto a tutta la battaglia. salì sul mezzo, si mise in piedi sulla torretta, completamente esposto al fuoco nemico e urlò con tutto il fiato che aveva nei polmoni. Tridentina, avanti! La sua voce rimbombò sulle rovine del villaggio.
Gli alpini vicini lo sentirono e ripeterono il grido: “Tridentina, avanti!” E poi altri lo ripeterono e altri ancora. Il grido si propagò come un’onda attraverso tutte le posizioni italiane. Tridentina, avanti. Era più di un ordine militare. Era un grido primordiale, un urlo di rabbia e speranza e disperazione mescolate insieme.
E allora accadde qualcosa di straordinario. Non solo gli alpini della tridentina si mossero, tutti si mossero. gli uomini della Julia, quei pochi che erano rimasti, i superstiti della cuneense, i soldati tedeschi del 24eso corpo, gli ungheresi sbandati e soprattutto la massa enorme degli sbandati che erano rimasti sulla cresta tutto il giorno, terrorizzati e impotenti a guardare la battaglia.
40.000 Uomini videro il generale Reverberi in piedi sul carro armato, lo sentirono urlare e capirono che quello era il momento, o adesso o mai più. Si alzarono tutti insieme come un’unica creatura gigantesca e si lanciarono giù dalla cresta verso Nicolaevka. Era un’onda umana, una valanga di disperazione vivente che nulla poteva fermare.
Migliaia e migliaia di uomini che urlavano, piangevano, pregavano, maledicevano mentre correvano nella neve verso il villaggio. I sovietici videro quella massa che avanzava e qualcosa si spezzò definitivamente dentro di loro. Avevano combattuto contro 4.000 alpini per tutto il giorno e li avevano quasi sconfitti, ma non potevano combattere contro 40.000, nessuno poteva.
La matematica pura della battaglia era cambiata in un istante. Le posizioni sovietiche sul lato occidentale del villaggio, quelle che controllavano il passaggio della ferrovia, furono semplicemente travolte. Non ci fu nemmeno un vero combattimento. I difensori spararono qualche raffica, poi si voltarono e fuggirono. La ritirata ordinata divenne rotta, la rotta divenne panico e in meno di mezz’ora Nicolaevka era in mani italiane.
Alle 17 precise il tricolore italiano venne issato su quello che rimaneva del campanile della chiesa. La battaglia era finita. Nicolaevka era caduta. Ma quale prezzo? Quale terribile spaventoso prezzo? Le strade del villaggio erano piene di cadaveri. Si contavano a centinaia, forse a migliaia. Italiani, tedeschi, ungheresi, sovietici, tutti mescolati insieme nella fratellanza universale della morte.
Il battaglione Valchiese, che era partito all’attacco con 800 uomini alle 9:30 del mattino, ne contava 150 ancora in piedi alle 5 del pomeriggio. Il Verona era ridotto a pochi plotoni, il vestone praticamente distrutto, l’edolo decimato. Dei 4000 alpini che avevano condotto l’attacco iniziale, forse 1500 erano ancora vivi e capaci di combattere.
Gli altri erano morti, feriti, dispersi. congelati. Era una percentuale di perdite che in qualsiasi battaglia normale avrebbe significato la disfatta totale. Ma a Nicolaevka aveva significato la vittoria, una vittoria pagata con fiumi di sangue, ma pur sempre una vittoria. E allora cominciò l’esodo. 40.000 uomini che avevano aspettato tutto il giorno cominciarono a passare attraverso Nicolaevka.Camminavano in silenzio.
La maggior parte di loro guardavano i cadaveri che fiancheggiavano le strade, guardavano le case distrutte, ancora fumanti, guardavano gli alpini sopravvissuti che stavano ai lati della strada, appoggiati ai muri, seduti nella neve, troppo esausti persino per muoversi. Quegli alpini erano irriconoscibili, coperti di sangue proprio e altrui, di fuligine, di sporcizia.
I loro volti erano maschere fantasmagoriche con gli occhi infossati e lo sguardo vuoto di chi ha visto troppo. Sembravano cadaveri viventi più che soldati, ma erano loro che avevano aperto quella strada. Erano loro che avevano comprato con le loro vite la possibilità di fuga per tutti gli altri. E mentre la colonna passava, molti degli sbandati toglievano il cappello o facevano il segno della croce o semplicemente abbassavano lo sguardo per rispetto.
Alcuni alpini piangevano non di dolore, non di paura. piangevano per lo sfinimento, per il sollievo, per l’emozione di essere ancora vivi quando non avrebbero dovuto esserlo. Piangevano per i compagni morti, per i nomi che non avrebbero mai più risposto all’appello. Il tenente colonnello Chierici, ancora in piedi miracolosamente, guardava passare la colonna con espressione vuota.
Il colonnello Signorini, comandante del sesto reggimento alpini, sarebbe morto di infarto due giorni dopo a Shebechino, il cuore ceduto per lo stress di quella giornata e per il dolore di vedere quanti pochi dei suoi uomini erano sopravvissuti. Il generale Martinat giaceva in una fossa comune con centinaia di altri caduti, la sua medaglia d’oro al valor militare conferita postuma per il sacrificio che aveva fatto.
Ma lui non avrebbe mai saputo di quell’onore. Era morto con il fucile in mano, combattendo come un soldato semplice, perché in quel momento non c’era differenza tra generali e soldati, tra ufficiali e truppa. C’erano solo uomini che combattevano per sopravvivere. La colonna impiegò tutta la notte a passare. 40.
000 persone, molte ferite, molte congelate, molte morenti, passavano lentamente attraverso le rovine di Nicolaevka, dirette verso ovest, verso le linee tedesche, verso la salvezza. Ma quanti di loro sarebbero arrivati? La marcia era ancora lunga, c’erano ancora 200 km da percorrere nella neve, ancora notti a meno 40°, ancora possibili attacchi sovietici.
Nicolaevka era stata la battaglia decisiva, ma non era la fine del Calvario. Il 30 gennaio, 4 giorni dopo, i superstiti avrebbero raggiunto Shebechino e finalmente sarebbero stati al sicuro dietro le linee tedesche. Ma di quei 40.000 che erano passati per Nicolaevka. Quanti sarebbero arrivati? La storia ufficiale parla di circa 20.000.
Gli altri morirono lungo la strada, congelati o si dispersero o caddero negli ultimi scontri. La ritirata del Don costò al corpo alpino quasi 44.000 uomini tramorti, dispersi e prigionieri su 57.000. Ma Nicolaevka rimase, rimase nella memoria, nella storia, nella leggenda. divenne il simbolo di cosa significa essere alpini. Non l’abilità tattica, non l’equipaggiamento superiore, non i numeri, ma la pura, ostinata, irriducibile volontà di non arrendersi, di combattere quando ogni ragione dice che è inutile, di morire se necessario, ma morire facendo il proprio dovere fino
all’ultimo respiro. Il 26 gennaio è diventato la giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli alpini proprio per commemorare quella battaglia, quella giornata in cui 4.000 uomini affrontarono una divisione sovietica e vinsero. Non perché erano migliori soldati, probabilmente non lo erano.
Non perché avevano armi migliori, certamente non le avevano, ma perché avevano qualcosa che nessuna superiorità numerica o materiale può sconfiggere. La disperazione trasformata in determinazione, la certezza che alcuni valori valgono più della vita stessa. Oggi, 82 anni dopo, Nicolaevka non esiste più. Il villaggio è stato assorbito da Livenka, una cittadina più grande.
Le case dove si combattono state demolite e ricostruite. La ferrovia è stata modernizzata. Nulla rimane fisicamente di quella battaglia. Ma nella memoria italiana, soprattutto tra gli alpini, Nicolaevka vive ancora. È un nome che si pronuncia con rispetto, quasi con reverenza. È il luogo dove i fantasmi congelati della steppa russa si trasformarono in leoni e sfidarono l’impossibile.
È il luogo dove migliaia di uomini morirono perché decine di migliaia potessero vivere. E questo tipo di sacrificio non può essere dimenticato. non deve essere dimenticato perché è quello che definisce chi siamo come esseri umani, non la capacità di evitare la morte, ma la capacità di dare significato alla morte quando è inevitabile.
Gli alpini che tornarono da Nicolaevka non parlarono molto di quella battaglia, come tutti i veterani di combattimenti veramente feroci, trovavano che le parole fossero inadeguate. Come spiegare a chi non c’era stato cosa significa combattere per 7 ore e mezza senza sosta, vedere i compagni morire uno dopo l’altro,sparare l’ultima cartuccia e poi continuare a combattere con le mani nude? Come spiegare il senso di fratellanza che si crea quando uomini affrontano insieme la morte certa? Non si può.
si può solo ricordare e far sì che altri ricordino, perché quella battaglia fu qualcosa di più di un episodio militare della Seconda Guerra Mondiale. Fu una dimostrazione di cosa lo spirito umano può compiere quando è spinto al limite assoluto. Fu la prova che a volte, raramente, ma a volte, i miracoli accadono. Non miracoli divini, ma miracoli umani forgiati nel sangue e nel ghiaccio e nella volontà indomabile di non cedere mai.
Se questa storia ti ha colpito, se hai sentito qualcosa mentre leggevi di quegli uomini che combatterono a Nicolaevka, non dimenticarla, condividila, commenta con le tue riflessioni, iscriviti al canale per altre storie dimenticate della guerra, storie di eroismo e sacrificio che il tempo rischia di cancellare, perché finché ricordiamo quei soldati non sono veramente morti, vivono nella memoria, nelle parole, nelle storie che raccontiamo e forse, chissà Il loro sacrificio continua ad avere significato anche oggi, 82 anni dopo, in un mondo completamente diverso, perché
alcuni valori, il coraggio, il dovere, la fratellanza, il sacrificio per gli altri sono eterni, non cambiano con le epoche. E Nicolaevka ci ricorda che quegli uomini, in quella giornata gelida del gennaio 1943, incarnarono quei valori fino all’ultima goccia di sangue. Tridentina avanti per sempre.
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